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Martedì 16 Ottobre 2018




Il teatro è di tutti

Il direttore Ruggero Cappuccio parla del “nuovo” NTFI

ruggero cappuccioUn teatro che include gli ultimi opposto al teatro autoreferenziale. Questa la nuova politica del Napoli Teatro Festival Italia secondo l’autore e regista teatrale Ruggero Cappuccio, direttore in prima linea del Festival. Fino al 10 luglio il Festival proporrà in undici sezioni, 155 appuntamenti, tra prosa, danza, musica, incontri, mostre, proiezioni, reading, laboratori sulle arti sceniche.

Direttore, partiamo da un dato materiale: il biglietto per uno spettacolo del Teatro Festival l’anno scorso costava in media 36 euro, quest’anno costa 8 euro. Questa scelta rispecchia una nuova politica del Festival?

E’ molto semplice. La cultura in Italia storicamente ha avuto sempre moltissime persone incuriosite dai suoi processi che però generalmente non hanno soldi o hanno risorse economiche relative per prenderne parte. Un festival è una vetrina di avvenimenti culturali e una persona può essere interessata a vedere più di un evento. Se un biglietto costava 36 euro chi voleva vedere 10 spettacoli doveva spendere 360 euro e uno studente, un insegnante o una persona che ha un normale stipendio non può avventurarsi in questa spesa.

Poi c’è un’altra ragione: queste manifestazioni culturali vengono realizzate con fondi pubblici che quindi arrivano dalle tasche degli italiani. Perché un cittadino dovrebbe pagare due volte il biglietto? Una volta con le tasse e una volta al botteghino? L’idea è che la cultura sia un servizio pubblico, un diritto, come poter telefonare ad un’ambulanza o ai carabinieri. E’ giusto che ci sia un biglietto ad un prezzo simbolico necessario a creare la perfetta organizzazione del Festival e a stimolare la giusta motivazione degli spettatori. Ma una cosa è il biglietto simbolico, un’altra è rivolgersi esclusivamente ad un mondo autoreferenziale, come avveniva prima.

Va in questa direzione anche la scelta di offrire laboratori gratuiti per giovani attori?

Sicuramente si. Abbiamo organizzato 10 laboratori formativi gratuiti condotti dai protagonisti della scena internazionale come Eimuntas Nekrosius o Peter Brook, che terrà una lectio magistralis su Shakespeare, primo atto un progetto triennale per il quale il regista tornerà a Napoli. Un’altra opportunità per i giovani attori è che quest’anno le mascherine dei teatri non sono figure generiche, ma gli allievi del Mercadante, del Bellini, dell’Elicantropo o di altre scuole di recitazione. Questo significa offrire un piccolo lavoro agli attori e permettere loro di vedere gratis gli spettacoli. D’altra parte gli attori sono in grado di amare il luogo in cui lavorano più di chiunque altro, quindi riescono ad accogliere il pubblico con più entusiasmo e competenza.  

Oggi, nonostante le difficoltà economiche, il teatro può rappresentare una valida scelta lavorativa?

Le strade per gli artisti sono sempre state complicatissime nel nostro paese. Ma negli ultimi 20 anni si sono complicate tutte le strade, basti pensare che se prima laurearsi in ingegneria elettronica dava la certezza di lavorare, oggi non è più così, c’è una difficoltà inaudita in tutti i campi. Perciò credo che nella sofferenza generalizzata, sia bene scegliere la sofferenza a cui si è vocati, quella che risponde al proprio istinto così da far somigliare il nostro lavoro alla nostra personalità.

Il lavoro di attore è valorizzato nel nostro Paese?

Va detto che in Italia c’è un grave problema culturale: l’attore o il musicista viene considerato un hobbista. Non si riesce a far passare l’idea che un’artista sia un lavoratore. Perciò nell’ambito del Festival abbiamo lanciato la provocazione “attori in ventrina”.

In Francia se per un periodo un attore non studia e non lavora lo Stato lo invia a tenere dei laboratori nelle scuole e nelle Università e lo paga. In Italia non ci sono sostegni. In Italia c’è vuoto informativo e formativo intorno a ciò che si muove intorno al mondo dello spettacolo, nonostante ci siano diverse opportunità poco note. Oltre a chi è sul palco c’è tutto il mondo dietro: dal tecnico del suono, al responsabile di palcoscenico, al siparista, al macchinista. Si tratta di figure che in Italia non sono molto professionalizzate e che di solito si formano da autodidatte o in botteghe private, ma che sono molto ricercate.

Oltre al biglietto simbolico è previsto l’ingresso gratuito per pensionati, disabili e per chi dispone di pensione minima. Crede che attraverso il Festival sia possibile avvicinare al teatro un pubblico che normalmente non sarebbe interessato?

E’ molto difficile perché il teatro poiché viene da un cinquantennio di cattive abitudini elitarie: l’edificio teatrale è un luogo che inibisce e allontana. Questa dinamica complica la situazione, ma qualcosa si sta muovendo. Ho ricevuto tante mail, ad esempio dall’agro nocerino sarnese di pensionati che pur non essendo cultori di teatro di fronte al Festival hanno iniziato ad incuriosirsi. L’inclusione dei pensionati o dei senza dimora non si fa aumentando di 100 euro la pensione, ma passa attraverso un messaggio psicologico: “Noi siamo felici che voi veniate”. Quest’anno il Festival offre appuntamenti chiari e precisi, con i quali si vuole trasmettere una certezza: “Noi saremo qui e vi aspettiamo”. L’inaugurazione del Festival con il concerto di Battiato in piazza Plebiscito dove i posti a sedere sono stati dedicati alle persone seguite da 28 associazioni, come la Caritas, la Dedalus o la Comunità di Sant’Egidio, è un fatto del tutto inedito. C’erano vittime di violenza, immigrati, rifugiati, senza dimora. E’ chiaro ciò che dice il Festival: “Diamo un posto in prima fila a chi un posto non lo ha mai avuto”.

A proposito di ultimi e di difficile accesso alla cultura, questo è un problema che riguarda storicamente le periferie della città…

Proprio per questo l’anno scorso nell’ambito del Festival ho ideato e diretto il progetto “Quartieri di Vita”, che ha sostenuto la programmazione di spettacoli e laboratori scenici di 13 teatri, come il Nuovo Teatro Sanità, il Nest di San Giovanni a Teduccio, il TAN di Piscinola nell’area nord, il Trianon Viviani di Forcella, il Teatro Nuovo nei Quartieri Spagnoli. Con questo progetto il Festival è entrato nelle periferie attraversate dal malessere sociale eleggendo i teatri che qui operano ad avamposti di resistenza al degrado, coinvolgendo direttamente una serie di gruppi teatrali impegnati nel lavoro e nel confronto con le emergenze sociali. Per dialogare con le altre realtà italiane ed europee Napoli deve dialogare bene con se stessa e la propria identità e far dialogare tutte le sue parti, quelle centrali e quelle periferiche. In questo senso un dito non vale meno del cuore. Far entrare Nekrosius nel teatro Trianon e farlo incontrare con i giovani significa promuovere un nuovo sguardo. D’altra parte se La Capria non avesse letto Fitzgerald non avrebbe scritto “Ferito a morte”. Dall’incontro con posizioni nuove, nasce un nuovo modo di rileggere la propria identità.

Alessandra del Giudice

Il X Napoli Teatro Festival Italia

Come autore di teatro, Ruggero Cappuccio (Torre del Greco, 19 gennaio 1964) esordisce nel 1993 con l'opera Delirio marginale. Ulteriore prova di maturità la dà con Shakespea Re di Napoli che debutta nel 1994 al Santarcangelo dei Teatri - Festival Internazionale del Teatro in Piazza.

Nel 1997-98 cura per il Teatro di Roma, diretto da Luca Ronconi, la riscrittura e la regia del Tieste di Seneca e delle Bacchidi di Plauto. Ha curato la regia al Teatro alla Scala di Milano di Nina pazza per amore nel 1999 e del Falstaff nel 2001, con la direzione musicale di Riccardo Muti. È anche pubblicista sulle pagine della cultura del quotidiano napoletano Il Mattino. Con La notte dei due silenzi - storia d'amore al tempo del Regno delle Due Sicilie - è finalista alla 62ª edizione Premio Strega 2008. Con Fuoco su Napoli vince il Premio Napoli 2011. Cappuccio attualmente è direttore artistico dell'associazione teatrale Teatro Segreto e dal 2017 è direttore artistico del Napoli Teatro Festival.