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Giovedì 21 Novembre 2019




Beni confiscati a Napoli: il comodato d’uso e altre questioni aperte

beni confiscati alla mafiaLa Campania è la seconda regione in Italia per beni confiscati dopo la Sicilia. Sono 2651 gli immobili in Campania ancora in gestione all’Agenzia e dunque da destinare e 1906 sono stati destinati. In Provincia di Napoli sono 977 gli immobili destinati di cui 249 solo a Napoli. Ci sono poi le aziende: 548 ancora da destinare in Campania e 158 già destinate di cui 92 destinate in Provincia di Napoli e 37 a Napoli.

Ma come vengono gestiti i beni confiscati qui da noi? Ecco i pareri divergenti di Fabio Giuliani, dell’associazione Libera, e Ciro Corona, presidente della cooperativa (R)esistenza anticamorra.

Tra i nuovi progetti campani virtuosi Fabio Giuliani, Referente regionale dell’associazione Libera Contro le mafie cita quello della Masseria Ferraiolo sottratto agli Esposito ad Afragola: 13 ettari di terreno che vengono coltivati con un occhio di riguardo al coinvolgimento delle donne vittime di violenza. Il bando è stato vinto da una rete di realtà sociali capitanata dal Consorzio Terzo Settore cui aderiscono tra gli altri la Cgil e la Cooperativa Giancarlo Siani. Parte del terreno è suddiviso in piccoli orti sociali e coltivato dai cittadini.

Uno dei problemi più annosi del riutilizzo sociale dei beni confiscati è la ristrutturazione dei beni stessi a carico degli enti gestori, per questo molto spesso le cooperative cercano dei bandi per ottenere i fondi necessari dal momento che difficilmente le banche concedono il credito per beni che sono in comodato d’uso. “Ad esempio la masseria Ferraioli è tra i progetti beneficiari di un ingente finanziamento del Pon Sicurezza dedicato proprio ai progetti migliori realizzati sui beni”, spiega il referente di Libera. Un altro esempio virtuoso è quello della cooperativa della Sartoria Sociale Made in Castelvolturno gestita da donne vittime di tratta e realizzata a Castelvolturno dalla cooperativa Altri Orizzonti insieme all’associazione Jerry Mashlo. “Il Comune di Castelvolturno- continua Giuliani - ha una quantità incredibile di beni ancora da assegnare, basti pensare all’intero parco Allocca con 56 villette di cui 36 confiscate. Siamo su un territorio degradato ma ricco di potenzialità in cui i beni confiscati possono rappresentare un volano di sviluppo e ci sono tante realtà sociali che hanno idee avvincenti e risorse umane piene di energia, ma il solito problema è avere a disposizione ingenti fondi per rendere i beni funzionali, per questo probabilmente va pensato un progetto complessivo che parta dalla creazione di un’ampia rete sociale in funzione della riqualificazione del territorio”.

USO SOCIALE BENI CONFISCATI

“Libera non gestisce i beni confiscati- precisa Giuliani -  ma si occupa della promozione e della valorizzazione dei beni. Cerchiamo di costruire reti sociali forti ogni volta che c’è la possibilità perché è fondamentale coinvolgere quanti più soggetti sociali attivi per assicurare che la progettazione e la gestione riescano al meglio. Crediamo che il modo migliore per assegnare un bene è lanciare un’evidenza pubblica”.

Made in Castelvorturno

Il Regolamento comunale dei beni confiscati a Napoli 

“I comuni hanno l’obbligo di pubblicare l’elenco è una responsabilità dirigenziale - spiega Fabio Giuliani - ma a onor del vero solo il 22% dei comuni della nostra Regione pubblicano l’elenco e spesso non fanno altro che copiare l’elenco dell’Agenzia senza aggiungere i dettagli dell’ente gestore e del progetto sociale realizzato su quel bene. Uno dei comuni più virtuosi è quello di Napoli che realizza per i beni da destinare quasi sempre il  bando e ha un ottimo elenco sul sito istituzionale con i beni e tutti i dettagli che lo riguardano tra cui la finalità di riutilizzo sociale e il soggetto gestore. Infine l’assessorato competente al Welfare di Roberta Gaeta ha chiamato i soggetti gestori dei beni per la costruzione partecipata di un Regolamento comunale dei beni confiscati che stabilisce la modalità di assegnazione degli stessi.

LA PROCEDURA DI DESTINAZIONE

Punto centrale e bollente della discussione  è la durata del comodato d’uso: può andare dai 3 anni fino ai 20 o 30 anni a seconda che si tratti di un appartamento per un progetto sperimentale o di un terreno agricolo. C’è chi ha sollevato la polemica sull’impossibilità di investire su un bene per un affido di 3-5 anni e vorrebbe che nel regolamento fosse stabilito un affido decennale indipendentemente dal progetto. Si tratta di una polemica fasulla perché se la realtà sociale presenta un progetto che necessita di un tempo più lungo il Comune può attribuire un comodato d’uso anche di 30 anni. Non sai in partenza cosa trovi: se hai un bene già in buone condizioni e vuoi realizzare un progetto sperimentale è inutile averlo in affido per dieci anni se magari ti rendi conto che dopo un anno il progetto è fallimentare. Troppo spesso la polemica del tempo viene usata come elemento per giustificare i propri limiti: invece di prendermi la responsabilità dei propri errori affermo che non ho avuto tempo. Se invece il progetto funziona si hanno tutte le possibilità di prolungare la gestione: dal tacito rinnovo ad un ulteriore bando con carattere di premialità per chi ha gestito quel bene in precedenza. Chi si lamenta del comodato d’uso ha accettato quelle condizioni, e deve quindi avere le competenze per valutare se può farcela o meno. Vanno bene gli aperitivi nei beni confiscati, ma che siano a completamento di un’attività di lavoro e di sviluppo basata su competenza e formazione dei lavoratori”.

Ad aver sollevato la questione dell’inserimento nel Regolamento comunale per la gestione dei Beni era stato Ciro Corona, presidente dell’associazione (R) esistenza anticamorra che gestisce l’unico bene agricolo della città di Napoli e uno dei più grandi della Campania: La Selva Lacandona dove c’è un frutteto e un vigneto dove lavorano detenuti in misura alternativa, 2 persone con contratto a tempo indeterminato e 8 con contratto a tempo determinato da maggio ad ottobre.  “Il Regolamento che gestisce l’affidamento dei beni confiscati prevede un affidamento di tre anni più tre, noi siamo stati fortunati e l’abbiamo avuto per sette anni - racconta Corona-. Ma un bene agricolo per andare in produzione impiega più di tre anni. Solo l’anno scorso abbiamo piantato più di mille alberi nuovi e se devo mettere su una cooperativa devo assumere delle persone non posso cacciarle poi dopo 3 anni. E’ illogico che io investo e poi viene qualcun altro e sfrutta il lavoro che ho fatto. Gli alberi da frutta vanno sostituiti dopo una certa età e ad esempio parte del pescheto che aveva malattia delle radici si è dovuto sostituire, i limoni sono morti per le gelate e abbiamo capito che data l’altezza qui non stanno bene e poi se parte degli alberi sono stati bruciati dalla camorra non è colpa nostra: l’importante è che la gente del posto ha spento le piante, significa che sente quel terreno come suo. Produciamo marmellate, frutta fresca, vino, ortaggi e avvieremo la produzione di pomodori per l’inserimento di migranti e abbiamo sempre il pienone quando organizziamo iniziative come la Pasquetta o gli aperitivi sociali. La commissione dei beni confiscati è venuta ad ottobre e ci ha valutato positivamente. Io sono per il controllo dei progetti, per me dovrebbero venire anche ogni sei mesi, l’importante è che la durata del comodato d’uso dia la possibilità di investire”.

Alessandra del Giudice

 

L’uso sociale dei beni confiscati alle mafie 

La nascita di Libera, cartello di associazioni contro le mafie, proclamata nel dicembre 1994 da Don Luigi Ciotti coincide con una petizione popolare lanciata dallo stesso Ciotti per raccogliere un milione di firme per destinare a uso sociale i beni confiscati ai mafiosi e ai corrotti. Nel 1996 quella proposta di legge promossa da Libera, con più di un milione di firme raccolte, viene approvata in Parlamento e diventa la Legge 109/96 - Disposizione in materia di gestione e destinazione di beni sequestrati e confiscati. Da allora la società civile vince una battaglia importantissima contro le mafie. Confiscare i beni ai mafiosi e riutilizzarli per scopi sociali significa da un lato distruggere il potere pervasivo delle mafie stesse, dall’altro creare sviluppo ed occupazione in territori che le stesse mafie hanno deprivato di opportunità di crescita pulita. Da allora sono centinaia le associazioni e le cooperative assegnatarie di beni in Italia, che si occupano di inclusione e servizi alle persone, di reinserimento lavorativo, di formazione e aggregazione giovanile, di rigenerazione urbana e culturale, di accompagnamento alle vittime e ai loro familiari. Secondo la legge del contrappasso spesso là dove la mafia ha tolto dignità alle persone i progetti sociali impiantati nelle ex enclave mafioso la restituiscono: pensiamo a centri ricreativi per i giovani nelle aree in cui giovanissimi vengono assoldati dai mafiosi per i propri affari o progetti di reinserimento lavorativo di ex tossicodipendenti o carcerati. La storia amministrativa dell’assegnazione dei beni confiscati ha vissuto diverse tappe evolutive: dal passaggio della gestione da parte del Demanio alla creazione di un’agenzia apposita, da un elenco comunale di associazioni e cooperative che potevano concorrere all’attribuzione di un bene confiscato all’utilizzo sempre più frequente del bando pubblico nel caso del Comune di Napoli. (AdG)

 

La procedura di destinazione dei Beni Confiscati 

Dopo oltre 20 anni dalla legge 109  grazie all’Agenzia Nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata istituita con decreto-legge 4 febbraio 2010, n.4 , convertito in legge, con modificazioni, dalla legge 31 marzo 2010, n. 50, con sede principale a Reggio Calabria e sedi secondarie a Roma, Palermo, Milano e Napoli gestisce in modo chiaro e trasparente i beni sequestrati e confiscati ai mafiosi. Grazie al progetto OPEN Re.G.I.O l’Agenzia Nazionale pubblica in modo costante e continuativo l’elenco sia dei beni confiscati che non ancora assegnati, che quelli destinati ad uso sociale nonché tutte le informazioni sui bandi e le assegnazioni in atto. I beni una volta giunti a confisca definitiva diventano proprietà dello Stato e poi o restano nel patrimonio dello Stato oppure all’interno dei nuclei di supporto istituiti presso le prefetture si decide l’assegnazione agli enti locali: in prima istanza al Comune in cui è situato il bene e poi se il Comune non è interessato alla Provincia o alla città Metropolitana o alla Regione.  A sua volta l’ente locale può decidere se gestire direttamente il bene oppure se assegnarlo in comodato d’uso gratuito a termine per uso sociale ad associazioni e cooperative che abbiano i requisiti stabiliti dalla legge oppure se lanciare un bando ad evidenza pubblica per la medesima assegnazione. La sede regionale della Campania dell’Agenzia per i beni è a Castel Capuano presso il palazzo di giustizia. (AdG)

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