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Lunedì 12 Novembre 2018




Riccardo Polizzy Carbonelli, il Cary Grant di Upas

ferriRoberto Ferri è il personaggio più controverso di Un posto al sole: quando pensiamo che sia felicemente accasato e in pace poi lo troviamo a tradire, macchinare e a fare di nuovo il cattivo. Lo vediamo scontrarsi con Marina, appassionarsi alla giovanissima Vera, fare l’imprenditore senza scrupoli e il nonno amorevole.

Ed è forse per questo che lo amiamo tanto: perché incarna il bene e il male, dà corda alla nostra fantasia e anche al lato più romantico e ingenuo di noi. Riccardo Polizzy Carbonelli che lo interpreta - romano di famiglia napoletana, attore di cinema e di teatro, doppiatore, sposato pure lui a una Marina (l’attrice Lorenzi) – si rivela un po’ diverso dal suo Roberto: più simpatico (anche se non ci vuole molto) e loquace, rispettoso delle classi operaie e brillante come Cary Grant. Punti in comune con Ferri: l’amore per il lavoro e la puntualità.

Riccardo lei ci ha abituati a un Roberto Ferri un po’ altalenante e doppiogiochista. Ora in che fase è?

In una fase protettiva. Si è preso cura di questa giovane rampolla della famiglia Viscardi della quale ha subito una certa fascinazione, mentre lei rivede in lui sicuramente una figura paterna e di successo, il padre che non ha avuto. Ferri  che, come dicono alcuni, non se ne lascia scappare una, non l’ha cercata ma non la rifiuta, è anche lui un po’ appassionato e la protegge perché la ragazza ha delle insicurezze: ha ereditato il patrimonio della zia, lo deve dirigere e non ha né la forza né la pervicacia né le capacità oggettive per farlo. È in lotta anche con i suoi molteplici sentimenti e con il fatto che sia lei l’assassina della zia Veronica, che è stata meravigliosamente interpretata da una carissima amica mia e di mia moglie, Caterina Vertova.

Peccato averla vista in Upas solo per poche puntate.

Averla avuto a bordo anche se per pochissimo tempo è stata veramente una gioia e anche un input. Noi che abbiamo la fortuna di fare questo lavoro per parecchi anni abbiamo sempre bisogno di bravi attori, di artisti che interpretano in maniera magistrale i loro ruoli, perché non fanno altro che arricchirci, sia come attori che umanamente. Quindi quella di Caterina è una perdita, un piccolo lutto vero e proprio. 

Grandi professionisti come voi ci fanno ricordare che dietro Upas c’è un intenso lavoro. È faticoso interpretare Roberto Ferri?

Sicuramente la preparazione c’è come in tutte le cose anche se non la fatica che fa un operaio però per fare l’attore bisogna studiare. Chi ha raggiunto dei risultati in qualsiasi professione e anche in questa magari avrà avuto anche l’occasione piovuta dal cielo ma poi ha dovuto perfezionarsi. Tutte le persone che ho conosciuto in ambito artistico poi si sono perfezionate perché non si può basare tutto sul colpo di fortuna: quelli che restano sono quelli che studiano e si migliorano.

Lei come ha incominciato?

Con il teatro e con maestri straordinari come Gino Bramirei, Anna Mazzamauro, Piera degli Esposti, Giorgio Albertazzi, Salvo Randone, un attore straordinario venuto a mancare all’inizio degli anni ’90, alternando poi al teatro un’ altra mia passione che è il doppiaggio e qualche sortita sporadica nel cinema e in televisione. Poi per quindici anni ho lavorato a Roma nel teatro “Ghione” di Ileana Ghione, meravigliosa interprete teatrale nota anche al pubblico televisivo come protagonista dei grandi sceneggiati Rai (tra gli altri "Madame Curie" e "Ritratto di signora"). Le devo molto e nel suo teatro con i primi ruoli da protagonista ho imparato ad avere tutto “sotto controllo” e a essere responsabile anche di quello che fanno gli altri:  quando reciti dal vivo e non solo davanti a una telecamera, devi trasmettere le emozioni anche all'ultimo della fila e se sei il protagonista riportare il pubblico ad appassionarsi quando lui stesso o qualcuno degli attori  fa abbassare il tono dello spettacolo. È un grandissimo ruolo per cui occorre molta disciplina. Lo studio mi fa essere il più possibile naturale su ciò che devo dire e non sempre è facile, perché a volte ci sono situazioni un po’ forzate perché utili alla narrazione. Il grande Eduardo diceva che la naturalezza e la spontaneità sono frutto  di una grande costruzione e della meticolosità di prove su prove. Grazie a questo sul set c’è l’incontro tra vari stili, generi e pensieri.

Ferri è stato protagonista di storie melo e altre più drammatiche ma non è mai stato comico. Nonostante questo si diverte a interpretare Roberto?

Ho avuto la fortuna di appassionarmi a un lavoro che non mi fa avvertire la stanchezza, in americano si dice “to play”: è il gioco dell’attore. Come Ferri sto vivendo questa seconda giovinezza, perché Giulia Schiavo che interpreta Vera mi fa morire dalle risate e riesce a tirare fuori tutto il bambinesco che c’è in me. È una modalità che non ho mai dimenticato quella del bambino e che, paradossalmente,  in una scena seria ti apre un canale espressivo e  creativo che non ti sarebbe venuto mai in mente in altro modo. Anche con Nina Soldano (Marina) ci facciamo delle matte risate, soprattutto perché molte scene, anche quelle drammatiche, le proviamo come Sandra e Raimondo o Delia Scala e Lando Buzzanca. Riusciamo così a togliere qualche ragnatela che si può formare addosso ai nostri personaggi nel corso degli anni, soprattutto quando arrivi a girare 19 scene al giorno.

ferri e marina

È una responsabilità indossare i panni di un personaggio negativo?

A me piace perché ti fa amare Ferri in alcuni momenti e detestarlo in altri. Le persone che ci seguono continuano per fortuna a schierarsi con i buoni e uno come Ferri crea opinioni altalenanti nel favore del pubblico ma sicuramente in Un posto al sole non c’è un’ esaltazione del cattivo che rischia di creare modelli ai quali i giovani s’ispirano. Prevale sempre il buon senso, un po' come nelle serie americane che seguo e che, per quanto possano essere di cattiva influenza, non riescono mai a creare quel tipo di emulazione.  Ad esempio “Survivors”, la storia di un uomo sopravvissuto ad un’esplosione che, come architetto, faceva parte dello staff presidenziale e in cuor suo sognava un mondo utopistico da costruire attraverso l’urbanistica. Conduce la sua esistenza ispirandosi a buoni principi e alla fine è una specie di Paperino che diventa Presidente degli Stati Uniti.

Però lei lo come lo vede un Roberto Ferri più scanzonato?

Ferri ha dei momenti in cui può essere leggero: non dimenticherò mai l’esperienza che ho avuto con il cagnolino Pipita, che mi ha dato la  possibilità di essere brillante e anche un po’ buffo. Io ho due grandi miti: Cary Grant e Danny Kaye. Grant era addirittura un acrobata, veniva dal circo, mi hanno insegnato la compostezza della risata, mi piace molto far ridere nel garbo, un po’ come era elegante Vittorio de Sica. Mi piace quel tipo di comicità, mi piace l’allusione rispetto alla cosa spiattellata,  per esempio adoro Oscar Wilde come rappresentante di quel tipo di teatro, mi ci trovo molto bene tra quegli aforismi, un po’ più a sfondo drammatico. Anche se al pubblico di Un posto al sole piaci nel modo in cui sei stato cristallizzato. A Ferri non è richiesto essere brillante.

E i temi sociali quanto hanno a che fare con il suo personaggio?

Li ho toccati sempre e anche volentieri però dalla parte negativa. Per esempio nella vicenda degli operai ero convinto di salvare tutto stringendo accordi con la proprietà per cui ero con un piede in due scarpe, anche col trapianto degli organi io ero dalla parte sbagliata. Tante volte alcune tematiche sociali le affronto al contrario perché prevalga chi è buono.

Che tipo di rapporto ha con la nostra città?

Sono quello della mia famiglia che più si è riappropriato del legame con la città, conservo in mente delle immagini struggenti di una Napoli che non è quella delle cartoline ma che mi è entrata nel cuore: per esempio d’ inverno quando piove e con il cielo così scuro vedi il Vesuvio e il mare increspato, mi arriva una commozione dentro che è inspiegabile, ma si spiega solo con la capacità che ha questa città di emozionare. Sarà anche la fortuna di chi fa questo lavoro, di avere un canale espressivo ed emotivo sempre aperto, e io più passa il tempo e più sono legato non solo alla città ma anche alle persone con cui lavoro, ovviamente  ci sono persone con cui leghi di più e di meno, ma comunque c’è rispetto ed educazione perché si lavora per un progetto comune.

Questa questione della serietà la sente tanto, ritorna nelle sue interviste con noi.

Penso che il rispetto sia dovuto, anche alle persone che rendono la tua vita molto più agevole, a cominciare da chi ci viene a prendere e ci porta sul set, a chi ci porta il caffè. Io penso sempre ad arrivare prima non bisogna mai arrivare in ritardo, l’ottimizzazione delle risorse economiche è diventato uno stile di qualità e se non c’è la puntualità ne risente la fiction che invece continua e migliora sempre di più. Avere degli orari simili a quelli di un impiegato mi fa piacere. C’era una nostra attrice che si era definita soap-operaia: è bello pensare a questo aspetto, si è un po’ dei soldatini e a me piace.

Ida Palisi

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