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Giovedì 21 Marzo 2019




Fatti non fummo per viver come bruti…

Antonio PennarellaAntonio Pennarella non ti fa parlare. Ha lo stesso carisma del suo personaggio, Nunzio Vintariello senior e se lo avessi qui di fronte sono sicura che non riuscirei a spiaccicare parola. Al telefono siamo andati avanti a monosillabi (miei) e risposte profonde e articolate (sue). Mi sembrava di essere scrutata dallo sguardo del boss che la sa lunga, la sa meglio e sicuramente ne sa più di te.

Quindi dopo una lunga pausa di silenzio, in cui gli spiego (credo) cosa significhi il giornalismo sociale, lui risponde: “Eccoci qua”. Ecco la conversazione. E speriamo che Vintariello in Un posto al sole non tiri le cuoia troppo presto, perché a quanto pare è ammalato però ci piace, ci affascina con quei suoi occhi stanchi, la voce profonda e una faccia che sa di Napoli, dolore e bellezza tutt’insieme.

Eccoci qua. Parlo con il cattivo di Un posto al sole…

Penso alla storia dell’umanità… La famosa scena delle scimmie che cominciano a combattersi nel film 2001 Odissea nello spazio. Lì comincia il male dell’uomo, quando si lotta per la sopravvivenza. Non giustifico la camorra però c’è dietro questo senso di sopravvivenza che bisogna combattere. Non voglio fare del buonismo ma veramente c’è un male oscuro che dipende dalle condizioni della società.

Pennarella lei ha ispirato il personaggio di Pennariello nel libro “Vicaria” di Vladimiro Bottone. Uno cattivo con carisma. Lo sapeva?

Sì me l’hanno detto, e lo vorrei leggere. Anche conoscere l’autore. Vintariello è un boss della vecchia scuola, mi sono ispirato agli atteggiamenti dei capi di vecchia generazione. Con questo non voglio giustificarlo, sennò diventa tutto miele. Però è uno profondamente  buono. Dicevano i saggi orientali che fondamentalmente l’uomo è buono poi è per il percorso della vita che si diventa in un certo modo.

Il pubblico sembra amare Vintariello.

Perché ama il dannato, il tenebroso, la vita fuori dal normale. Guardare un personaggio come Vintariello piace perché ha la parte più adrenalinica della vita, il rischio… Oggi chiunque vorrebbe rischiare solo per vivere un’emozione forte.

Lei che ne pensa?

Io vivo a Porta San Gennaro, una delle quattro porte storiche di Napoli. Se mi affaccio al balcone vedo una realtà diversa da quella che di solito ci fanno vedere nelle pubblicità. Vedo un vicolo, non il mare di Posillipo. Se vedo il mare sono più tranquillo, se vedo il vicolo vedo la tragedia. Essendo nato in un vicolo, figlio di operaio e di famiglia molto modesta, cresciuto tra i vicoli sin da piccolo, ho un’altra visione, un’altra sensibilità rispetto alla vita. Sono portatore di certi sentimenti, di una sofferenza della strada, del quartiere. Di una condizione. Per me è interessante osservare le persone in una condizione che si potrebbe dire di 50 anni fa. In nessuna parte d’Europa si trova il “basso”, a Napoli sì: ci sono ancora persone disagiate e senza lavoro che vivono in una sola stanza. Per cui in una famiglia ci può essere quello che non lavora e fa il delinquente. Se ci fossero un po’ più di attenzione e di responsabilità in questo Paese, sarebbe meglio.

E Vintariello?

Ora ha un male e viene fuori tutta la sua umanità. L’unica cosa che ha al mondo è il nipote Nunzio, il figlio gli è stato ucciso, la moglie non si è mai capito chi fosse. L’unica speranza è che il nipote, cui è legato dallo stesso sangue, lo perdoni.  L’aspetto umano di Vintariello è la condizione sociale per cui si trova a fare ciò che fa. È una cosa molto interessante, molto interiore. Io lo leggo molto dentro, ha un’umanità … è un uomo che soffre, e soffre per le condizioni in cui si trova. Allo stesso tempo porta fuori al pubblico una bella speranza. Io vengo riconosciuto per strada da ragazzini di 16 anni che in me vedono il personaggio e per loro rappresento una speranza.

Oltre al nipote c’è anche Giulia. Sembra quasi innamorato di lei…

Giulia è la fase più colta della sua storia, è quella in cui un personaggio come lui riconosce una morale più elevata. Per Vintariello è una sconfitta non aver studiato, perché ha dovuto affrontare la fame, la ricerca del lavoro. Ha finito per avere la posizione che ha.

Lei com’è che fa l’attore?

Ho iniziato per gioco, facevo imitazioni da piccolo, ero in colonia: andavamo fuori io e mio fratello, a Scauri dalle suore. Poi ho fatto la scuola con Antonio Casagrande e alla fine l’attore come professione. Ho incominciato con il teatro ragazzi: lì non si può mentire, per quanto possa essere un gioco loro guardano più degli adulti. C’è un libro meraviglioso, si chiama “I bambini pensano grande”: lui è un insegnante e racconta tutte le relazioni che hanno i ragazzi in classe. Io ho due figli, un ragazzo di 16 e la ragazza di 14 anni: sento gli umori, li osservo anche con tristezza a volte, quando rimandano un’immagine esteriore in cui non c’è niente di profondo. La comunicazione  non è quella nella foto con maglietta bella, il rossetto… Non è questa l’umanità: è quella che tu hai quando parli con un ragazzo, una ragazza… è più diretta.

Quando dice che si ispira alla vecchia generazione che intende?

Un atteggiamento più filosofico, quello della vecchia generazione che incuteva rispetto. Dobbiamo recuperarla, quella generazione e la tv può fare qualcosa. Oggi c’è molta violenza perché è tutto gratuito.

Alla Gomorra, dove la camorra è sexy?

Non voglio criticare il prodotto “Gomorra”, è molto teatrale, ha un fascino suo e nella preparazione della scena ha un altro linguaggio. Il regista è bravissimo. Il problema è far capire che ciò che si vede non si imita, si deve far capire perché succede. Invece è come se potesse succedere tutto una volta visto in tivù.

Vintariello è ricomparso in Un posto al sole dopo un po’ in cui è stato a lungo protagonista. Ora che farà?

Non lo posso dire, lo sa. Io sono realista. Siamo attori, siamo zingari. Era finito quel periodo nella storia di Un posto al sole e va bene così anche se quando ci si sente un personaggio addosso e lo si deve abbandonare è triste. Io ho fatto altro, il “Sindaco pescatore” ad esempio.  Il mio amico regista Marco Tullio Giordana diceva che abbiamo bisogno della televisione per comunicare la storia, la cronaca di questo Paese. Il cinema è limitato.

Le piace fare parte di Upas?

Moltissimo. Tra l’altro fa formazione di attori giovani e gli fa bene. Studiare la teoria va bene però la pratica è un’altra cosa.

Dicono che il set è come una grande famiglia.

Ho un rapporto straordinario con i colleghi di set. Molto bello soprattutto con Marina Tagliaferri e Peppe Zarbo, gli unici con cui ho una relazione nella storia. Con Vincenzo Messina che fa la parte di “mio” nipote Nunzio mi sono ritrovato. Sta diventando veramente molto bravo. Molto professionale. La cosa interessante è quando un attore pensa: quando arriva il pensiero, vuol dire che c’è, che sta giocando, che non fa tutto in automatico sennò si perde il gusto. Che equivale alla gioia. Massimo Ranieri ad esempio ha ancora tanta gioia, è straordinario. Lo sono andato a trovare: nel camerino era stanchissimo, poi è andato in scena e aveva una luce diversa. Il teatro è terapeutico. Lo farei fare a quei signori che picchiano le mogli: farglielo caprie con un corso di teatro pure amatoriale gli farebbe molto bene perché fa pensare. Quando non si pensa si possono fare azioni sbagliate.

Quindi il male non si deve imitare.

Sa quando scrivono: ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale? Dovrebbero scrivere: questi fatti sono artisticamente casuali e non si devono imitare. Bisogna dire che è un fatto creativo, non reale. Poi i fatti di cronaca ci stanno ma ciò che noi rappresentiamo è frutto della creatività  e bisogna farlo capire.

Ida Palisi

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