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Martedì 20 Agosto 2019




La pena non dovuta

Il calvario Poggioreale: sovraffollamento, mala sanità, personale insufficiente

Poggioreale carcereTre persone morte in tre giorni, due di queste suicide. È la punta dell’iceberg della situazione drammatica che nel carcere di Poggioreale si vive quotidianamente. Troppo spesso denunciata, mai risolta. Antonio Mattone responsabile dell’area carcere della Comunità di Sant’Egidio di Napoli spiega che in prigione l’emergenza è la normalità.

Lo afferma, nero su bianco, l’Art. 27 della Costituzione: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Ciò significa che la punizione per un reato consiste nella limitazione della libertà e non dovrebbe prevedere sofferenze accessorie quali vivere in uno spazio sovraffollato, non avere diritto alla ricreazione e alla rieducazione o addirittura non essere curato. Tutte queste condizioni non contemplate dalla legge sono invece, nei fatti, la norma a Poggioreale. Carcere simbolo della crisi carceraria.

La Corte europea dei diritti umani, con la sentenza Torreggiani (ricorsi nn. 43517/09, 46882/09, 55400/09; 57875/09, 61535/09, 35315/10, 37818/10) dell’8 gennaio 2013 con decisione presa all’unanimità condannò condannato l’Italia per la violazione dell’art. 3 della Convenzione europea dei diritti umani (CEDU) ovvero per il trattamento disumano dei detenuti. “All’epoca Poggioreale abbassò il numero dei detenuti da 2900 a 1800. Ora sono aumentati di nuovo fino a 2300, 2400 quindi c’è un sovraffollamento di ben 800 persone: come se il carcere di San Vittore fosse inglobato dentro Poggioreale, ma con lo stesso numero di operatori e di personale di polizia in sottorganico di oltre 200 unità”, spiega Antonio Mattone, responsabile dell’area carcere della Comunità di Sant’Egidio di Napoli e autore del toccante libro “E adesso la palla passa a me” (Guida Editori) nato dalle sue esperienze al servizio dei carcerati con tutto il loro carico di solitudine ma anche di riscatto. Mattone ha un contatto diretto con i detenuti più volte a settimana sia per i colloqui individuali, sia per la catechesi, sia per gli eventi di gruppo che la Comunità organizza sia a Poggioreale che a Secondigliano.

La salute a rischio in carcere

“Una delle problematiche più frequenti è quella del disagio psichico – racconta Mattone -. Molte patologie psichiatriche insorgono perché non si regge il peso della carcerazione soprattutto in presenza di fragilità psicologiche pregresse, ma anche per le condizioni abitative: il sovraffollamento e il caldo. Gli psicologi già sono pochi e hanno contratti di collaborazione temporanea e invece vedono aumentare le persone da seguire. Di fatto con la chiusura degli Opg il carcere è divenuto una sorta di manicomio perché solo i casi molto gravi vengono trasferiti nel reparto di osservazione psichiatrica. Ogni Asl ha un reparto di questo tipo e per la Napoli 1 si trova a Secondigliano e ha solo 16 posti. Ciò vuol dire che tutti i casi borderline o non apparentemente gravi restano nel carcere normale”. Ma anche chi in carcere presenta un problema fisico spesso deve aspettare mesi per essere ricoverato e spesso sviluppa patologie croniche. “L’unico reparto clinico per i detenuti presso il San Paolo – continua il responsabile di Sant’Egidio - è un luogo terribile. L’estate di due anni fa un detenuto si bruciò la faccia perché l’impianto dell’ossigeno obsoleto andò in corto. Fu salvato dal piantone. Quasi non si parlò di questa tragedia”.

Solo parole, ma nulla cambia

Proprio un paio di settimane fa prima delle tre morti che sono avvenute a Poggioreale a cavallo tra giugno e luglio c’era stata una rivolta dei detenuti per un compagno che non stava bene. “Non solo non si è fatto nulla per il detenuto- afferma Mattone-, ma dopo la rivolta non c’è stata alcuna reazione da parte delle istituzioni, se non il suggerimento da parte di un politico di far fare i lavori forzati ai detenuti che avevano sfasciato il padiglione. Là dove i lavori forzati sono stati abrogati dalla legge Zanardelli 130 anni fa. Non va giustificata la violenza, tuttavia andrebbero indagate le motivazioni alla base del malcontento e andrebbero prevenuti atti del genere con il miglioramento delle condizioni di vita in carcere. Poggioreale non può avere tutti questi detenuti e permane in una situazione di degrado strutturale. Andrebbero rimodernati i reparti obsoleti e andrebbe ripensato il sistema della salute”.

antonio mattone

Più carcere meno misure alternative: la ricetta dell’insicurezza

Il problema del sovraffollamento, attualmente, si potrebbe risolvere solo con il ricorso alle misure alternative. Certo si potrebbero costruire altre carceri, ma al di là dell’investimento economico immane, pare che il carcere sia la misura che meno risponde al bisogno di sicurezza della città perché sono invece proprio le misure alternative (ad esempio detenzione presso la propria abitazione, lavori socialmente utili e reinserimento lavorativo) ad assicurare un minor tasso di recidive. Diversi sono gli studi in questo senso ad esempio quello del 2007 elaborato dall’Osservatorio delle misure alternative del Dipartimento dell’amministrazione della polizia penitenziaria che segnala che nel 1998 furono scarcerate 5.772 persone e che 3.951 di queste si trovavano di nuovo dentro nel 2005: quasi il 70% era tornato a delinquere. Sempre dai dati elaborati dal ministero emerge che la percentuale dei recidivi invece era scesa invece al 19% se si considerano i detenuti in misura alternativa. Un altro dato interessante messo in evidenza dall’associazione Antigone nel 2018 è quello relativo alle revoche delle misure alternative per commissione di nuovi reati, che raggiunge solo lo 0,74%, rispetto al totale.

“La scelta politica è il grande ricorso alla carcerazione – spiega Antonio-. Prima di questo governo era in procinto di passare una riforma di Orlando che incrementava le misure alternative, ma la sinistra del PD non ha avuto il coraggio di approvarla, quindi il nuovo governo l’ha affossata e oggi c’è una chiusura in questo senso là dove le statistiche ci dicono che i detenuti ritornano in carcere di meno quando scontano la pena con le misure alternative. È chiaro che un detenuto che si trova a uscire dal carcere all’improvviso senza aver riorganizzato il suo futuro avrà più difficoltà di reinserirsi e quindi più probabilmente tornerà a delinquere. Mentre le misure alternative favoriscono il reinserimento graduale nella società. Un altro grave problema infatti è che ci sono pochi progetti di lavoro per i detenuti ed ex detenuti. Creare sicurezza significa fare in modo che quando un detenuto esce dal carcere non ci torna più”.

I migranti, detenuti di serie B

“Il numero dei migranti in carcere è diminuito- conclude Mattone -. Va comunque ricordato che spesso si tratta di persone che non hanno una casa e una famiglia e che quindi non possono accedere alle misure alternative. In carcere, proprio perché non hanno familiari che li vadano a trovare, versano in condizioni di grande povertà e disagio. Fa riflettere anche il metro di giudizio diverso che viene utilizzato per giudicare i reati asseconda se si tratti di italiani o migranti. Qualche giorno fa ha scatenato polemiche la notizia che Doina, la ragazza rumena che nel 2007 uccise una donna italiana in metropolitana durante una lite ha scontato la sua pena. Doina ebbe una condanna a 16 anni e ne ha scontati 12 per buona condotta. È invece passata quasi sotto silenzio la vicenda di Alessio, un ragazzo italiano che nel 2010 uccise una donna rumena con un cazzotto per una lite a causa di una fila dal tabaccaio, dopo averla insultata in quanto rumena e aver ferito un’altra donna peruviana. Il ragazzo fu condannato a 8 anni e dopo 4 anni è uscito dal carcere. Due storie analoghe dunque, ma asseconda della nazionalità cambia l’atteggiamento. Stiamo vivendo un’ondata populista e giustizialista che fa scuola, che crea consenso, ma non risolve i problemi reali”.

Alessandra del Giudice