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Mercoledì 19 Febbraio 2020




Memoriæ

1 giornata memoriaNico Pirozzi ci racconta il valore di celebrare il ricordo dell’olocausto

Nato allo scopo di tenere viva la memoria della Shoah e, attraverso di essa, il ricordo delle decine di vittime innocenti del crimine organizzato, il progetto-evento “Memoriæ” è coordinato dal giornalista e scrittore Nico Pirozzi, che lo ha anche ideato. Da quest’anno la premiazione si terrà il 6 marzo, ma intanto il 30 gennaio si celebra il ricordo di alcune famiglie ebree di Napoli deportate ad Auschwitz. Pirozzi ci racconta il valore della celebrazione della memoria e ricorda le famiglie ebree napoletane decimate nei campi di sterminio.

Cosa è Memoriae?

Ho creato il progetto 11 anni fa con l’obiettivo di creare una memoria stabile della Shoa attraverso il ricordo delle vittime, ma anche di celebrare chi all’epoca ha operato per il bene, contro il male. Per questo consegniamo i Magen David d’oro a tre personalità o realtà sociali che, attraverso le loro azioni e/o la loro testimonianza, hanno contributo alla creazione e al consolidamento di una memoria condivisa: il primo premio per la memoria, il secondo per l’impegno civile e il terzo a un familiare di una vittima della camorra. Per 10 anni abbiamo realizzato la cerimonia il 27 gennaio, ed era la manifestazione più importante in città che ricordava la Shoa, ma, visto che negli ultimi anni la giornata si è trasformata in un inno alla retorica e in una passerella di politici, che nulla ha niente a che vedere con il valore della memoria, abbiamo scelto di spostare l’iniziativa al 6 marzo in occasione della “Giornata europea dei giusti”, come sempre al teatro Trianon con circa 500 persone tra docenti e studenti.

Quest’anno assegneremo un premio all’associazione CDEC di Roma, diramazione del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano, il maggiore centro di memoria della shoa che conserva centinaia di immagini, suoni e carte. Il secondo premio per l’impegno civile andrà al Comune di Bacoli eletta città solidale perché ’46 e nel ’47 ha accolto centinaia di ebrei che erano in attesa delle navi che li portassero in Palestina e ha conservato un forte legame col popolo ebraico. Stiamo ancora valutando a quale familiare di una vittima di camorra assegnare il terzo premio, perché purtroppo il ventaglio per la scelta è ampio.

Il 30 gennaio invece c’è un’altra importante manifestazione per commemorare alcune famiglie ebree di Napoli…

Le iniziative si terranno il 30 gennaio, giorno in cui nel ’44 le famiglie furono deportate, dalle 10.45 alle 12, in piazza Bovio dove ci sono le pietre di inciampo in ricordo delle vittime della Shoa e in via Luciana Pacifici, strada del Borgo Orefici dedicata alla più piccola delle vittime napoletane deportata ad Auschwitz a otto mesi, dopo la cancellazione del nome della via Gaetano Azzariti (il magistrato napoletano che, dal luglio 1939 al giugno 1943, rivestì l’incarico di presidente del tribunale della razza). La Comunità ebraica di Napoli ricorderà: Amedeo Procaccia, Iole Benedetti, Elda Procaccia, Loris e Luciana Pacifici, Sergio Oreste Molco, Milena Modigliani, Aldo e Paolo Procaccia, vittime dell’odio e della violenza razziale.

Devo sottolineare che il cambio di guardia all’Assessorato alla Cultura del Comune di Napoli, nella persona della signora Di Majo, ha portato ad un interesse maggiore per gli ebrei morti che per quelli vivi. Voglio ricordare che l’Italia ha aderito alla definizione che l’Istituto di Ricerca sull’Olocausto ha fatto dell’antisionismo paragonandolo all’antisemitismo e dunque al razzismo.

 

Qual è la storia di queste famiglie napoletane?

nico pirozziA Napoli c’era una comunità ebraica vasta, secondo il censimento razziale del ’38 e i criteri generici dei fascisti gli ebrei erano oltre 800, ma probabilmente quelli realmente ebrei erano meno della metà. La comunità aveva come punto di riferimento via Cappella Vecchia dove c’era la sinagoga. Le famiglie Procaccia, Pacifici e Molco dalla prima guerra mondiale vivevano a Napoli e qui si erano sposati, avevano figli, lavoravano (Amedeo Procaccia era lo shamash, sacrestano della comunità ebraica), abitavano a piazza Bovio, a pochi metri dal porto, uno degli obiettivi più colpiti dalle bombe quando a Napoli nel ’43 gli inglesi e gli americani sperimentarono atrocità di cui si parla poco come i bombardamenti a tappeto e la guerra psicologica. Così nell’estate del ’43 le famiglie di ebrei di Napoli scapparono in Toscana e a Viareggio dove furono riconosciuti e denunciati da altri italiani e trasferiti nel campo di internamento ai Bagni di Lucca da cui poi furono spostati a Milano e da là il 30 gennaio del ’44 partirono per Auschwitz dove giunsero il 6 febbraio. In quel convoglio furono trasferiti oltre 600 ebrei tra cui Liliana Segre. Probabilmente Luciana che era troppo piccola non arrivò viva a destinazione.

Stasera e domani presenterà l’ultimo libro“Salonicco 1943. Agonia e morte della Gerusalemme dei Balcani” a Napoli: stasera da “Io ci sto” con Titti Marrone e Miriam Rebhun e domani alla libreria Mondadori al Vomero. Come mai ha scelto di raccontare proprio la realtà di Salonicco?

Salonicco è una città molto particolare. Gli ebrei ci arrivarono in seguito all’espulsione dalla Spagna con il decreto di Alhambra nel 1492. È l'unico esempio conosciuto nella diaspora ebraica in cui una città di tale grandezza ha conservato una maggioranza di popolazione ebraica per più secoli e rappresenta un modello di pacifica convivenza tra tre principali religioni monoteiste: ebrei, cristiani e islamici. Con la prima guerra mondiale si mettono in crisi questi rapporti: nell’aprile ‘41 i nazisti arrivano a Salonicco e fanno credere che non succederà nulla, ma nel ‘42 organizzano le deportazioni e in 147 giorni cancellano 400 anni di storia. In questa tragedia c’è anche una nota positiva perché gli italiani diedero prova di grande generosità distribuendo falsi certificati agli ebrei per metterli in salvo e così ne salvarono centinaia. Non ho ancora avuto la possibilità di presentare il libro a Salonicco perché non c’è più il consolato italiano, ma andrò all’istituto di cultura italiana ad Atene.

Intanto sta lavorando ad un nuovo libro, ce ne vuole parlare?

Il nuovo libro è sulla “grande menzogna” ovvero su chi e cosa si sapeva della Shoa negli anni in cui si consumava, in Europa e nel mondo. Sto ricercando i canali principali di passaggio di informazioni: il Vaticano, la Croce Rossa, la Svizzera il Regno unito e gli Stati Uniti. Fino dal ‘41 c’erano notizie reali pubblicate sui giornali in Svizzera, mentre in Germania le deportazioni erano rappresentate in modo positivo. Ciò che ho voluto capire è perché chi sapeva non è intervenuto. Per quanto riguarda i paesi belligeranti, il Regno Unito, che ha condizionato Stati Uniti, non voleva avere problemi con gli arabi in Palestina che si schierarono con la Germania di Hitler, per quanto riguarda gli altri paesi neutrali, come la Svizzera, fecero finta di non sapere per non avere problemi con i nazisti.

ADG

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