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venerdì 10 Luglio 2020




Principe Azzurro o Ranocchio? No, semplicemente Franco Boschi

peppe zarbo 2Oggi lo vediamo alle prese con Nunzio e in conflitto con Angela, qualche altra volta in scene d’azione con pericolosi criminali. Franco dai mille volti: padre tenero, marito innamorato, eroe un po’ testardo un po’ ribelle.

L’anima nera e l’anima pulita, al tempdo stesso, di Upas. Ci siamo un po’ tutte innamorate di lui (e della sua motocicletta) vent’anni fa, capace com’è di incarnare il Principe Azzurro indefesso e salvatore di fanciulle (poco) indifese, e anche il Ranocchio che chiunque abbia passato la sua giovinezza guardando Un posto al sole, avrebbe voluto emancipare dalla bestialità. Negli anni il personaggio si è evoluto, ogni tanto cede al comico – ma raramente, eh, forse solo quando gli affiancano Guido – però resta, in fondo in fondo, il tenebroso cocciuto di sempre.

E così ci immaginiamo che Peppe Zarbo, che lo interpreta oggi con qualche capello bianco in più (come da copione, però) sia il suo Franco, tale e quale. Nella realtà ci sembra più simpatico e alla mano, ma altrettanto saggio… Forse lontano dal cliché dell’attore da soap, un po’ come lo sono tutti gli altri membri della famiglia Upas. In quella vera Peppe Zarbo vive a Roma, ha tre figli (Sara di 18 anni, Mattia di otto e  Fausto di sette) da moglie nata in Germania di padre sardo… Una che deve essere tosta come Angela. Ma non cediamo al pettegolezzo e andiamo avanti parlando di lui: il nostro amatissimo Peppe/Franco Boschi.

Lei è un po’ l’eroe intrepido di Upas: che effetto fa?

È un ruolo particolare: Franco è un po’ un equilibrista, si muove all’interno di un prodotto che nasce per essere leggero e, allo stesso tempo, si vede protagonista di storie d’azione che niente hanno a che vedere con la linea della serie. Perciò deve riuscire a essere credibile in ruoli diversi. Grazie a questo lato un po’ noir Upas può rappresentare tante tematiche che hanno a che fare con il sociale. Una di queste è il recupero di ragazzi border line con la palestra, dove si innestano poi storie diverse che altrimenti sarebbe difficile raccontare. La parte di Franco riguarda il lato più realistico di Upas.

Quali riscontri ha di questa sua rappresentazione dei temi sociali?

Il discorso sociale in generale è una tematica molto delicata, secondo me perché ha due aspetti diversi. Da una parte ci sono gli operatori che fanno davvero questo lavoro, in silenzio e come se fosse una missione innata dentro di loro. Dall’altra ci sono persone che si sentono in vetrina parlando di sociale, pubblicizzano cose di cui non mi fido neanche un po’… Credo che ognuno di noi debba fare nel proprio intimo del bene, c’è tanta gente che sta male e anche io cerco di fare ciò che posso. Ma quando il sociale fa notizia a tutti i costi un po’ mi dà fastidio, mi desta sospetti. Invece se ognuno di noi facesse una piccola azione vera probabilmente tanta gente starebbe meglio.

Come si prepara a interpretare Franco nella veste di padre?

Prendo esempio dal messaggio che voglio trasmettere ai miei figli nella vita reale. Come facico a educare i miei bambini, a spiegare loro le cose belle che ci sono da fare? È molto semplice: loro guardano quello che fai, non quello che dici, assorbono da ciò che vedono che faccio. Perciò credo che sia giusto far vedere quello che sei. Se sei una persona che agisce con una logica educativa e con drittura morale, i tuoi figli cresceranno bene.

Una responsabilità che sente anche in tivù?

Sì, so di poter lanciare dei messaggi positivi. Ad esempio se in una scena metto il casco e me l’allaccio so di aver fatto un buon servizio. Purtroppo però la televisione come mezzo di comunicazione sta diventando sempre più piccola perché la gente passa la maggior parte del tempo sui social, è lì che si informa rischiando anche di essere in balia delle onde, perché accade anche che notizie false sui social diventino verità. È qualcosa che va al di là della mia esperienza di attore e di ciò che posso o meno comunicare: sono poco “social” e, pur essendo una grandissima invenzione, questo mondo virtuale è anche un mare dove si rischia di annegare.

Franco sta molto con la famiglia: l’hanno persino invecchiato per questo, dopo qualche mese lontano dagli schermi.

Il mio non è un personaggio impacchettao nel domopack ed è bello che questi vent’anni in Upas si vedano anche fisicamente. Poi il pubblico ha reagito bene, lo share è sempre ottimo. Franco si porta sempre dietro la sua storia di personaggio che nasce in ambienti sbagliati e che cerca riscatto, una parte che spesso prevale sulle altre. A volte si fa fatica a seguire le diverse interpretazioni che gli si richiedono ma io immagino la serie secondo una logica da “maratona”, affrontandola con le giuste energie.

Qual è la parte di Franco cui è più affezionato?

Forse alla sua fragilità. Come tutte le persone molto dure, alla fine nasconde una fragilità di fondo che mi ricorda uomini di altri tempi, quando facevano il finto broncio e poi a un certo punto si scioglievano e diventavano fragilissimi e capivi che la loro era solo una corazza. Questa cosa ogni tanto accade a Franco che è uno che sì, sa menare, si sa difendere però poi lo vedi in situazioni domestiche, alle prese con la moglie o con i figli e capisci che, in fondo, c’è questa fragilità.

Siciliano di nascita, romano per scelta: quanto si sente legato a Napoli?

Napoli è cambiata, è migliorata molto. Oggi è un polo culturale, artistico e musicale di livello europeo, è una città del futuro. Mi ha dato veramente tantissime cose, e credo di averle restituite. Sul set mi fermo a guardare il Vesuvio e penso che è una città che amo moltissimo, mi trasferirei ma non l’ho mai fatto per scaramanzia. Roma invece è molto cambiata, è un po’ spenta… Questa lupa la vedo ferita e dolorante, l’hanno massacrata. Ma sono sicuro che si riprenderà, ho molta fiducia nel sindaco: le donne sanno essere motore di cambiamento.

Ida Palisi

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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