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Sabato 4 Aprile 2020




Never Too Much Basic: da Napoli la solidarietà arriva dalla moda

MatteoIl marchio si chiama NTMB Never Too Much Basic e loro sono una coppia di stilisti/artigiani/sarti che resiste a Napoli e vende in tutto il mondo. Matteo Paloni, 32 anni e il compagno Davide De Vivo, 30, nella casa-laboratorio dei Camaldoli fino a tre settimane fa progettavano e producevano capi unici, che lanciavano a Parigi nelle sfilate dell’alta moda. Usavano pezzi di scarto dei jeans per fare capi artigianali che hanno indossato star del calibro di Puff Daddy, Junior Cally, Laura Pausini, solo per citarne alcune.

Oggi Matteo e Davide usano la loro arte per fare del bene. Il Coronavirus ha fermato, naturalmente, anche la moda, e loro non ci hanno pensato due volte a riconvertirsi. Non a scopo di lucro, però, perché cuciono per beneficenza. Le loro mascherine sono state già donate a enti caritatevoli e andranno distribuite agli utenti dei centri di accoglienza, ai senza dimora, a chi non ha l’essenziale per vivere, figuriamoci per proteggersi. Matteo e Davide hanno accolto l’appello della Centrale Operativa Sociale e di Gesco ad aiutare chi ne ha bisogno, e lo stanno facendo a modo loro: cucendo, comprando stoffa (di tasca propria), dando istruzioni a sarti sul territorio napoletano affinché ne seguano l’esempio.

Ecco cosa ci racconta Matteo.

Matteo come nasce l’idea delle mascherine?

Da gennaio abbiamo cominciato ad avere le prime avvisaglie che anche nella moda si stesse per fermare tutto. È iniziata l’emergenza del Coronavirus in Cina, abbiamo perso le nostre comande e messo tutto in stand by. A quel punto ci siamo chiesti: che fare? E la risposta è venuta spontanea: aiutare le persone che ne hanno bisogno. Di qui l’idea di produrre le mascherine di protezione individuale.

Beneficenza pura?

Sì, certo! Abbiamo deciso di fare ricorso ai nostri risparmi. Poi la clausura forzata ci evita i costi dello svago: invece di andare a mangiare fuori o uscire con gli amici investiamo quello che avremmo speso, per comprare i tessuti e fare del bene. Possiamo lavorare h 24, abbiamo lo studio in casa e stare senza fare niente, oziare o passare il tempo a guardare film non ci va.

Di quale tipo di aiuto avete bisogno?

Non chiediamo soldi ma una mano: stiamo creando una rete di sarti che si metta a disposizione della collettività. Finora solo  a Napoli ne abbiamo riuniti sette, a parte noi. Mi fa piacere ringraziarli tutti: Alessia Marcello, Cinzia Caruso dell’associazione Bananimation, Diego Meneghini, Claudia Imperatore, Jessica Di Paolo, Rihan Harrabi e Giunia Guerrera.

E noi intanto siamo attivi senza sosta, notte e giorno: non ci affatica produrre mascherine ma non fare niente e vedere che il mondo va a rotoli. Non sono frasi fatte ma vengono dal cuore, dai sentimenti che trasmettiamo in ogni cosa che facciamo.

La stoffa come ve la procurate?

L’ho acquistata io e distribuita ai sarti a Napoli personalmente. Confido però nella generosità anche dei produttori e dei rivenditori, perché credo che ci sia bisogno anche del loro aiuto.

Fino a quando andrete avanti lavorando gratis?

Fino a quando sarà necessario e riusciremo a trovare il TNT. Intanto è inutile fare programmi, perché non sappiamo quando l’epidemia finirà. Anche i colossi della moda hanno annullato le presentazioni di giugno, e noi, come tutti quelli che lavorano in questo mondo, lavoriamo con un anno di anticipo. Al momento tutto è fermo.

davide e matteo

Come vengono prodotte le mascherine?

Lavoriamo in un laboratorio completamente sanificato, con i banchi disinfettati regolarmente ogni volta. Noi stessi indossiamo mascherine e guanti di lattice mentre cuciamo, abiti da lavoro che, quando abbiamo finito di cucire, lasciamo nel laboratorio. Una volta pronte, me mascherine sono lavate con il Napisan e messe ad asciugare sul tavolo di lavoro, per evitare agenti esterni. Quando sono asciutte, le confezioniamo all’interno di buste di plastica che di solito usiamo per i capi di abbigliamento. Con questa procedura riusciamo a realizzarne un’ottantina al giorno. In una settimana ne produciamo circa ottocento insieme agli altri sarti.

Quale modello seguite?

Ho studiato i tutorial on line, con un classico quadrato ripiegato a tre. Sono uguali a quelle chirurgiche ma, invece degli elastici, abbiamo fatto i lacci in TNT così magari si possono lavare e riutilizzare. Sul tessuto spruzziamo il Citrosil spray disinfettante che elimina tutti i batteri.

Ci racconti un po’ del vostro marchio. Eravate sensibili al sociale anche prima di produrre mascherine?

Sì, abbiamo fatto moda sempre con l’idea del riciclo, ancor prima che diventasse un must per tutti. Prendevamo i pezzi di scarto dei jeans, che hanno comunque un cotone molto resistente, e li usavamo per produzioni nuove, come giacche ricamate a mano. Su Instagram ci ha notato un colosso francese della moda, la Faith Connexion, e nel 2017 ci ha commissionato un campionario di dieci pezzi. È stato il boom. Oggi a Parigi ci chiamano i “jeans boys”. Siamo arrivati a produrre 1500 pezzi fatti a mano, sempre chiedendo alle fabbriche  jeans di scarto, cercando di usare meno il possibile materie tossiche, con un lavaggio ecosostenibile dei jeans. Per noi l’attenzione all’ambiente è sempre stato di moda.

Una storia di “resistenza” in città anche prima del Coronavirus allora.

Crediamo in Napoli e non vogliamo spostarci. La difficoltà di fare moda qui è che ti considerano una specie di “scarto dello scarto” ma noi pensiamo che Napoli sia il cuore pulsante di molte attività creative nel mondo. E poi se fai il tuo lavoro lontano dalla città in cui sei nato, dalla famiglia e dagli affetti, non riesci alla fine ad andare avanti. Questo momento di crisi lo sta dimostrando più che mai.

Cosa stavate facendo prima del Coronavirus e cosa farete dopo?

Stavamo disegnando la collezione futura – anno 2021 – da presentare al concorso Vogue che era previsto per giugno. Poi ci siamo guardati in faccia e chi siamo chiesti: ma a che serve tutto ciò?

Dopo? Speriamo di poter ricominciare, non abbiamo paura.

Visto che avete contatti in tutto il mondo con l’alta moda, che appello vi sentite di fare?

Devono dimenticare la moda, il lusso, i guadagni e capire come possono aiutare il mondo che è in difficoltà. Che facciano donazioni a chi ne ha bisogno, mettano le fabbriche a disposizione per cucire i dispositivi di protezione individuale. Facciano qualcosa subito! Così come i grandi produttori della moda progettano le collezioni sei mesi, un anno prima, ora possono attivarsi per tempo per riconvertire una parte almeno delle loro aziende. Nessuno sa quanto durerà lo stato di crisi, intanto si può fare del bene e non rimanere fermi a guardare.

Ida Palisi

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