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Lunedì 10 Dicembre 2018




Amiel: dalle violenze a una nuova vita

di Marcella Losco

DONNA DI SPALLE foto Giovanna AmoreCon settanta euro ricevuti come sussidio, Amiel ha comprato una macchina per cucire con cui confeziona vestiti colorati del suo Paese e sogna di riabbracciare i figli rimasti in Africa.

È viva grazie all’aiuto degli operatori umanitari della cooperativa Advantage in Materdei dove è ospite e cuce i suoi meravigliosi vestiti.

Trentasei anni, madre di quattro figli sbarca in Sicilia il 16 aprile 2016, il 19 aprile a Napoli, dopo una lunga traversata dove ha sopportato dolori e umiliazioni che nessuno potrà mai cancellare.  

Dopo la morte dei genitori anziani Amiel, a causa della guerra civile, scappa da Bonoua, Costa D’avorio  e lascia due figli con la zia e gli altri due con il padre. “Vivevamo tutti in una stanza, non avevamo né da bere né da mangiare - racconta Amiel - Mio marito a un certo punto ha iniziato pure a ubriacarsi e a essere violento con me e i bambini”.

A Bonoua la donna conosce un altro uomo con cui decide di andare in Algeria: viaggiano a bordo di un camion dove non hanno né cibo né acqua. Da lì poi raggiungono la Libia, con il progetto di imbarcarsi per l’Europa. Un giorno però, alle cinque del mattino, i miliziani  libici li derubano, maltrattandoli come bestie. Le donne sono trasportate nelle House Connection, le case enormi dove i trafficanti di esseri umani rinchiudono donne e uomini per lunghi periodi prima di imbarcarli sui gommoni. Qui Amiel e altre ragazze subiscono violenza. Nelle House Connection molti migranti per stenti e violenze muoiono prima della partenza.

“Sono stata rinchiusa per tre settimane in una stanza – racconta Amiel - dove hanno violentato me e altre donne. Non avevo diritto di scelta né di parlare, ho cercato di scappare ma i libici mi hanno bloccato, poi improvvisamente, dopo avermi violentato e derubata i miei carcerieri mi hanno lasciato andare. Non ho più visto il mio compagno”.

Dopo molte settimane Amiel è stata imbarcata su un barcone insieme con altre cento persone.

“Nella barca ci hanno dato solo una tanica d’acqua – ricorda - Durante il tragitto ho vomitato tutto il tempo, il viaggio è stato un incubo. Eravamo troppi e la barca imbarcava acqua: abbiamo preso i foulard che avevamo in testa e cercato di assorbirla. All’alba  abbiamo superato le acque libiche e siamo stati soccorsi dai volontari delle ong. Eravamo felici, uniti e pensavamo: niente più razzismo, niente più guerre tra etnie. I volontari ci hanno dato da mangiare e da vestire, poi è arrivata la nave italiana che ci ha salvato. Il giorno dopo siamo arrivati in Sicilia, poi ci hanno messo in viaggio verso Napoli”.

Il triangolo infernale della tratta delle schiave ha come punto strategico la Libia. Il costo del viaggio verso le coste italiane che Amiel e tanti altri migranti hanno dovuto pagare è molto alto e varia a secondo del trafficante che organizza il viaggio. Il trafficher o smuggler in genere è un connazionale che si occupa di organizzare la traversata verso le coste libiche dove, d’accordo con i trafficanti libici, gestisce le partenze.

Nelle grandi città africane sub sahariane i trafficanti avvicinano i migranti interessati al viaggio in Europa nei grandi piazzali degli autobus. In alcuni Paesi, come la Nigeria, le organizzazioni criminali adescano giovani e donne migranti con false promesse e minacciano le ragazze di praticare riti voodoo contro di loro se non accettano di prostituirsi nel Paese di destinazione. Il numero delle donne violentate nelle House Connection è in crescita e il giro della prostituzione aumenta giorno dopo giorno.

Amiel ce l’ha fatta e oggi, con il suo foulard di nuovo nei capelli, frequenta un corso d’italiano, pensa ai suoi figli e al futuro, ma il dolore delle violenze ritorna nella sua memoria e una profonda tristezza traspare sul suo viso.