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Sabato 5 Dicembre 2020




Io positivo al Coronavirus. Meno male che non sono scappato al Sud

testimonianza darioUna storia come tante: una laurea,  il desiderio di una vita tranquilla con la persona amata, la “fuga” al nord Italia, dove ci sono più opportunità.  Nessuno avrebbe potuto immaginare che da lì a qualche anno ci si potesse trovare nelle condizioni di scegliere fra senso civico e naturale nostalgia per la terra d’origine.

Eppure Dario G,  33 anni, originario di Napoli e da quattro anni residente in Provincia di Modena, con un impiego nel settore zootecnico, una scelta l’ha dovuta fare in questo momento di grande instabilità e timori a causa dell’emergenza Coronavirus. Perché - mentre tanto si è parlato di chi è scappato di notte dalle principali città del nord alla volta del sud, mettendo a rischio contagio coronavirus amici e famigliari quando il problema non aveva investito del tutto il meridione -  poco si è detto di chi è restato, soprattutto fra chi poi è risultato positivo al famigerato virus.

Iniziamo da principio. Com’è iniziato tutto?

Venerdì 6 marzo ho terminato la mia settimana lavorativa. I primi sintomi sono incominciati sabato pomeriggio: stanchezza e febbre a trentotto. Ho chiamato il mio medico generico pensando fosse una normalissima influenza ma, essendo la Provincia di Modena già in zona rossa, ovviamente l’allerta anche da parte sua era massima. Mi ha consigliato di stare a casa, di prendere un antipiretico e di vedere come andava. Domenica mi chiama il figlio del mio datore di lavoro per comunicarmi che il padre era stato ricoverato in ospedale e che i medici nutrivano forti sospetti che fosse Coronavirus, sospetto poi confermato dal tampone. Lui aveva comunicato all’ASL  che io, come altri dipendenti, eravamo entrati in contatto con lui. Lunedì 9 ricevo la telefonata dell’ASL e inizia la catena dei controlli  successivi. Intanto io continuavo ad avere febbre alta ed era comparsa la tosse.  Martedì  mi arriva quindi la  mail di notifica della quarantena e mercoledì la telefonata della responsabile per il monitoraggio dei potenziali pazienti in quarantena al domicilio. Per quanto mi riguarda l’ASL di Modena si è mossa con velocità e puntualità: ciò che ha sorpreso me e mia moglie è che, quando ho chiesto più volte informazioni su come dovesse muoversi  lei e regolarsi con il lavoro, mi sia stato sempre detto  che poteva continuare tranquillamente ad andare a lavorare. Mia moglie non aveva febbre e aveva solo un po’ di tosse e per l’ASL avrebbe potuto continuare a svolgere una vita normale. Dopo una riflessione ha deciso comunque di sottoporsi all’auto-quarantena. Considerando che lavora in un centro commerciale, e quindi a contatto con moltissime persone, ha reputato fosse una questione di coscienza. Oggi tiriamo un sospiro di sollievo se pensiamo a come sono andate le cose.

E quindi finalmente il tampone. E i risultati. Come hai reagito alla notizia della positività?

Lunedì 16 mi hanno contattato dell’ufficio igiene di Modena per programmare l’orario per il tampone, che il personale Asl ha eseguito qualche ora dopo a domicilio. I risultati mi sono stati comunicati venerdì 20 marzo, e in quel momento è scattato il rinnovo della quarantena per me e la quarantena ufficiale anche per mia moglie. Ero positivo al Coronavirus. Mi rendo conto di aver vissuto tutta questa storia in una condizione di incredulità, e ancora adesso stento a crederci.

Sei una persona giovane e sana. Eppure questo virus tanto subdolo è stato fatale anche per persone che, almeno su carta,  non erano fra i casi “a rischio”. Ci sono stati momenti in cui hai avuto seriamente paura?

La sintomatologia  non mi ha mai preoccupato: di fatto c’è stata una febbre molto persistente e tosse. Rispondevo bene agli antipiretici e il trattamento con antibiotico ha sortito subito i suoi effetti. Abbiamo cercato di mantenere  alto l’umore. Mi sono sforzato di rimanere calmo anche per mia moglie.

Anche tu avresti potuto, poche settimane fa, decidere di prendere un treno e, in poco più di quattro ore, essere nella tua città natale, a Napoli, in compagnia della famiglia. Oggi sei ovviamente felice di essere rimasto al nord. Cosa pensi di chi ha affollato i treni in partenza dalle principali città del nord “scappando” alla volta del meridione?

Bisogna analizzare la questione da due punti di vista: quello diciamo “umano”, istintivo, e quello più razionale. Io non mi sento di condannare nessuno. Con ciò non voglio dire che approvo il  comportamento di chi ha scelto di tornare alla città d’origine, del resto non l’ho fatto. Ma non si considera che, tranne poche eccezioni, chi si è trasferito al nord lasciando tutti gli affetti a seicento chilometri di distanza, non l’ha fatto con piacere. La maggior parte di noi è qui per necessità, e se avesse potuto non se ne sarebbe mai andata. In una situazione di forte crisi e incertezza come quella che stiamo vivendo ora ti vengono in mente tante cose, pensi che magari non vedrai mai più i tuoi genitori o i tuoi nonni. Senza tenere in considerazione che potresti, paradossalmente, essere proprio tu a mettere a rischio la loro salute. Qui entra in gioco il senso di responsabilità, che è qualcosa che hai o non hai. Irresponsabilità e poco senso del bene comune: l’Italia ne ha pagato il prezzo in passato e continua a pagarlo anche adesso.

Chiara Reale

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