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Teatro Festival: Celestini e il racconto necessario degli ultimi

ascanio celestiniVioletta, Domenica, Said, sono questi i nomi di alcuni dei protagonisti delle storie narrate da Ascanio Celestini in “Che fine hanno fatto gli indiani Pueblo? Storia provvisoria di un giorno di pioggia”, andato in scena al “Napoli Teatro Festival” nel suggestivo cortile d’onore del Palazzo Reale lunedì 19 giugno, e che tornerà in scena stasera (martedì 20 giugno 2017) alle ore 21.

Lo spettacolo, ancora in fase di costruzione, vede Ascanio Celestini nuovamente al fianco di Gianluca Casadei, per proseguire il racconto in tre tappe, cominciato con Laika, di un’umanità dolente e troppo spesso invisibile.

Che fine hanno fatto gli indiani Pueblo? è un racconto fatto di persone, di salti nel tempo e di vite sgangherate che s’intrecciano in modo nevrotico in una perfetta struttura ad incastro che ricorda l’intreccio narrativo de “Il tempo è un bastardo”, il romanzo breve che nel 2011 valse il premio Pulitzer per la narrativa alla scrittrice americana Jennifer Egan. Quello portato in scena da Celestini è un racconto in cinque capitoli, in ciascuno dei quali si intravedono i protagonisti della storia successiva. «Questa è la storia di un giorno di pioggia – recita Celestini - di una barbona che non chiede l’elemosina e di uno zingaro di otto anni, della barista che guadagna con le slot machine e di un facchino africano, ma anche di un vecchio che chiamano Giobbe. Questa – prosegue - è la storia del cinese, di una madre che fa la zuppa liofilizzata e di un paio di padri, di cui non conosco il nome, di una giovane donna che fa la cassiera al supermercato e delle persone che incontra». È la storia di persone ordinarie, dal destino segnato dalla miseria, dalla sopraffazione, dall’alienazione sullo sfondo di un’anonima periferia che si snoda tra un supermercato e un magazzino, teatro sfocato di quel nuovo mondo del lavoro che nega i diritti e baratta il diritto ad una retribuzione equa con nuove forme di schiavitù. Il protagonista/narratore è un fiume in piena, che osserva alla finestra le tante forme di un malessere sociale sempre più diffuso, ne cattura i dettagli di un momento, e li inscrive in traiettorie biografiche che attraversano i confini del tempo. Presente, passato e futuro si mescolano in un racconto amaro, disincantato, e per questo necessario, in cui fanno fatica ad intravedersi occasioni di riscatto, se non per fiochi e fugaci spiragli di luce nella lotta quotidiana per la sopravvivenza.

Rosaria Lumino

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