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Mercoledì 23 Ottobre 2019




Morire di lavoro

Walter SchiavellaDi sicurezza e precarietà sul lavoro parliamo con Walter Schiavella, segretario generale della Camera del lavoro metropolitana di Napoli.

Si chiamava Felice Nunziata, 72 anni, di Cimitile, l'uomo morto il 17 luglio all'esterno dell'azienda Idav-Ambrosio di Striano, schiacciato dal rimorchio dell'autoarticolato mentre stava scaricando le sue forniture per l'azienda dolciaria. E’ la seconda persona vittima di lavoro in Campania negli ultimi giorni: la settimana scorsa Salvatore Caliano, di 22 anni è morto cadendo da un lucernario in un condominio in via Duomo dove stava lavorando per guadagnare pochi euro. Per una tragica fatalità è scomparso sempre il 17 luglio Angelo Serra, operaio di 46 anni travolto da alcuni tubi metallici nella zona industriale di Olbia. Il giorno prima, il 16 luglio a Roveredo in Piano, Andrea Fellet, un operaio di 53 anni è morto schiacciato da una lastra di metallo di alcuni quintali.  Il numero totale dei decessi sul lavoro nel 2018 arriva a 399 (34 in Campania) secondo i dati raccolti dall'Osservatorio indipendente sulle morti sul lavoro di Bologna che segnala un’inesorabile crescita nell’arco del decennio. Abbiamo incontrato Walter Schiavella, segretario generale della Camera del lavoro metropolitana di Napoli per chiedere delle ragioni e le possibili soluzioni all’immane tragedia delle morti sul lavoro. 

Altri quattro morti sul lavoro in pochi giorni. 

Fermo restando che qualsiasi commento non può rispondere al dramma delle singole vite. Questi casi segnalano una situazione inaccettabile che, dal momento che si ripete nel tempo, indica che qualcosa non funziona. Da troppo tempo il tema della regolarità e della sicurezza ha perso la sua centralità a seguito di una serie di fattori che hanno concorso ad allentare complessivamente l’attenzione. La crisi economica, a partire dal 2008 è stata presa come pretesto per destrutturare il sistema di controlli e di regole e diminuire l’efficacia delle sanzioni immaginando che la sicurezza fosse un costo aggiuntivo. Abbiamo assistito ad un processo di progressiva riduzione dei diritti e delle tutele là dove la sicurezza non può e non deve essere considerata un costo, ma la condizione essenziale del lavoro. Queste morti vanno a testimoniare l’urgenza improcrastinabile di cambiare rotta.

Eppure negli ultimi anni si è parlato di un calo delle morti bianche….

Si è pensato che il problema fosse in diminuzione per effetto della crisi, perché con meno ore di lavoro accadevano meno tragedie, quindi il numero assoluto in alcuni anni è diminuito, ma se si considerano le morti in proporzione alle ore lavorate il numero è in crescita costante. Noi abbiamo sempre denunciato che con la crisi c’è stato un abbassamento dei livelli di garanzia e di sicurezza che ha portato all’incremento degli infortuni mortali.

Quali tutele e sanzioni assicura oggi la legge?

Le leggi ci sono, ma non sono applicate, andrebbero moltiplicati i controlli e inasprite le sanzioni. Basti pensare che 1/3 dell’economia è illegale e la situazione nel Mezzogiorno è ancora più grave. Là dove l’economia sfugge al fisco e alla legge, si lascia spazio alla tragedia.

Perché le persone accettano condizioni di lavoro pericolose?

Tanti giovani vedono azzerato il proprio futuro, costretti ad accettare condizioni di lavoro folli imposte da una competizione al ribasso. Il caso del giovane di Napoli o dell’operaio schiacciato dal masso a Carrara raccontano il dramma di un lavoro che non c’è, la solitudine nella quale vengono lasciati tanti giovani lavoratori precari e instabili, l’incertezza di una ripresa economica che continua a tenere lontano il Mezzogiorno dal resto del Paese, l’insufficiente capacità delle istituzioni di controllare, prevenire e reprimere l’illegalità. La regolarità e la sicurezza del lavoro sono i due lati di uno stesso fenomeno che può essere affrontato solo in termini complessivi. Dove c’è il lavoro precario, c’è l’insicurezza, dove c’è il lavoro irregolare e l’insicurezza spesso si nasconde l’economia illegale.

Crede che basti attualizzare gli uffici di collocamento per creare nuove opportunità di lavoro?

Il lavoro oggi non c’è e non si crea inventando il lavoro connesso al bisogno, c’è invece bisogno di lavoro connesso alla qualità nei servizi pubblici, nell’innovazione e nella ricerca, nell’ambiente. Tutti questi settori vanno rilanciati con diverse politiche di investimento con un ruolo centrale dello Stato a sostegno del mondo produttivo. La scarsa produttività è legata all’assenza di competitività del sistema lavoro. Basti pensare ad esempio, per Napoli ai trasporti, alla tutela della qualità ambientale, alla logistica, tutti elementi che se fossero qualitativamente validi oltre a creare opportunità di lavoro in se, sarebbero fondamentali per riavviare il sistema produttivo generale. L’investimento da fare è nel migliorare la qualità dei servizi pubblici che consentirebbero la crescita delle singole imprese. C’è poi un problema generale del Mezzogiorno che non vede colmato il suo gap a causa di politiche nazionali che non lo rimettono al centro della strategia di sviluppo del Paese.

Cosa sta facendo la Cgil per sensibilizzare sul tema della sicurezza sul lavoro? 

Siamo alla presenza di: una Regione che non si rende conto dell’importanza della Città Metropolitana, una Città Metropolitana che non si occupa della pianificazione e un Comune che è alle prese con le difficoltà bilancio frutto sia del deficit sia di errori di organizzazione.

Insieme alla Uil abbiamo rilanciato una vertenza che richiama tutti i soggetti responsabili, dall’Inail, alla Città Metropolitana, al Comune, alla Prefettura per definire una rete di soggetti istituzionali che rendano più efficace il sistema di controllo e repressione. Abbiamo inoltre già sottoscritto un protocollo sulla sicurezza degli appalti col Comune di Napoli. Sosteniamo inoltre una piattaforma unitaria per lo sviluppo dell’area metropolitana che deve mettere al centro questi temi.  

Alessandra del Giudice

Reportage

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