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Martedì 25 Febbraio 2020




Bello e dannato: cosa c’è dietro il “Lucignolo” di Un posto al Sole

michele cesari 4Tommaso Sartori: giovane, bello, sfrontato ma anche problematico e aggressivo, incapace di esprimere il dolore che porta dentro se non attraverso l’unico linguaggio che conosce: quello della violenza. Al centro dello sviluppo narrativo della serie, troverà mai il modo per cambiare? Ne parliamo con Michele Cesari, l’attore trentatreenne che gli presta il volto. E che ha saputo trovare il modo di renderlo un personaggio ricco di sfumature.

Droghe, violenza, manipolazioni e intrighi: Tommaso ha fatto uso di tutto ciò nel corso della sua vita. A voler racchiudere il suo carattere e modo di essere in una sola parola, diremmo che è una persona disturbata …

Non so se lo si può etichettare così semplicemente poiché ci sono sì molti di questi aspetti che si propongono in lui, è vero, ma succede quando deve affrontare un rifiuto. Onestamente, però, non mi sono mai fermato a questo: il lavoro che cerco di fare in scena è quello di andare oltre il “cattivo classico”. Tommaso è un ragazzo che ha sofferto, e molto: la sua cattiveria, aggressività e via dicendo non sono gratuite.

Le piacerebbe che questo aspetto avesse più spazio nell’evoluzione delle vicende che lo riguardano, magari mostrando anche una possibilità di recupero o di redenzione? Proprio in questi giorni è al centro di una disputa con Marina (Nina Soldano) ed Elena (Valentina Pace)…

Una piccola redenzione sarebbe auspicabile, quanto meno con se stesso. Ma posso già dire che succederà: tutto quello che sta accadendo nelle puntate trasmesse in questi giorni lo porterà ad avere una maggiore consapevolezza che è già un grande passo avanti.

Interpretare Tommaso comporta, dunque, molte domande e molto lavoro: lei cosa ne pensa degli uomini che si relazionano alle loro compagne in maniera aggressiva o manipolatoria come spesso accade al suo personaggio?

Sono estremamente contrario ad ogni forma di violenza, la ritengo l’ultima forma, l’ultimo stadio che abbiamo per comunicare. Ciò significa che non la considero mai fine a se stessa ma mi interrogo sempre sui motivi che ci sono dietro. Il primo potrebbe essere, ad esempio, che non ci è mai stato insegnata una modalità diversa per esprimere sentimenti controversi come la sofferenza. La nostra società – penso alle strutture familiari ma anche a quanto vediamo attraverso i media o i social network –  ha diffuso poi una violenza ben più sottile e meno identificabile: quella psicologica, che io considero ugualmente pericolosa se non peggio.

Parlavamo dell’ambito familiare ed è forse proprio lì che bisogna indagare per trovare le ragioni di tanti comportamenti aggressivi e violenti. Anche per Tommaso sembra essere lo stesso. Noi lo abbiamo conosciuto già grande, ma lei, nella preparazione per interpretarlo, come ha immaginato la sua infanzia?

Per come ho costruito il suo personaggio, l’ho immaginato come un bambino e un ragazzo che non è mai entrato in contatto con un punto di vista femminile. Nonostante la storia della sua vita sia fortemente incentrata sulla figura del padre, l’ho visto come un ragazzo cresciuto con una madre bambina, forse poco capace di entrare in relazione con l’emotività del figlio. Questa cosa, lasciata poi al padre, non è stata comunque affrontata a dovere. Tommaso è allora un menefreghista, vero, ma lo è perché nessuno gli ha mai insegnato come mettersi davvero in gioco, soprattutto con le donne.

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