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Lunedì 18 Novembre 2019




Jamal alla fine delle scale

jamalCon un rapido movimento del polso Jamal raccoglie ciò che resta sul marciapiede fra foglie, cicche e cartacce. Tutto finisce nella paletta e da lì al grande sacco che giace alla fine della scalinata. Un'ultima occhiata soddisfatta al lavoro ben fatto, prima di iniziare a raccontare come ci è finito dalla Repubblica Democratica del Congo ad un angolo di strada nei pressi di piazzetta Cariati.

Quando e come sia partito e arrivato in Italia dal suo villaggio del Nord Kivu rimane intrappolato nella nebbia di stralci di racconti sovrapposti e contraddittori, perché Jamal è troppo educato per dirmi “questo non voglio raccontarlo” e, al tempo stesso, timoroso di svelarmi i dettagli di una parte della sua vita. Dal passato in Africa fa un blazo al presente in Italia, con una grande ellissi che decido di rispettare. “Le guerre africane sui giornali fanno poca notizia. Voi qui ne sapete ben poco. Fra guerriglieri e epidemie muoiono i due terzi della popolazione” mi spiega in un misto di Inglese e Italiano. I vestiti dismessi e il lavoro umile di spazzino indipendente del quartiere non mascherano i suoi modi eleganti e la sua cultura. Jamal è un ragazzo che ha studiato. “Fra i gruppi di guerriglieri alcuni sono affiliati alle rete di Al Qaeda. Fanno razzie nei villaggi, stuprano e costringono i bambini ad arruolarsi. Se vuoi vivere devi andare via: questa è l'unica cosa certa. Come e dove sono dettagli”. Jamal tenta in tutti i modi di farmi capire, nella mia limitata comprensione si cosa sia l'istinto di sopravvivenza tipica di chi è nato e vissuto nella parte fortunata del mondo, cosa spinge i migranti a mettersi in mare, a diventare ostaggi e a rischiare torture, annegamenti e, se tutto va bene, l'odio della gente. “L'incertezza del destino è l'unica scelta alla sicurezza della morte. Vedi cadere tutte le persone intorno a te, tua madre, tua sorella, tua moglie e tuo figlio, e ti chiedi solo quando arriverà il tuo turno. A quel punto decidi di giocarti tutto e di provare a vivere. Alla disperazione vice l'istinto di sopravvivere, sembra una cosa folle ma è così”. Gli chiedo della sua esperienza in Italia, se oggi si sente al sicuro e di come vede il suo futuro. Quando gli chiedo del futuro mi invade un senso di vergogna e di colpa, e penso a quanto tutti i miei dubbi siano inconsistenti paragonati ai suoi. “Prima di arrivare a Napoli sono stato in Calabria e in Puglia. Ho raccolto i pomodori e le arance per 10 centesimi ogni dieci chili. Ero schiavo, lo eravamo tutti. Poi un amico mi ha detto che sarebbe venuto a Napoli e avrebbe provato a fare come il fratello, che fa piccoli lavori di  imbianchino e di manovale nel campo dell'edilizia. Mi ha chiesto se volevo andare con lui e ho detto di si. Oggi faccio questi due lavori – indica la scopa e la paletta all'angolo della strada – Quando serve faccio l'operaio, ma nei periodi di poco lavoro pulisco le strade di Napoli. Ci sono persone pagate per farlo ma non lo fanno bene. Mi piace questa zona, le persone sono gentili e apprezzano il mio lavoro. E riesco a racimolare ogni giorno una piccola somma: insomma, non vado mai via a mani vuote”. Come se fosse fatto apposta, passa una ragazza al cellulare, prosegue dritta, poi, come se si fosse dimenticata qualcosa, torna indietro e lascia una moneta nel vaso di plastica posto alla fine delle scale. “Ciao Jamal, ” gli dice sorridente. “Ormai le persone del posto mi conoscono e mi salutano. Alle signore anziane porto anche la spesa. Ma non voglio mai soldi per questo. La gentilezza viene dal cuore e non ha niente a che fare con la necessità. La gentilezza non si paga”.

Chiara Reale

“Le Storie dei Vicoli di Napoli” saranno accompagnate dal contributo fotografico della fotografa Viviana Rasulo.

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