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Sabato 4 Luglio 2020




Giulia? Un abito che mi sono cucita addosso

Intervista a Marina Tagliaferri, interprete dell’assistente sociale di Upas

marina-tagliaferriLa voce elegante e accogliente, sfiorata da tratti ruvidi dice già tutto di Giulia Poggi. L’assistente sociale di Upas che dai quartier alti si immerge nella cruda realtà dei vicoli non potrebbe che essere interpretata da Marina Tagliaferri.
“Giulia è ormai un mio alter ego”, racconta la bravissima attrice e doppiatrice romana che ora vuole portare sullo schermo “l’abbandono degli anziani”.

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Marina come vive con Giulia?

Sono dentro a questo personaggio da 16 anni: Giulia è un abito che indosso e che conosco perché l’ho creato io nel tempo. Appena entro negli studi mi viene automatico muovermi e pensare come lei.
Lei un po’ anomala, nasce in un palazzo di Posillipo, ma poi si immerge nei vicoli per aiutare le persone più deboli e povere. Anche se indossa il suo tailleur è disinvolta e sicura come se fosse in jeans. Ha un’origine borghese e sarebbe sciocco camuffarla, ma lotta per quello in cui crede.

Per lei cosa significa interpretare un personaggio con una vocazione sociale così forte?

All’inizio è stata una scoperta approfondire tematiche che non sono sempre così visibili a chi non ne è del settore. Nel centro di accoglienza Giulia ha affrontato tante storie e io ho sempre vissuto la mia interpretazione con consapevolezza.

Anche Napoli è stata una scoperta?

Un ramo della mia famiglia si è stabilito a Napoli nell’’800, ma ne ho perso le tracce; prima di Upas ero stata in tournée a Napoli solo per brevi periodi, poi mi sono stabilita  in città per diversi anni. E’ stata un’esperienza forte: ho scoperto le sue contraddizioni, la sua bellezza e i grandissimi problemi apparentemente irrisolvibili.
Il centro storico è una città dentro la città: cambia anche il modo in cui le persone ti contattano. C’è un’evidente separazione tra i diversi quartieri della città, infatti la prima cosa che ti chiedono è “dove abiti” perché è indicativo del tuo status sociale. A Roma ci sono zone più o meno ricche, ma non c’è questo dislivello.

Giulia è un personaggio positivo, esce indenne agli occhi del telespettatore anche quando tradisce Renato…

Come scrisse un fan “il primo a tradire è stato lui”. Tutte le volte che c’è stato qualche tradimento è stato conseguente a un tradimento di Renato o a una crisi matrimoniale. Quello della fiction è un occhio indiscreto che guarda nelle case, mentre nella vita normale le cose sono solo più nascoste.
Alla fine Giulia e Renato si separano consensualmente e resta tra loro dell’affetto perché li uniscono i figli e la nipotina Bianca intorno alla quale si creano gag tenere. Vogliamo trasmettere il messaggio che al di là delle vicissitudini e delle separazioni i rapporti in una famiglia possono restare puliti, si può restare quasi amici.

L’assenza di due anni dal set è stata una sua scelta?

Il trasferimento di Giulia in Albania è stata una scelta degli autori, un modo per far ripartire da zero un personaggio che era stato protagonista di tante vicissitudini.
Tuttavia credo che l’assenza da palazzo Palladini sia stata un po’ troppo lunga e perciò poco realistica: non si può mantenere il legame con i figli solo con qualche telefonata.

Qual è il caso di cui si è occupata Giulia che è stato più interessante raccontare?

Sicuramente quello della ragazza che partorisce  al centro e che ha un padre violento e alcolizzato. Questa storia colpisce direttamente anche Giulia perché viene contattata dall’uomo che poi la violenta. Subisce il trauma, ma con la grande forza d’animo che la caratterizza si alza e va avanti.

Non trova ingenua la redenzione del camorrista Vintariello?

Vintariello è ormai vecchio, l’unica cosa che gli è rimasta è il nipote adottato da Franco che però lo rifiuta in quanto camorrista. Giulia usa questa leva per coinvolgerlo nelle attività del centro. Per lui sarebbe l’unico modo per riabilitarsi agli occhi del nipote. Allo stesso tempo l’uomo è colpito dal coraggio di Giulia che gli ha fatto una proposta di cui nessun altro sarebbe stato capace.

Lei ha iniziato a recitare in teatro, non la stanca recitare per la tv lo stesso personaggio da tanti anni?

Il teatro era la mia vita, ci ho lavorato 15 anni dopo l’accademia di arte drammatica di Roma. Ho fatto tante tournee a fianco a professionisti come Enrico Maria Salerno, Giorgio Albertazzi, Vittorio Gasmann. Dopo che molti dei grandi sono scomparsi il teatro è peggiorato. Oggi mancano i fondi, sebbene ci siano piccole realtà che resistono. Lo Stato dovrebbe sostenerlo perché se si affossa il teatro si affossa la cultura. Insieme al teatro ho sempre fatto anche il doppiaggio che mi diverte moltissimo e continuo a fare tuttora. Upas è stata una nuova scommessa, diversa ma altrettanto interessante.

All’inizio chiesi agli autori perché non ci dicono cosa accade ai personaggi nel tempo e loro mi risposero: “Lei sa cosa le accade domani?”. È come nella vita, a Giulia accadono sempre cose nuove, perciò non mi annoio.

Marina ha offerto la sua immagine per il sociale…

Qualche anno fa ho girato lo spot sociale “Non spegnere la luce” perla Regione Campaniain cui si divulga la legge che permette alle donne di partorire un bambino in qualsiasi ospedale senza dare le proprie generalità invece di abbandonarlo in un cassonetto. Lasciare un bambino dopo 9 mesi di gestazione dà la misura della disperazione della madre che ha comunque un periodo di tempo per ripensarci. Ho donato la mia immagine con il cuore perché è una campagna in cui credo. Lo rifarei per un altro tema di cui fossi convinta.

Qualche suggerimento per gli autori?

Inserire qualche amico a quattro zampe nella storia, sarebbe un modo per affrontare il tema dei maltrattamenti degli animali e per educare al giusto modo di tenerli. In Italia abbiamo leggi restrittive sul loro accesso nei luoghi pubblici anche perché i padroni non sono rispettosi del prossimo. Invece quando vado in Francia posso portare ovunque la mia Bricca, cagnolina di pura razza bastarda.

Cosa le piacerebbe raccontare dal “suo” centro sociale?

Il mio cuore si spezza quando vedo un anziano solo. Non riesco a tollerare che persone che si sono impegnate tutta una vita, diventate indifese e non autosufficienti, siano abbandonate a se stesse perché povere o senza famiglia.
C’è sempre più indigenza e persone che vivono con zero euro. L’altro giorno ho visto un signore distinto scavare nell’immondizia vicino al mercato, una signora gli si è avvicinata per aiutarlo ma lui, con grande dignità, è andato via. Lo Stato dovrebbe sostenere chi è povero e non può permettersi una badante e gli italiani dovrebbero avere più solidarietà nei confronti degli anziani. Penso a mia mamma, persa due anni fa e a come e alla sua badante ucraina che ha pianto disperata per la sua morte o al badante filippino che aveva accanto mio padre. Si tratta di persone straordinarie che hanno un’umanità e una solidarietà che in Italia abbiamo perduto.

Alessandra del Giudice

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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