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venerdì 24 Maggio 2019




Minori violenti e tossicodipendenza

“Ascoltiamoli, sosteniamoli e sanzioniamoli” dice Silvia Ricciardi

silvia ricciardiCon Silvia Ricciardi, presidente dell’associazione Jonathan Onlus che svolge da 20 anni attività a favore dei minori a rischio, minori e giovani adulti dell’area penale affrontiamo il problema dilagante della violenza minorile e del possibile collegamento con le dipendenze. Interessante la riflessione sulla necessità di creare un’area dedicata nei SerD che accolga i più giovani dipendenti da cannabis e droghe sintetiche.

L’attività dell’associazione Jonathan si sviluppa concretamente attraverso: progettazione e gestione di comunità alloggio per minori dell’area penale e civile; ricerca e sperimentazione di modelli e di interventi da inserire nei programmi di prevenzione e recupero a favore di minori a rischio o già in condizione di devianza sociale; inserimento socio-lavorativo dei minori attraverso la formazione ed i Progetti realizzati dall’Associazione (es. Progetto Jonathan-Indesit Company, Progetto Vela). L'associazione inoltre opera sul territorio regionale attraverso tre strutture operative: La Comunità Alloggio “Jonathan” di Scisciano, nata nel 1992; la Comunità Alloggio “Colmena” di Marigliano, nata nel 1998 e la Comunità Alloggio“Oliver” di Scisciano, nata nel 2008, che accolgono minori dell’area penale e amministrativa.

I giovani che arrivano in comunità fanno uso di sostanze stupefacenti?

Quasi tutti fanno uso di sostanze, l’abitudine agli spinelli è quotidiana, alcuni fanno uso di cocaina, altri di amnesia e droghe sintetiche, difficilmente usano eroina. Sono consumatori più che abituali, ma guai a chiamarli “tossicodipendenti”, loro si sentono migliori. Il problema però è a monte perché il SerD è frequentato anche da tossicodipendenti in crisi di astinenza o che assumono metadone in una situazione fisica e psicologica talvolta drammatica che crea un impatto negativo e genera un rifiuto degli adolescenti che non vogliono identificarsi con i “tossici”. Non è un caso che ultimamente un ragazzo di 12 anni sia scappato perché lo abbiamo iscritto al SerD. L’uso delle droghe leggere è sdoganato, per questo non riusciamo a far capire ai ragazzi che le stesse canne possono creare danni usate in quotidianamente e secondo modalità sbagliate. E gli effetti si vedono: i ragazzi che in comunità non possono consumare soffrono di crisi d’ansia, gli manca il respiro. Non lo ammetterebbero mai, ma sviluppano una dipendenza alle canne, tanto che a volte fuggono proprio per questo. Un altro grave problema è quello del gioco: addirittura fanno le rapine per andare a giocare, convinti che possano smettere quando vogliono, mentre questa dipendenza è ancora più difficile da trattare.

Come cercate di contenere i ragazzi?

Facciamo periodicamente test tossicologici. Tuttavia può capitare che nelle attività esterne si possano procurare sostanze stupefacenti, così come è capitato che siano gli stessi genitori e fratelli a portare in dono il fumo ai ragazzi perché nella logica del familiare la canna non è considerata negativa. In comunità i ragazzi si usufruiscono di colloqui psicologici, ma se c’è bisogno di psicoterapie ci avvaliamo di psicologi esterni della Asl, il problema è che la trafila burocratica è lunghissima: si inizia con la valutazione neuro psichiatrica infantile per poi stabilire un percorso. Per un ragazzo per avere la prima data utile per la valutazione psichiatrica presso la Asl Napoli Tre Sud ci abbiamo impiegato 6 mesi. Per lo sviluppo emotivo e cognitivo di un adolescente anche un mese è fondamentale, perdere tutto questo tempo ne va del suo percorso di recupero. Nelle situazioni in cui è evidente una dipendenza o un abuso iscriviamo i ragazzi al SerD dove fanno colloqui di sostegno e chiarificazione, ma il percorso psicologico, si sa, sortisce un effetto solo se c’è accettazione. E la forma diventa sostanza se i ragazzi non accettano di andare al SerD.

Quali servizi sarebbero necessari?

Innanzitutto sarebbero necessari tempi più brevi e ci dovrebbe essere un’attenzione diversa ai minori da parte dei SerD, troppo concentrati sugli adulti, si dovrebbe creare un servizio specifico per adolescenti e giovani che si occupi anche della dipendenza dalle canne. Bisognerebbe far capire che le canne non sono quelle degli anni ’70 in cui si consumavano come rito di gruppo, oggi la marjuana è spesso modificata e i ragazzi fumano tutti giorni, da soli. Va superata l’ideologia e vedere concretamente che danni produce l’abuso di cannabis. Ad esempio abbiamo avuto un ragazzo psicotico che sostituiva i farmaci con le canne fatte con amnesia pensando di curarsi in questo modo.

Secondo lei qual è la ragione dell’abuso di sostanze stupefacenti che si sta diffondendo tra i giovanissimi? Pensa che possa essere legata a fenomeni di violenza?

Fuori della comunità c’è il deserto affettivo, ci sono famiglie disgregate e situazioni al limite. I ragazzi non hanno nulla, non hanno interessi, non hanno valori, lo sballo gli riempie la vita. I ragazzi non hanno prospettive e progettualità, vivono per oggi e per lo sballo, senza un’idea di futuro e senza responsabilità. L’uso degli stupefacenti annebbia, fa perdere il riferimento con la realtà, disinibisce quindi potrebbe esserci una correlazione. I modelli che vedono in famiglia e nel quartiere non in tv.

L’escalation di violenza da parte di bande di giovanissimi a cosa è dovuta secondo lei?

Non c’è nessuna emergenza, è una questione strutturale. Dire che quello che succede a Napoli non succede solo a Napoli o è colpa delle fiction è negare la realtà: il nostro è uno specifico fenomeno culturale, più stressante e radicale che altrove perché determinato dalla cultura camorrista e dal fine di affermarsi con il branco. I nostri ragazzi hanno la particolarità di appartenere a famiglie già coinvolte in affari criminali o che vivono ai margini, figli di una forte deprivazione sociale e culturale, i reati che commettono sono frutto del disagio, della deprivazione, non dell’agio. I modelli che seguono sono quelli familiari, non quelli televisivi. Sono ragazzi che a 17 anni hanno già sparato, già violentato, già rubato. Vorrei dire a tutti quelli che parlano senza cognizione di causa: “Ci avete mai vissuto insieme? Avete mai visto i loro incubi la notte quando urlano nel sonno: “piglia la pistola!”

Come va affrontata la situazione?

La questione minorile si deve affrontare politicamente con programmi di grande respiro, non con progetti a sei mesi e su aree limitate. Le politiche sociali non si fanno col volontariato, ma con i professionisti e con grossi investimenti a lungo termine. Il lavoro in comunità e in carcere minorile è concentrato sul ragazzo, ma bisogna lavorare anche tantissimo con le famiglie e con una scuola che si deve reinventare. Spesso quando segnaliamo  la presenza in comunità di un ragazzo al servizio sociale territoriale ci dicono che conoscono già la sua famiglia. Bisognerebbe arrivare prima che commettano i reati. Un altro discorso che va affrontato è quello della sanzione: si deve scardinare l’impunibilità e fargli capire subito il limite tra lecito e illecito è fondamentale. Se i ragazzi sono diventati molto più feroci è anche perché non hanno più un senso del limite e restano impuniti.

Non pensa che con il carcere si possano marchiare i ragazzi?

La cosiddetta svuota carceri ha sortito effetti deleteri sui minori. Se un ragazzo commette un reato la cui punibilità non supera i tre anni non viene applicata nessuna misura cautelare. Questo significa che anche se fa una rapina non va in carcere, ma viene denunciato a piede libero. Purtroppo i ragazzi nel nostro territorio diventano visibili solo quando vengono puniti. Da noi è arrivato un ragazzo di 17 anni senza licenza media e noi lo abbiamo iscritto a scuola. Significa che prima quel ragazzo e le sue problematiche non erano considerati e presi in cura dalla società. La misura cautelare è un segno che rende chiaro al ragazzo che ha superato il limite e dall’altro gli permette di seguire un percorso che possa mostrargli un’alternativa a commettere altri reati. I ragazzi che non vengono fermati si trasformano in un fiume in piena che rischia di superare l’argine. Quindi dico: ascoltiamoli, sosteniamoli e pure sanzioniamoli. 

Alessandra del Giudice