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Giovedì 27 Febbraio 2020




Gli Oscar e il racconto di una società complessa

oscar2020Insomma ci voleva l’Oscar per far commuovere Brad Pitt, sopravvissuto al matrimonio con Angelina Jolie, all’abuso di alcol e alla sua eterna bellezza da ragazzino da fotoromanzo, ora finalmente uomo sexy e con qualche ruga. Ci voleva l’Oscar per far inceppare la voce a Joaquin Phoenix, mentre ricorda suo fratello River, morto a 23 anni per un’ overdose: bello e dannato, come nella più abusata delle dicotomie hollywoodiane. Ci voleva l’Oscar per consacrare René Zellweger, che tanto abbiamo amato quando era l’imperfetta, geniale, goffa e straordinaria Bridget Jones, come la più noiosa degli oratori, così noiosa che mentre lei ringrazia, non si capisce bene chi, ti viene voglia di guardare un po’ dell’Amica Geniale, che della noia fa il suo inno.

Ecco ci volevano gli Oscar, ancora una volta, per farci parlare di Oscar e di questo meraviglioso spettacolo, giunto alla sua 92ma edizione, che, come il Natale, appena passato, già ci manca un po’. Perché gli Oscar, checché se ne dica, non sono solo cinema, o meglio, sono cinema che racconta la trasformazione di una società complessa, imperfetta, a volte un po’ cialtrona, spesso incredibilmente illuminata come quella americana. Prima di tutto, perché non è tutto “made in USA”, a partire dai membri, circa 8000, che decidono i vincitori e le vincitrici in ogni categoria. Nel 2019, ne sono stati aggiunti oltre 800, per garantire maggiore inclusività: 50% donne, 50% uomini e 29% persone di colore per un totale di 59 Paesi coinvolti. Alla faccia di tutti i muri, di tutte le Brexit e di tutti quelli che vogliono chiudersi dentro le proprie paure. Certo, il criterio di inclusività strettamente applicato per i nuovi membri, non può, da solo, cancellare la presenza di una “giuria” molto maschile, molto bianca, molto, a volte, prevedibilmente discriminatoria. Come quest’anno, di nuovo, in cui nessuna donna regista (e ce n’erano), è stata riconosciuta come meritevole di nomination, per non parlare dell’esclusione di due che meritavano davvero di essere nell’olimpo di quei nomi, come JLo per “Hustler” e Eddie Murphy per “Dolemite is my name”.

L’Academy almeno, in un periodo di rigurgiti nazionalisti insopportabili, ha assegnato tutte le statuette assegnabili, a “Parasite” mostrando che ormai la frontiera fra “film straniero” e “miglior film” è caduta. Perché ogni muro che si rispetti ha un obiettivo specifico: cadere. Nessun passo clamorosamente falso in quello, non come l’anno scorso quando la statuetta andò al super mediocre “Bohemian Rhapsody” snobbando senza pietà (o ragione) il bellissimo “A star is born” di Bradley Cooper. Dispiace per Adam Driver che avrebbe meritato la statuetta, come Joaquin (“Joker” peraltro è film banalissimo) e per “Little women” e “JoJo Rabbit” film splendidi. Il punto è che anche quando deludono (non quest’anno, almeno non del tutto), gli Oscar sanno stupirti e ti portano sul palco una regina come Janelle Monáe e Eminem. Ed è allora che gli perdoni tutto. E ripensi ancora a Brad, che va immediatamente sul politico attaccando l’amministrazione Trump e che per la prima volta, in questa stagione di premi, ringrazia i suoi figli; a Joaquin che ci ricorda che dobbiamo impegnarci in una causa per difendere i diritti umani, qualunque essa sia.

Soprattutto, ripensiamo, a Natalie Portman, che con un vestito riesce a fare un monologo femminista senza dire una parola, senza essere relegata in quarta serata, senza chiedere permessi a nessuno e, dunque, senza costringerci a imbarazzanti passi indietro.

Angela Vitaliano

di Angela Vitaliano

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