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Tutto ciò che (non) vorreste sapere sulla movida di Napoli

L’avvocato Gennaro Esposito spiega perché: “La tua libertà finisce dove inizia la mia”  

quiete pubblica comitato“La tua libertà finisce dove inizia la mia”: è un principio molto semplice sancito dalla Costituzione. Eppure, a Napoli il diritto alla quiete pubblica sembra una libertà per cui bisogna lottare ogni notte tra l’illegalità degli esercizi commerciali e l’indifferenza delle istituzioni.

Il Comitato per la Quiete Pubblica Napoletana e la Vivibilità Cittadina cerca di dare risposte agli abitanti e sostegno ai  comitati di quartiere che si battono per il riposo notturno. Il presidente, l’avvocato Gennaro Esposito, ci racconta quali sono le situazioni più invivibili in città e come si sta adoperando il comitato per difendere i cittadini. 

Quale è lo scopo del comitato e come si sta adoperando per la difesa della quiete pubblica?

Formalmente nasce a maggio 2016 come ente di coordinamento dei comitati spontanei di quartiere che si battono contro la movida selvaggia: il comitato Bellini-Centro Storico; il comitato  Aniello Falcone e il comitato Bagnoli per la vivibilità. Inoltre aderiscono alcuni cittadini di Chiaia. Con i presidenti dei vari comitati ci riuniamo e stabiliamo che tipo di interventi pubblici organizzare e come sollecitare l’amministrazione e le forze dell’ordine a intervenire. Non è un caso che in seguito alla manifestazione nel centro storico siano state fatte multe per 130 mila euro. Un po’ per paura della camorra, un po’ perché non siamo abituati a protestare per i nostri diritti tendiamo a subire. Siamo arrivati al punto che ci possono fare qualsiasi cosa, il diritto è diventato un’opinione. Invece grazie al comitato abbiamo avuto oltre 600 adesioni e talvolta sono gli stesi avventori dei locali a manifestare solidarietà. Finalmente in piazza scende il popolo, non la gente ideologizzata. Perciò la nostra è un’operazione importante di riappropriazione della città.

Quali sono le situazioni più gravi di disturbo della quiete?

Le situazioni di disagio maggiore sono quelle vissute dagli abitanti di: Chiaia, via Aniello Falcone, piazza Bellini, piazza Bagnoli e via Coroglio. Un solo bar può rendere invivibile la vita ad un intero condominio di un fabbricato a 100 metri di distanza. Nonostante ciò sono state concesse sette autorizzazioni per discoteche sulla medesima via Coroglio. Significa che non c’è visione del territorio e capacità di prevedere uno sviluppo compatibile della città nel rispetto dei cittadini. Il Comune sostiene che la movida crei lavoro, noi riteniamo che si tratti di lavoro precario e sottopagato. In ogni caso la movida crea pregiudizio ad altre attività come quella alberghiera e dei bed and breakfast. Per questo con  Federlaberghi e Abbac stiamo scrivendo un manifesto per la tutela del riposo dei turisti, oltre che dei napoletani.

Il diritto al riposo sembra messo da parte in nome della libertà “rivoluzionaria” alla movida. Ma la legge cosa dice? 

La legge dice che le persone non debbono subire un disturbo da inquinamento acustico soprattutto nelle ore notturne. Lo dice sia il codice civile con l’articolo 844 che dal 1942 vieta le emissioni moleste, sia la legge 447 del 1995. Anche la letteratura medica conferma che l’inquinamento acustico, al pari degli altri tipi di inquinamento, causa un danno alla salute. Ma prima ancora della legge ci sono le regole di buona e pacifica convivenza. La nostra libertà finisce dove inizia quella di qualcun altro: si tratta di un principio desumibile dalla nostra Costituzione.

Le istituzioni che responsabilità hanno? 

La disciplina degli esercizi commerciali è in capo al Comune e in particolare il sindaco della città ha l’espressa prerogativa di decidere gli orari. Prima di de Magistris, il sindaco Iervolino aveva emesso delle ordinanze con orari precisi di chiusura. C’era quindi un tentativo di regolamentazione benché non venisse rispettato. Con de Magistris c’è stata un’impostazione diversa: si è dato libero sfogo a tutti gli esercizi commerciali, senza orari imposti. Il sindaco ha proposto di fare un codice di autoregolamentazione degli esercizi commerciali concordato con i residenti. In qualche caso è stato fatto, ma non mi risulta che siano stati effettivamente coinvolti gli abitanti. Una grave superficialità dell’amministrazione comunale è quella di non considerare i rischi dell’assembramento di tante persone in alcune vie e piazze che determinano una condizione di pericolosità per l’ordine e la sicurezza pubblica, specialmente dal giovedì alla domenica.

Per quanto riguarda le forse dell’ordine, la polizia non interviene mai e quando lo fa dice semplicemente di abbassare il volume senza fare i controlli necessari. E’ paradossale visto che così si commette il reato di omissione di atti d’ufficio.

Ci può fare un esempio concreto?

Penso alla disperazione di una mamma per la movida molesta napoletana di piazza Bellini: alle 23,30 circa del 23 giugno, disperata scende per chiedere agli agenti della polizia di stato e della polizia municipale presenti in piazza di intervenire affinché un balordo la smetta di usare una batteria, con una base musicale sparata da una cassa acustica per la terza notte consecutiva. La mamma mostra agli agenti anche la denuncia fatta il giorno prima. I numerosi agenti anziché intervenire e sequestrare il tutto, essendo in atto la commissione di un reato previsto e punito dall'art. 659 cp, si avvicinano e parlottano dopo di che vanno via commettendo loro stessi il reato di omissione di atti di ufficio previsto e punito dall'art. 328 cp., per non essere intervenuti. Il risultato è stato che una volta andati via il balordo ha continuato fino alle 4 di notte. Si potrebbe pensare che la polizia sia ignorante o collusa. Per fortuna il tutto è stato filmato e pensiamo che questi agenti in seguito al video saranno sottoposti a procedimento disciplinare e penale. Un altro episodio raccapricciante è che a Bagnoli durante la nostra manifestazione un’auto ha tentato di investire il corteo. Anche in questo caso le forze dell’ordine non sono intervenute.

Quale soluzioni propone il comitato alla movida selvaggia? 

Per quanto riguarda gli esercizi commerciali  basterebbe impegnarsi a rispettare le norme di convivenza civile. Noi non vogliamo imporre gli orari di chiusura, anche perché l’orario non pregiudica le norme sull’inquinamento acustico: non è che se chiudi alle due prima puoi fare ciò che vuoi. La norma sull’inquinamento acustico è chiara, ci sono dei valori in decibel che non devono essere mai superati. E il primo fonometro sono le nostre orecchie: per essere a norma la filodiffusione in un locale significa che all’esterno non devi sentire rumore. Se si sente la musica fuori l’esercizio deve essere multato. Quindi ciò che chiediamo è un controllo serio. 

Con il comitato abbiamo notificato al sindaco, al prefetto, al questore, al comandante della polizia di Napoli e al comandante dei vigili  provinciale ben quattro atti di invito e diffida con cui abbiamo significato l’ insostenibilità delle condizioni di sicurezza, ordine pubblico ed invivibilità dei quartieri ben noti alle cronache cittadine per episodi di movida molesta ed incontrollata, con annessi fenomeni di spaccio di droga,  parcheggiatori abusivi, occupazione abusiva di suolo pubblico, evasione fiscale e contributiva e vendita di alcolici a minori.

Quali sono le norme che gli esercizi commerciali sono tenuti a rispettare per non disturbare la quiete? 

Oggi un locale commerciale che ha come attività secondaria la cosiddetta filodiffusione beneficia della semplificazione per le attività commerciali e non deve chiedere più un’autorizzazione per l’impatto acustico, ma deve semplicemente farsi fare una relazione da un tecnico esperto in acustica che certifichi che gli impianti rientrano nei parametri previsti dalla legge (come la potenza e i decibel emessi a porte chiuse).  La relazione deve essere depositata presso il locale e deve essere consultabile dalle forze dell’ordine. Nonostante si tratti di una pratica semplificata difficilmente a Napoli hanno la relazione. Se le forze dell’ordine appurano che il locale non ce l’ha devono avviare la denuncia e il locale per riaprire a quel punto deve chiedere il nulla osta per l’impatto acustico. Se invece un locale è prevalentemente una discoteca o una sala concerti, quindi l’attività prevalente non è più la somministrazione di bevande, ma lo spettacolo pubblico si devono produrre tanti altri documenti tra cui l’autorizzazione del servizio idro-geologico e il nulla osta per l’impatto musicale. Insomma se hai solo una la licenza per somministrare bevande non puoi creare eventi con dj set trasformando il baretto in una discoteca perché così stai infrangendo tutte le regole di pacifica convivenza.

Un’altra questione da verificare è la proporzione stabilita dalla legge tra numero di persone e spazio a disposizione. Inoltre anche se un locale è grande non dovrebbe ospitare un numero eccessivo di persone: se 90 persone producono 100 decibel, quando hai 300 persone schiamazzano significa che devi alzare oltre il limite la musica per coprire le voci. Grazie ai nostri solleciti finalmente si sta diffondendo negli esercizi la cultura della certificazione.

Talvolta il problema per i cittadini non è tanto la musica quanto gli schiamazzi fuori i locali…

Siamo dell’idea di voler risolvere un problema per volta. Secondo noi se elimini l’uso smodato delle apparecchiature elletro acustiche riduci di gran lunga il disturbo e riduci contemporaneamente anche la folla fuori ai locali dal momento che i bar si contendono i passanti proprio a colpi di decibel. Se inizi a fare i controlli sulle certificazioni acustiche e contemporaneamente controlli le licenze per l’occupazione di suolo pubblico hai già risolto gran parte del problema.

Eppure a Napoli spesso le attività sono situate nei bassi o negli scantinati di condomini ad uso abitativo.

Infatti è una caratteristica peculiare di Napoli di locali inseriti in contesti condominiali con prevalente vocazione residenziale. Pertanto l’amministrazione comunale dovrebbe porsi il problema di pianificare le  attività del centro storico, perché se concedi la licenza per 5, 6 baretti hai reso la vita invivibile ai nuclei familiari che abitano in quella strada. Capita anche che dietro un’associazione si nasconda di fatto un locale pubblico e che l’associazione non abbia la certificazione per la filodiffusione. A Napoli anche alcuni beni culturali sono stati adibiti a discoteca con un danno inestimabile al nostro patrimonio monumentale e artistico. E’ il caso di Made in Cloister , chiostro del ‘500 gestito da una Fondazione, che è stato sequestrato dalla procura per presunti abusi edilizi.

 Alessandra del Giudice