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La legge deve essere bifronte

Lassaad Azabi spiega cosa c'è dietro la rivolta dei migranti

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Lassaad Azabi, per conto della Coop. Soc. Dedalus dove lavora da tanti anni come mediatore è coinvolto nel progetto di mediazione per minori migranti del Centro di Giustizia Minorile. Nell’ambito del suo ruolo ha incontrato gli otto ragazzi diciassettenni, sei del Gambia e due di Guinea Conacri, che si sono ribellati per le difficili condizioni di vita di una casa famiglia di Caivano minacciando il gestore. Azabi li ha ascoltati e continuerà a seguirli in carcere nel tentativo di farli sentire “esseri umani” perché - spiega- “è quello che è mancato loro”. 

I ragazzi della casa famiglia di Caivano sono stati accusati di aver sequestrato il gestore. Un fatto grave…

Ho spiegato loro la gravità di ciò che hanno commesso. Non erano consapevoli dell’ importanza di ciò che hanno fatto, per loro era un modo di dimostrare il loro disappunto, erano arrabbiati. E’ stato un modo per cercare di ottenere cose che dovrebbero avere di diritto. Il gesto è condannabile, ma va analizzato.

Si è scritto che chiedevano soldi

Il problema di questi ragazzi non è il poket money, si scrive troppo di questo. Il problema è che sono abbandonati a se stessi. Sono ragazzi non abituati a grandi beni materiali, a loro è mancato soprattutto ciò che pensavano di trovare qui: essere considerati esseri umani. Il problema è che non sono stati seguiti come si deve, non hanno avuto ascolto, vestiti, accesso alla scuola. Non c’è stato un vero intervento di mediazione. Basti pensare che quello che doveva essere il mediatore è un ex utente della struttura che cercava di fare da interprete parlando un dialetto simile, ma non uguale, a quello dei ragazzi. La mediazione è un’altra cosa, necessita formazione ed esperienza e serve proprio ad evitare ciò che è successo. Non è il primo episodio e se noi addetti ai lavori non stiamo attenti ne succederanno ancora.

Cosa dice la legge in merito all’accoglienza dei minori?

La legge dà indicazione precisa di seguire questi ragazzi come qualsiasi minorenne. Il minore migrante, essendo non espellibile, ha il diritto ad un permesso di soggiorno temporaneo che può essere convertito in definitivo a 18 anni previo aver svolto un percorso di integrazione che va dimostrato con una documentazione che attesti la formazione scolastica e i corsi professionali. I ragazzi dovrebbero essere affidati ad un tutor che li ascolti e capisca quali sono i loro obiettivi, dovrebbero andare a scuola e seguire corsi di italiano.

Invece cosa accade?

Invece spesso il tutor non lo conoscono, a scuola non ci vanno, non hanno mai un biglietto in tasca per muoversi, non possono permettersi nulla. Non è un caso che i ragazzi di Caivano non parlano l’italiano dopo un anno in comunità: sono stati mandati pochissimo tempo a scuola. In Libia hanno sperimentato la prigionia e la violenza, ma qui, dove si aspettavano l’accoglienza, sperimentano la delusione. Un fatto è non avere nulla, un fatto è “avere il frigo pieno e non poter mangiare”. Ci sono quelli che capitano nelle strutture responsabili in cui vengono seguiti in un vero percorso di integrazione, ma in altri centri non hanno nulla. E’ una roulette russa. Là dove il ragazzo viene parcheggiato senza prospettive il suo futuro è compromesso per sempre. Per un essere umano è lecito sognare un futuro migliore ed è normale stare male se dopo aver sfidato tutti gli ostacoli più atroci, anche la morte. E’ un paradosso che la strada è finalmente libera ma non si può camminare. Se restano bloccati per mesi alcuni ragazzi si deprimono, altri scappano, altri reagiscono con la violenza.

E’ ciò che accadrebbe a qualsiasi adolescente rinchiuso, anche ad un napoletano?

In Italia ci sono tante strutture per ragazzi italiani, ma sono meno improvvisate ed emergenziali, c’è personale preparato sulla pedagogia e la psicologia. Il punto è che i ragazzi italiani almeno hanno i familiari che li vanno a trovare, gli portano affetto, vestiti e ciò di cui hanno bisogno, sono nel loro paese. Per un ragazzo straniero, che non ha nessuno sul territorio, a parte la struttura di riferimento, è difficile vivere in un centro, e lo è ancora di più se non ci sono persone preparate per accogliere un adolescente straniero.

Quali sono le storie di questi ragazzi?

Sono ragazzi che hanno visto i compagni deceduti, la barca affondata, che hanno attraversato il deserto e sono stati maltrattati in Libia. Hanno vissuto tutto quello che non dovrebbe essere vissuto da un adolescente. Infatti hanno sempre gli occhi spaventati. Ma la delusione per ciò che non hanno trovato in Italia è più forte dello spavento. Sono ragazzi che sono partiti con la responsabilità attribuita da tutta la famiglia di trovare il successo per permettere alla comunità di vivere meglio, ma soprattutto il loro sogno è essere trattati come persone. Sentire che per loro era meglio la Libia dell’Italia, nonostante tutti gli abusi subiti, fa riflettere. Penso ad uno dei ragazzi coinvolti nella rivolta proveniente dalla Guinea dove era quasi cieco e grazie ad un’associazione americana, che gli ha fatto un intervento, la sua vista è migliorata molto, ma ha ancora bisogno degli occhiali. Sul barcone ha perso gli occhiali, ma da quando è arrivato nella comunità, nessuno si è preoccupato di rifarglieli.

Molti italiani non vedono di buon occhio la spesa per i migranti e molti associando le migrazioni al terrorismo.

Si parla tanto degli sbarchi, ma non di ciò che c’è dietro. L’Africa è il continente più ricco di risorse al Mondo con la popolazione più povera e non ci si chiede perché. L’occidente continua a prendere le ricchezze dall’Africa e ad andare via. Ora anche la Cina è entrata in Africa e la sta sfruttando. I migranti vengono in Europa per raggiungere le ricchezze di cui sono derubati. In questa prospettiva globale, il problema è come vengono spesi i soldi. Accogliere al meglio chi arriva significa fare il bene di questo paese: ci troveremo con persone competenti che saranno delle risorse per il territorio visto che, tra l’altro, l’Italia è un paese di vecchi. Non è con la repressione che si affronta la migrazione. Se li rimandiamo indietro è peggio. D’altra parte non è con i barconi che arrivano i terroristi. Spesso sono cresciuti in Europa con il rancore, pensiamo alle banlieue parigine. E’ il rifiuto a generare violenza. Oggi si chiama Isis, in futuro si chiamerà in un altro modo, la repressione e l’esclusione possono generare violenza.

Qual è il futuro dei ragazzi di Caivano?

I ragazzi andranno in carcere: tre ad Airola e tre a Nisida, io andrò a fare mediazione cercando di far capire loro la gravità di ciò che hanno commesso. Altri due andranno in comunità poiché non hanno partecipato all’accusa di sequestro. Il punto è che la stessa legge che punisce i minori deve essere coraggiosa e tutelare i ragazzi facendo rispettare i loro diritti e punendo chi non si occupa di loro come dovrebbe.

Alessandra del Giudice