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Mercoledì 11 Dicembre 2019




Dossier Regionale sulle Povertà della Caritas 2017: invito improrogabile all’azione

di Alessandra del Giudice

mensa caritasUna Campania sempre più vecchia, dove non si fanno figli o si riesce a stento ad andare avanti con tagli su alimentari e medicine, a discapito della tutela dei diritti umani, in primo luogo di quelli dei bambini. Questa l’amara fotografia delle famiglie napoletane del Dossier Regionale sulle Povertà della Caritas2017 che invita le istituzioni all’azione.

E’ emblematico l’incipit del Dossier Regionale sulle Povertà della Caritas 2017, che riporta il messaggio di Papa Francesco per la Giornata dei Poveri:“Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità” (1 Gv 3,18). Queste parole dell’apostolo Giovanni esprimono un imperativo da cui nessun cristiano può prescindere. La serietà con cui il “discepolo amato” trasmette fi no ai nostri giorni il comando di Gesù è resa ancora più accentuata per l’opposizione che rileva tra le parole vuote che spesso sono sulla nostra bocca e i fatti concreti con i quali siamo invece chiamati a misurarci (…)”. Volutamente chiaro e incisivo per il 2018 l’invito della Caritas all’azione concreta, come si espliciterà nell’ultimo capitolo della ricerca attraverso una serie di proposte, alle istituzioni locali che sembrano continuare a guardare inermi lo sfascio delle famiglie campane.

I dati raccolti dai Centri di Ascolto delle Caritas diocesane, fotografano una Regione sempre più misera, che invecchia anno dopo anno: i 2/3 delle famiglie che si rivolgono alla Caritas vivono con meno di 500 euro al mese e nell’80% dei casi hanno un solo figlio minore. La problematica più comune è la povertà economica (62,1%) seguita dalla problematica lavorativa (51,3%). Del resto la condizione occupazionale più diffusa tra coloro che si sono recati ai CdA campani è quella di disoccupato, dato che riguarda il 66,6% del totale, ovvero esattamente due su tre persone. Un dato costante rispetto agli anni precedenti è l’età media di chi si rivolge ai Centri Caritas. Spesso si tratta di persone che hanno perso il lavoro o che provengono da “nuclei spezzati” (vedovanza, separazione legale e divorzio), che complessivamente raggiungono il 23,4% o famiglie con disabili. Ma sono in grave difficoltà anche i giovani (rimane più o meno stabile il dato sulla povertà assoluta che resta però nel Mezzogiorno il più basso d’Italia (6,7% al Nord, 7,3% al Centro, 9,8% al Sud); tra questi i più poveri sono i giovani fra 18 e 34 anni (10%) e i minori (12,5%) le cui uniche alternative sembrano essere quelle: di patire condizioni di vita al di sotto della soglia di povertà, di non mettere su famiglia o di emigrare.

Gli utenti dei centri sono sempre più di italiani, che immigrati. “Ci siamo resi conto che sono sempre più le famiglie italiane a rappresentare la maggioranza di utenti dei Centri di Ascolto”, spiega Ciro Grassini, sociologo, storico curatore del Dossier. I cittadini autoctoni sono, infatti, il 64,6% del totale ovvero quasi i 2/3 di coloro che si sono rivolti alla Caritas. A partire dalla crisi economica del 2008, la percentuale degli italiani ha cominciato a salire sempre più, passando dal 38,2% del 2008 al 64,6% attuale. “Quel poco che guadagnano le famiglie- continua Grassini- lo spendono per l’abitazione, poi tagliano su tutto dagli alimentari ai farmaci. La novità assoluta che abbiamo riscontrato è che la maggior parte delle famiglie ha un solo figlio minore questo significa che da un lato sono coinvolti soprattutto bambini nel disagio e nella povertà, dall’altro che là dove manca un welfare adeguato che supporti con servizi le donne o non si fanno figli o già con un solo figlio non si riesce ad andare avanti (nel 2016 il TFT (Tasso di Fecondità Totale) è pari a 1,29 nel Sud, a 1,33 in Campania e ad 1,38 nel Nord, laddove il tasso di sostituzione naturale è 2). Il welfare campano è ancora a carattere familiare, con la donna che non lavora e la pensione del nonno che supporta (a stento) la famiglia in cui lavora solo l’uomo.

In Campania l’occupazione femminile è al 29,8%, significa che meno di 3 donne su 10 lavorano. Una percentuale inaccettabile che dimostra la persistente discriminazione di genere e la carenza di servizi che permettano alle donne di lavorare. Basti pensare alla mancanza di asili nido che sarebbero essenziali per conciliare famiglia e lavoro. Non servirebbero enormi finanziamenti, basterebbe un cambio di mentalità: si potrebbero ad esempio incentivare le aziende ad aprire asili nido premiandole con punti nei bandi pubblici”.

Se il Pil campano è in ascesa (sempre considerando un punto di partenza ancora più drammatico) la povertà relativa è invece in aumento. L’Istat nel 2016 stima che l’incidenza della povertà relativa, che individua il valore di spesa per consumi al di sotto del quale una famiglia viene definita povera in termini relativi, presenta per la Campania un’incidenza del 19,5%, con una crescita dell’1,9% rispetto al 17,6% del 2015. Ciò significa che la povertà è ancora molto diffusa a livello regionale e i passi compiuti dall’economia nell’ultimo anno devono proseguire anche in futuro, per sperare di recuperare il terreno perduto in passato.

Sintomo dell’insufficienza delle politiche per il lavoro l’emigrazione: negli ultimi quindici anni, sono fuggiti dal Sud 1,7 milioni di persone a fronte di un milione di rientri, con una perdita netta di 716 mila unità; si tratta per lo più (72,4%) di giovani tra i 15 e i 34 anni e di laureati che costituiscono un terzo del totale (198 mila unità).

Alla luce di questa situazione critica, il rischio è che i Centri di Ascolto possano sostituirsi allo Stato trasformandosi in centri di distribuzione. Le richieste principali ricevute dalla Caritas riguardano i pacchi viveri (49,5%), sussidi economici per il pagamento bollette (31,9%), un alloggio (17,0%), l’accesso ad empori o market solidali (15,8%), un lavoro (14,2%), l’accesso alla mensa (13,3%) e vestiario (8,2%).

 E’ un fatto significativo che Caritas stessa avanzi nell’ultimo capitolo del Dossier proposte di cambiamento concrete, auspicando in particolare “politiche regionali e locali “amiche della famiglia”; “politiche di sostegno ai carichi di cura familiari”; “politiche di sostegno alle relazioni familiari e al ruolo genitoriale”; “misure di tutela dei minorenni privi di ambiente familiare”. “I giovani vanno via- conclude Grassini- perché non trovano risposte occupazionali. In questo modo gli viene tolto il futuro, ma se vanno via le persone laureate il territorio viene impoverito delle sue risorse migliori. La soluzione alla disoccupazione e alla povertà non può essere l’emigrazione. Bisogna investire in politiche della famiglia, sulle start up come in piccolo ha fatto la CEI con il progetto Policoro che finanziando con il microcredito le imprese giovanili registrato risultati positivi. Solo in questo modo la Campania potrà ripartire, altrimenti resteremo prigionieri della catena delle povertà”.

Il Dossier Caritas 2017

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