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Comunità di Sant’Egidio: 47 anni d’età, 42 in Campania

Antonio Mattone, portavoce partenopeo, racconta

antonio mattoneIl 22 ottobre la Comunità di Sant'Egidio festeggia il 47° anniversario. Con Antonio Mattone, portavoce della Comunità e referente dell’area “Carcere” in Campania ripercorriamo la storia e le ragioni di un’amicizia che in città esiste da 42 anni.

“Preghiera, Poveri, Pace”: queste tre parole, pronunciate da Papa Francesco il 15 giugno 2014 nella Basilica di Santa Maria in Trastevere, hanno sintetizzato meglio di ogni altro discorso la presenza della Comunità di Sant’Egidio nel mondo. E proprio la visita di Papa Francesco alla Comunità, l’incontro con migliaia di giovani, adulti e anziani di ogni condizione sociale, che sono il “popolo di Sant’Egidio” a Roma, è stato l’evento più importante dell’anno appena trascorso. “Qui  – ha detto il Papa citando il saluto iniziale di Andrea Riccardi – si confonde chi aiuta e chi è aiutato”. Nata 47 anni fa, attualmente Sant’Egidio è presente con il proprio impegno a favore dei più deboli in 73 Paesi, con la partecipazione attiva di oltre 60 mila persone, tutti volontari, oltre a migliaia di amici e sostenitori.

Quando nasce la Comunità di Sant’Egidio a Napoli?

L’amicizia con i poveri e con il mondo marginale viene vissuta anche nella città di Napoli dal 1973. Erano gli anni del colera, un fatto gravissimo che era impensabile in una città occidentale. Un piccolo gruppo della Comunità di Roma si trasferì a Napoli e così cominciò la storia di Sant’Egidio nella città che oggi ha il suo punto di riferimento centrale nella chiesa di San Pietro Martire al Corso Umberto.

Come è diventata oggi la Comunità in Campania e di quante persone si compone?

E’ difficile conteggiare i volontari poiché non abbiamo tessere e le persone aiutano a vario livello secondo le proprie possibilità e i propri desideri: il nucleo più strutturato si compone di 200 persone, poi c’è il gruppo delle “scuole del vangelo” che conta altre 200, 300 persone. In totale, considerando anche gli anziani che preparano i pasti, i membri della Comunità sono circa 600-700.
Oggi ci occupiamo, attraverso servizi diversificati, di circa 2000 persone tra anziani, minori, senza dimora, disabili, stranieri, carcerati e rom. Non abbiamo servizi precodificato, ma la risposta che forniamo va nella direzione della domanda di aiuto.

Come è cambiato il bisogno di aiuto negli ultimi anni?

Il bisogno è aumentato e si è diversificato. C’è una povertà sempre più diffusa che colpisce anche le persone che prima avevano un lavoro e lo hanno perso e con esso hanno perso la famiglia, c’è un aumento di stranieri poveri e poi negli ultimi anni si è acuito il problema degli anziani sempre più soli e più malati anche a causa dei ticket a pagamento.
In Campania i senza dimora sono circa 1.200, anche se è difficile fare calcoli perché c’è grande mobilità. Fra loro, il numero di italiani è cresciuto con una media d’età leggermente più alta degli anni scorsi. In Campania la Comunità distribuisce circa 1.500 pasti a settimana raggiungendo 1.000 senza dimora.

Ci sono delle peculiarità partenopee rispetto alle problematiche sociali?

In Campania c’è una grande crisi lavorativa, a cui si sopperisce con spirito di adattamento e attraverso l’economia sommersa e illegale, là dove la camorra arriva dove il welfare manca, come dice Cantone. A Napoli c’è gente disperata che in un modo o nell’altro resiste.

Secondo lei, la Comunità e in generale il volontariato, arriva là dove ci sono le falle delle istituzioni?

Indubbiamente il welfare continua a subire tagli e questo si traduce in carenza dei servizi pubblici, ma è anche vero che la cosa più importante è saper utilizzare al meglio i fondi a disposizione e questo talvolta non avviene. In questo senso non vogliamo fare i censori delle istituzioni, piuttosto interloquiamo e collaboriamo con esse per aiutare il prossimo secondo quello che è lo spirito cristiano. Sui tavoli istituzionali portiamo la nostra esperienza e facciamo delle proposte. Ad esempio, grazie alla nostra conoscenza trentennale della terza età, abbiamo ideato il progetto “a casa è meglio” che aiuta gli anziani a stare a casa loro. O ancora, da sette anni abbiamo avviato il progetto di borse di studio per i bambini rom: alle famiglie che mandano i loro figli a scuola vengono conferiti 50 euro al mese. Attualmente raggiungiamo 60 famiglie con 160 bambini con una percentuale di successo del 90% e ci sono bambini che continuano anche alle superiori. Si tratta di progetti che hanno costi limitati, ma che riescono ad aiutare concretamente le persone.

A proposito dei rom, l’intervento di sgombero dei rom da parte delle istituzioni riceve pareri controversi. Cosa ne pensa Sant’Egidio?

Se i rom di Ponticelli vengono sgombrati, noi perdiamo tutto quel delicato lavoro di contatto che abbiamo fatto per portare i bambini a scuola. Noi non siamo per i campi, ma sgomberare significa soltanto spostare il problema da una parte all’altra. Purtroppo rispetto ai rom nel passato in Campania sono arrivati ingenti fondi che sono stati spesi male, senza risolvere i problemi.

Cosa spinge una persona ad entrare nella Comunità, a fare volontariato in un periodo molto difficile per tutti?

Il volontariato è un discorso molto personale, ma tutti gli aderenti alla Comunità condividono l’idea che l’altro non è mai un utente, ma un amico. Ognuno di noi segue delle persone specifiche e questo fa crescere nel tempo il rapporto di amicizia, il volontario diventa il punto di riferimento che permette di costruire dei percorsi alternativi di vita, ad esempio con i senza dimora e con i carcerati. La Comunità porta una grande ricchezza di affetti, di conoscenze di gioia. Spinge a non chiudersi nel proprio egocentrismo, a relativizzare problemi e a comprendere le dinamiche del mondo esterno in modo più veloce, in poche parole aiuta a vivere meglio. Siamo persone che con simpatia condividono un pezzo di vita. Ci va di farlo e siamo liberi di farlo. Da Erminia, signora di 103 anni che continua a fare volontariato, agli adolescenti che vanno a trovare gli anziani in ospedale, ogni età è buona per aiutare il prossimo e anche chi ha difficoltà economiche o un lavoro precario talvolta dedica parte del suo tempo al volontariato.

La sua esperienza personale come è iniziata?

Sono entrato nella Comunità nel ’78 a 18 anni quando mi sono iscritto all’Università di Economia e Commercio. La spinta ad aiutare gli altri nasce dallo spirito cristiano e dalla sensazione di avere un debito rispetto a chi non sta bene come me. Oggi lavoro in Telecom e dedico il mio tempo libero alla Comunità di Sant’Egidio. I volontari e le persone che seguo sono i miei amici.

Oltre a servizi concreti talvolta si avverte una carenza culturale nell’approccio a chi è “diverso”. Come si può operare per combattere i pregiudizi?

C’è un problema culturale molto grave. Si pensi ai detenuti che si crede di liquidare chiudendoli dietro la porta del carcere, senza analizzare la complessità delle ragioni che li ha condotti a trovarsi lì; oppure alla mistificazione delle migrazioni che si vogliono bloccare non rendendosi conto che non ci sarà mai nessuno capace di fermare persone che scappano dalla fame e dalle guerra, là dove invece bisognerebbe riflettere sui motivi della fuga e pensare ad un’accoglienza che non sia emergenziale. Penso ancora ai disabili relegati ai margini della società e a cui, proprio perché interagiscano con le altre persone, abbiamo dedicato ogni prima domenica dell’avvento celebrando con loro i sacramenti. Ancora penso alla mancanza della cultura del far vivere gli anziani a casa propria invece di mandarli in un istituto.
Rispetto a tutto questo il tentativo della Comunità è quello di proporre riflessioni e risposte sulla complessità del mondo contemporaneo attraverso la produzione di testi e l’organizzazione di convegni scientifici, nonché di creare occasioni ludiche di incontro tra cittadini, volontari ed amici.

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