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Martedì 27 Febbraio 2024




1960. Io reporter

“L’idea sociale del mondo” nelle immagini di Ermanno Rea.

1960-io-reporterNel 1960 Ermanno Rea lascia "Vie Nuove" il settimanale del Pci e presta il suo talento giornalistico alla fotografia.  Dalla raccolta delle immagini scattate con la sua Leica da metà anni ’50 fino a metà anni ’60 e dal racconto a posteriori dell’autore napoletano di quegli anni, si compone il libro "1960. -Io reporter" (Giangiacomo Feltrinelli Editore, ottobre 2012, 255 p., 25 euro).

Gli sguardi tagliati dal destino di chi parte e di chi resta, il bacio dell’emigrante, i capelli alti e stirati che sovrastano i tratti partenopei di una giovane, la quotidianità napoletana di un bimbo racchiusa tra un teschio di Purgatorio ad Arco e i fichi d’india, gli scugnizzi e il banco lotto, i volti dei vecchi intagliati dal tempo raccontano la Napoli del dopoguerra. E poi c’è l’Irpinia desolata di asini e donne che hanno l’espressione del sacrificio.
Ma non si arresta Ermanno Rea e passa dai ritratti dei personaggi del comunismo, al volto coperto delle donne l’Algeria, all’Andalusia esuberante della primavera a partire dai costumi da festa e da corrida fino a seguire le orme di Don Chisciotte nella Mancia dei mulini a vento. Parte poi per la Dublino austera e industriale alla Lubecca di Thomas Mann. Per finire con il Giappone, l’India e il Nepal quella che l’autore definisce la “la mia Asia” anche qui sono i volti, gli occhi a impressionare le immagini eleganti. Occhi di bambini e di donne: dalle geishe “spiate” durante il trucco e i corsi di preparazione, a quelli degli “ultimi della terra” che giacciono per le strade di Benares. Il viaggio fotogiornalistico termina in una Katmandu misteriosa e inaccessibile, delle “dee” bambine, prescelte dal popolo, con gli occhi segnati di nero, adorate e segregate.

In tutte le fotografie Ermanno Rea ricerca l’elemento umano nelle sue espressioni più emozionanti, tragiche o tenere: un abbraccio, l’incontro fortuito di due sconosciuti, la stanchezza di due sorelle addormentate su una panchina. Incontra “lo sguardo vuoto della gente” . “Non avevo mai dedicato tanta spasmodica attenzione ai miei simili- racconta-. Cercavo più che le differenze tra diversi paesi, le similitudini nell’umanità. La prima cosa che mi colpì era lo sguardo vuoto e fisso”. L’amore per le storie individuali e i personaggi che raccontano il mondo tipiche del capolavoro “Mistero Napoletano” e negli altri romanzi, sono trasposte nel bianco e nero di fotografie incisive. Non è un caso se “Mistero napoletano” pubblicato nel ‘95, era stato “portato dentro per tanti anni per timore di “non essere all’altezza di scriverlo, perché mi coinvolgeva direttamente”.1960-io-reporter-1

Rea dunque lascia per un tratto il giornalismo, ma non smette di raccontare, semplicemente Rea dopo l'invasione sovietica dell'Ungheria nel 1956 che colpì molti militanti comunisti, come racconta l’amico scrittore Raffaele La Capria: “decide di superare una conradiana linea d’ombra che lo porta a distaccarsi dal partito padre, il Partito Comunista Lascia il partito non per approdare dall’altra parte, ma per diventare un cane sciolto”.
La parola scritta a cui rinunciò è quella della militanza politica, non della scrittura in generale.  All’epoca Rea non condivide il mondo spaccato in due: borghese e comunista, non accetta quella semplificazione. “Rinuncio alla parola scritta- spiega Rea- perché tutto ciò che volevo dire era finito. Una foto può dire molte più cose di una pagina scritta. Una fotografia può essere “letteraria”, ma anche se l’occhio è quello talvolta compiaciuto della forma, l’idea di base è sociale: si vuole portare testimonianza”.
Le fotografie scattate da Ermanno Rea appaiono su “Il Mondo” e altri quotidiani dell’epoca, tuttavia gli originali, affidati ad un’agenzia fotografica scompaiono misteriosamente.
Ecco che l’archivio fotografico da cui è tratto il libro è stato ricostruito con pazienza certosina con le fotografie ricavate dalle pubblicazioni insieme al fotografo Sergio Casella, oltre a quelle conservate dalla biblioteca nazionale di Firenze. Le fotografie ritornate  miracolosamente alla luce, spiega Rea, “riassumono la mia vita”.

Eppure quella passione intensa, corredata da un talento innato, improvvisamente si placa senza un motivo razionale: “L’abbandono della fotografia?- si chiede Rea- Non so dare una risposta, forse ho sbagliato a lasciare. L’urgenza della parola scritta ha vinto la battaglia”. Ecco che Rea appende al chiodo la macchina fotografica per sempre.
Va via da Napoli, “per una sola ragione- spiega- perché a Napoli non si trova lavoro. A tutti i livelli. A Napoli un’editoria vera e propria non c’è. Fare il giornalista è difficile. C’è la partenza, ma c’è anche il continuo ritorno. Di fatto si può andare via fisicamente, non mentalmente”.

Alessandra del Giudice

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