L’autolesionismo è un grido di dolore

Intervista alla psicologa dell’adolescenza Carla Buccino

carla buccinoSi è fatto un gran parlare del drammatico gioco on line Blu Whale o Balena Blu che avrebbe causato il suicidio di diversi adolescenti in varie parti del mondo. Al di là del fatto che si tratti di una storia vera o di una bufala, è indubbio che gli adolescenti oggi sono sempre più disorientati e sofferenti e non sempre i servizi pubblici sono in grado di prendere in carico il loro disagio. Con la psicologa Carla Buccino, vediamo quali sono le maggiori cause di disagio e i margini di intervento.

Dottoressa in che ambito lavora?

Oltre a seguire come psicoterapeuta adolescenti e giovani adulti, lavoro presso il centro di riabilitazione GIFFAS di Bagnoli convenzionato con le Asl della regione dove seguo ragazzi in difficoltà anche con disabilità fisiche e psichiche gravi. Ho inoltre seguito diversi progetti scolastici come il cineforum e l’orto terapia. Quest’ ultimo in particolare lavora sul passaggio da oggetti a soggetti di cura rendendo i ragazzi fautori della crescita delle piante. 

Quali sono i maggiori sintomi del disagio?

Stanno emergendo molto i disturbi di ansia sia puri che secondari ad altri tipi di disturbi come i disturbi dell’apprendimento, come la disgafia e la dislessia, che comportano un imbarazzo e uno stress e possono fare insorgere l’ansia. Poi un’altra categoria sempre più diffusa è quella dei disturbi di personalità, in particolare delle personalità borderline, che hanno un problema con il limite, nello stare nei confini sociali e nelle regole prescritte: pensiamo a tutte quelle forme delinquenziali o anche di violenza auto diretta come il “self cutting” ovvero procurarsi dei tagli, che poi è la forma basilare del Blu Whale.

E’ un fenomeno molto pericoloso…

In realtà è molto probabilmente una bufala visto che il programma Le Iene hanno ammesso che non era stato verificato che ci fosse una correlazione tra il gioco Blu Whale e il suicidio dei ragazzi. Tuttavia il fenomeno alla base dell’autolesionismo purtroppo esiste. I ragazzini quando hanno difficoltà ad esprimere il dolore attraverso le parole lo fanno attraverso delle azioni concrete come i tagli o farsi del male in altri modi. È come se sbagliassero il canale di espressione. Il self cutting è molto frequente: solo nella mia pratica clinica su 12 pazienti, 4 hanno comportamenti autolesionistici. Questo  è un fenomeno che spesso si associa all’emulazione del compagno di classe. Attraverso i social si amplifica tutto: le informazioni circolano così velocemente che non si capisce l’informazione da cui si è partiti, ma intanto il fenomeno si diffonde a macchia d’olio.

Quali sono le principali cause del disagio?

In tutte le problematiche psicologiche c’è una concatenazione di cause. C’è una fragilità di fondo del ragazzo o della ragazza nel senso che ognuno di noi ha un proprio corredo psichico, delle risorse interne, che consentono di rispondere in modo più o meno adeguato agli stress ambientali. Questo è unito alla presenza di famiglie più o meno disgregate. Da un punto di vista sociale c’è una crisi dell’adulto che non riesce più ad essere una figura autorevole che sia in grado di trasmettere il senso del limite; i genitori prediligono un rapporto di amicizia piuttosto che conservare un rapporto di sana genitorialità. Certo ci sono poi i singoli casi e i traumi subiti.

Tra questi traumi sempre più spesso c’è la separazione dei genitori visto che la percentuale dei matrimoni che falliscono in Italia è 1/3.

Diversi studi dimostrano che la separazione dei genitori non crea più problemi ai figli della non separazione. Se i due genitori vivono insieme e litigano spesso lo stesso il bambino può subire danni. L’importante è come si affronta il problema della separazione: bisogna dire la verità con un linguaggio accessibile ai bambini, preservando la figura di entrambi i genitori. In generale se in una famiglia c’è almeno una figura di riferimento forte il bambino cresce bene. Quando ci sono due figure deboli là nascono i problemi. Un’altra questione che non ha fondamento e va sfatata è la critica alle famiglie arcobaleno: il punto non è avere due mamme o due padri, ma che possano ricoprire i due ruoli: quello normativo e quello emotivo affettivo. Ad esempio conosco una famiglia con due donne che hanno due bambini molto sereni anche perché il circuito arcobaleno rappresenta una rete di sostegno.

L’abuso di internet può creare problemi psicologici?

La generazione dei trenta-quarantenni fa da spartiacque tra il non digitale e il digitale. I ragazzi di oggi sono nativi digitali, immersi nel virtuale e non sentono la problematicità della questione, non sanno cosa significa stare senza. Tra gli adolescenti c’è un uso enorme del social network in particolare di Instagram, anche più di Facebook perché è un social dove scompare la parola, è ancora più immediato. Nei ragazzini che hanno già di base una fragilità il social può amplificare questa difficoltà, ma nel caso di ragazzi timidi può anche essere una risorsa, un tramite per approcciare la realtà. Ciò che conta è usare il mezzo e non farsi usare dal mezzo.

E’ in crescita anche l’uso di droghe tra giovanissimi, cosa ne pensa?

Si, si stratta soprattutto di droghe leggere, ma il punto è che ne fanno uso i giovani che non riescono a gestire le emozioni e hanno bisogno di questa sorta di anestesia dalla realtà. In questo senso anche la droga è una forma di autolesionismo: la droga spegne le emozioni autentiche, tra cui il dolore. E’ il segno dell’incapacità di stare nelle cose autentiche.

Ci sono disturbi che colpiscono più le ragazze dei ragazzi, come quelli alimentari?

Il disagio psicologico bene o male lo stesso, non ci sono grandi differenze tra i sessi. I disturbi del comportamento alimentare sono sempre diffusi, ma forse un po’ meno che nel passato.

Nei casi in cui ci siano ragazzi senza famiglia, perché ne sono stati allontanati quali servizi possono affrontare il loro disagio prima e dopo la maggiore età?

Ci sono tante case famiglia per i minori, ma per i maggiorenni molto poche e lo stesso vale per i progetti perché i ragazzi sono seguiti soprattutto in età scolare. Dopo la scuola per gli adolescenti non c’è nulla. Bisognerebbe studiare programmi pubblici specifici di orientamento e inserimento lavorativo. Rispetto alle soluzioni dopo la maggiore età l’esperienza di Etica è un unicum.

A proposito di Etica, cosa pensa del gruppo appartamento per ragazze dai 18 anni? E’ possibile che ragazze che vengono da un vissuto difficile possano cavarsela da sole?

Le ragazze hanno diritto di sperimentarsi in un’esperienza di autonomia, ma hanno anche il diritto di essere seguite nel passaggio cruciale dall’adolescenza all’età adulta da educatori, psicologi, assistenti sociali. Il valore di un progetto del genere è mettere in campo una serie di competenze e professionalità diverse per fornire gli opportuni punti di riferimento e dare una risposta specifica ai bisogni: concreti, emotivi, legali.

Come si dovrebbero affrontare i disagi degli adolescenti?

La prevenzione è fondamentale, per questo bisognerebbe promuovere l’inserimento in ogni scuola di sportelli ascolto con psicologi che possano raccogliere il disagio dei ragazzi che altrimenti rimane inespresso perché spesso i docenti non hanno gli strumenti per cogliere le problematiche psicologiche degli alunni. Inoltre bisogna sensibilizzare i genitori a vedere il disagio perché paradossalmente sono gli ultimi ad accorgersi. I genitori non vedono un po’ perché sono abituati ad avere i figli sott’occhio sempre e poi sviluppano una resistenza a vedere la sofferenza del figlio per difendersi dal dolore.

Si può superare il dolore di esperienze particolarmente traumatiche?

Una traccia del dolore resta sempre, il punto è costruire nuove esperienze positive su quel trauma. Lo scopo della terapia è dimostrare che non tutte le relazioni umane sono traumatiche, fornendo un modello relazionale diverso a cui fare riferimento.

Alessandra del Giudice