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Mercoledì 18 Luglio 2018




Cronaca di un fallimento preannunciato: persi 7 milioni per il Villaggio rom

di Alessandra del Giudice

campo rom 2I Fondi Europei assegnati alla Regione Campania per creare un Villaggio attrezzato per i Rom sono stati persi per sempre, la denuncia dell’europarlamentare Andrea Cozzolino scrive un dossier che ripercorre le tappe di un fallimento preannunciato, del quale con Napoli Città Solidale ci siamo occupati fin dall’inizio.

Quella del “Villaggio rom” è una brutta storia iniziata ben 10 anni fa e conclusasi ad inizio agosto con la scadenza definitiva dei termini per utilizzare circa 7 milioni di euro che la Comunità Europea aveva stanziato per il progetto. La vicenda passata inosservata in estate torna alla ribalta con il dossier scritto dall’europarlamentare Pd Andrea Cozzolino.

Il progetto per un Villaggio abitativo per i rom del Comune di Napoli, allora diretto dalla Iervolino, fu ammesso a finanziamento dalla Giunta Regionale, il 17 dicembre 2009, con risorse Por-Fesr 2007/13, per 7.016.000 euro. Prevedeva 78 unità abitativa quadrifamiliari, per un massimo di 450 persone su un’area di 19 mila metri quadrati. Nel 2011 viene eletto Luigi de Magistris e a ottobre 2012 in una nota l’assessorato alle Politiche Sociali di Sergio D’Angelo sul progetto del campo che avrebbe consentito di costruire alloggi per 350 persone su 700 rom che abitano il campo di Cupa Perillo chiariva: “nel selezionare i rom si darà priorità alle famiglie numerose o che vantano una permanenza sul territorio più antica, a quelle con la presenza di bambini, disabili e anziani.  Tuttavia ci stiamo attivando per reperire un altro finanziamento che consentirebbe di costruire un villaggio gemello per i restanti 350”. Nel 2013 l’assessorato alle Politiche Sociali passa da Sergio D’Angelo a Roberta Gaeta e l’11 marzo 2014 con una delibera di giunta approva un nuovo progetto. Ecco che entrano in campo quattro associazioni in difesa dei diritti dei rom: Chi rom e Chi no, Associazione 21 luglio, ERRC e OsservAzione che scrivono alla Commissione Europea chiedendo attenzione sul progetto che “viola le norme anti discriminazione” infatti i due elementi del progetto che non rispondono ai requisiti europei sono appunto: la segregazione spaziale e la mancanza di un programma integrato. Le associazioni inoltre chiedono con urgenza al Comune di Napoli di rispettare i parametri legali europei e nazionali non costruendo un altro campo segregante e scegliendo di fornire invece a tutti gli abitanti dei campi informali di Cupa Perillo soluzioni abitative accessibili supportando l’inclusione abitativa con misure specifiche in settori chiave quali l’istruzione, la salute e il lavoro. L’assessore Gaeta risponde che il progetto “non è la soluzione ideale, ma è una risposta a condizioni di vita inaccettabili”.

Il 12 agosto 2014 la Commissione Europea solleva dei dubbi rispetto al progetto, ma non compie alcun atto formale. Il 4 febbraio 2015 la Commissione replica poi ad una seconda lettera, chiedendo all’Autorità di gestione dei fondi di effettuare una verifica. Non tarda ad arrivare la risposta dell’Autorità Por-Fesr che il 16 marzo 2015 allega una relazione in merito al crono programma aggiornato degli interventi del Comune. In questa lettera si specifica che mentre Palazzo San Giacomo, a fine 2014, assicurava che il progetto sarebbe stato messo a gara di lì a poche settimane, il 23 gennaio trasmetteva un progetto carente dove: manca la variante al Piano regolatore, per la quale non risultano acquisiti il parere del Genio civile e quella della Provincia di Napoli; manca il completamento delle procedure di esproprio della parte di terreno non comunale; il cronoprogramma risulta incompleto; infine gli edifici destinati alle attività ludiche e all’assistenza - originariamente previsti - non sarebbero stati realizzati, se non in una fase successiva. Cosa sia accaduto negli ultimi tre anni non è chiaro, fatto sta che è oggi è troppo tardi. Il tempo necessario alle tempistiche di cantierizzazione non sono coerenti con gli “orientamenti di chiusura della programmazione”. Il 10 agosto le risorse sono definitivamente disimpegnate. “Questa storia la seguiamo dal primo progetto messo in piedi dall’assessore al Welfare Riccio che iniziammo subito a contrastare perché era un lager. Poi continuammo con dei tavoli di concertazione quando era assessore D’Angelo e infine proseguimmo con la Gaeta. Inoltre mettemmo in piedi un progetto partecipato con la comunità rom di ricerca e azione mettendo a disposizione tempo e competenze di professionisti in modo gratuito, tra noi anche il professor Laino e padre Pizzuti. Non solo i nostri suggerimenti non sono stati recepiti, quanto, alla fine siamo diventati il capro espiatorio del fallimento del progetto del villaggio. In realtà i fondi sono andati persi per la mancanza di una serie di adempimenti burocratici e per la lentezza amministrativa”, racconta Emma Ferulano dell’associazione Chi rom e chi no che fa parte del Comitato  Abitare di Cupa Perillo, il coordinamento che riunisce le associazioni più impegnate nel rivendicare il diritto all’abitare dei rom.

La situazione dei rom oggi. La triste vicenda del “villaggio fantasma” torna a far discutere alla vigilia di Natale allorquando, dopo quattro mesi dall’incendio del campo di via Cupa Perillo, le famiglie sono ancora ospitate in condizioni precarie nell’Auditorium di Scampia. Mentre ancora non è stata trovata una soluzione stabile per i rom dello sgombero forzato di Brecce Sant’Erasmo di aprile 2017. Complicata anche la convivenza pacifica tra napoletani e rom.

“La situazione a Scampia è molto triste- continua Ferulano del comitato Abitare di Cupa Perillo-, dopo l’incendio, 47 persone sono ancora nell’Auditorium senza il minimo servizio di accoglienza e al freddo infatti siamo noi delle associazioni a farci carico a turno dei pasti. Intanto la bonifica non è ancora partita e l’ipotesi di trasferimento alla caserma Boscariello di Miano non sembra plausibile sia perché non è stata ancora allestita sia perché i rom non ci vogliono andare. L’unica cosa che probabilmente si farà sarà allestire una tendopoli con la Protezione Civile nel solco dell’affrontare il tema come un’emergenza, mentre si tratterebbe di tutelare i diritti umani di persone che, tra l’altro, abitano da 20, 30 anni a Napoli e che si trovano ancora in situazioni di estrema precarietà. Basti pensare alla situazione del Campo Comunale, un ghetto dietro il carcere di Secondigliano o agli abitanti della scuola Deledda di Soccavo, considerata un modello, ma che in realtà doveva essere una soluzione temporanea e invece è una situazione di accoglienza cronica. Intanto i 250 rom rimasti a Napoli dopo lo sgombero di Gianturco stanno occupando l’ex mercato ortofrutticolo di via Marina e hanno fatto una battaglia per l’allaccio dell’acqua, mentre altri 200 sono stati messi nel nuovo campo dietro il cimitero in una situazione vergognosa.  Da anni affermiamo che questa storia che riguarda comunque numeri piccoli, potrebbe essere sistemata con pianificazioni personalizzate con un minimo di volontà politica”.