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“Mio fratello morto di Giustizia”

di Alessandra del Giudice 

IMG 20171107 110127La seconda tappa del Festival del Cinema dei Diritti Umani è dedicata al tema della tortura. Ilaria Cucchi incontra gli studenti liceali napoletani nell’ex Opg Je so’ Pazz per raccontare la storia di Stefano e Giso Amendola e Riccardo Noury spiegano che la violenza in divisa “non riguarda poche mele marce. La tortura è strutturale dello Stato”.

La IX edizione del Festival del Cinema dei Diritti continua a valicare “mari, muri e filo spinato” con l’intento di svelare pregiudizi e ghettizzazioni che hanno colpito e continuano a colpire “gli ultimi”: detenuti, tossicodipendenti, sofferenti psichici, migranti. Il 7 novembre il Festival entra infatti nell’ex OPG Je so’ Pazz, luogo esemplare dove per decenni si sono perpetrate violenze e torture in nome dello Stato, con l'incontro "la tortura tra prevenzione e sanzioni" moderato da Valentina Ripa, ricercatrice di Lingua e Traduzione Spagnola all'Università di Salerno, tra gli organizzatori storici del Festival del Cinema dei Diritti coordinato da Maurizio Del Bufalo. Lo fa con una testimone privilegiata, Ilaria Cucchi, sorella di Stefano Cucchi. “Mio fratello è morto di Giustizia e di indifferenza”: non usa mezzi termini Cucchi per descrivere come e perché è morto Stefano, il 22 ottobre 2009, a causa delle violente percosse subite dalla polizia penitenziaria. “In questi lunghi otto anni- racconta Ilaria-, oltre a continuare la battaglia legale contro chi ha ucciso mio fratello, ho girato il paese nelle scuole perché la storia di Stefano sia conosciuta. Questo ha avuto un costo enorme in termini di sacrifici miei e della mia famiglia. Mia figlia Giulia ad un anno mi chiamava “Mamma Cucchi” perché era abituata a vedermi più in tv che dal vivo. Ma l’ho fatto anche per i miei figli perché raccontare è fondamentale per cambiare la società. Perciò è bellissimo essere qui oggi tra tanti giovani”.

La marcia degli esclusi. Il teatro dell’ex Opg è stracolmo di ragazzi di alcuni licei napoletani che ascoltano attoniti. “Bisogna riappropriarsi della storia degli esclusi- chiarisce un attivista dell’ex Opg -. Quando accompagniamo le persone a fare la visita nelle celle dell’Opg si meravigliano che raccontiamo che sono state rinvenute le radiografie con le fratture provocate agli internati e che le persone erano torturate a tal punto che le urla si udivano dai palazzi circostanti e per non farle sentire sprangavano le finestre. Ma oggi le stesse celle si trovano nel carcere di Poggioreale. La cella zero dove le persone sono torturate esiste veramente”. Stefano Cucchi è stato vittima di tortura. “Nei sei giorni in cui Stefano è stato trattenuto senza che noi avessimo sue notizie- continua Cucchi-  ha incontrato circa 150 persone che dovevano rappresentare la giustizia e che invece hanno guardato Stefano attraverso il pregiudizio. Stefano era un numero, un detenuto, non una persona con una vita, con una famiglia. Stefano era un ultimo tra gli ultimi”. Ed è con la stessa lente grigia del pregiudizio e dell’indifferenza che sono stati guardati Ciro Esposito o Davide Bifulco, vittime che sono etichettate perché venivano da quartieri periferici. Anche per loro, per tutti gli ultimi, o per coloro che sono considerati tali da uno Stato che preferisce colpevolizzare piuttosto che fare i conti con le proprie mancanze, che l’ex Opg sta organizzando una marcia il 17 novembre e portare in Prefettura una piattaforma di rivendicazioni che permetta da subito un'inversione delle politiche sociali della città.

La tortura di Stato e l’occultamento della verità. “Sono centinaia violenze impunite perpetrate dal 2001 da parte di rappresentanti dello Stato in divisa- denuncia Riccardo Noury portavoce di Amnesty International Italia- a partire dalle “prove generali” del G8 fatte proprio a Napoli. Solo a Bolzaneto sono state oltre 200 le vittime di gravi violazioni dei diritti: da quello alla vita e all’incolumità psico fisica. Ma sempre in Italia non è errato parlare anche di sparizioni nei casi in cui è impossibile per i familiari mettersi in contatto con le persone trattenute dalle forze dell’ordine per ore o per giorni. Lo Stato, quando si accusano le forze dell’ordine, inizia un processo al back ground della vittima, alla famiglia, ai suoi comportamenti armandosi di avvocati intimidatori. E’ una lotta impari. Basti pensare a Carlo Giuliani e ad un sistema difensivo che fa di tutto per non arrivare alla verità. Quando, raramente, si arriva alle condanne di agenti delle forze dell’ordine le pene sono irrisorie. Il paradosso è che i familiari si trovano a gioire per queste vittorie che scalfiscono un minimo l’impunità. Le scuse dello Stato non arrivano quasi mai e se arrivano, arrivano solo dopo anni”.

La legge contro la tortura: tra prevenzione e cura. L’Italia, paese “sviluppato” ha atteso 30 anni prima di ratificare la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura producendo una legge anti tortura. Finalmente ciò è accaduto, il 14 luglio 2017. Si chiama 110. Tuttavia non è una buona legge. A discutere di prevenzione e cura della tortura di Stato sono Francesco Schiaffo, professore di diritto penale e criminologia all’Università di Salerno e Giso Amendola, professore di Scienze Sociali ed Economiche dell’Università di Salerno. “Anche prima che fosse promulgata la legge anti tortura- afferma Schiaffo-, quando Stefano è stato ucciso, erano circa 20 i reati che potevano essere applicati, da quello contro l’incolumità personale, alla violenza, alle minacce, all’omertà di chi per il suo ruolo doveva riferire e denunciare e non l’ha fatto.  Ma spesso quello che dovrebbe essere per il diritto penale spesso non è nei fatti. Il problema è che la legge è uno strumento rozzo. Le sanzioni sono rozze. Il diritto penale è una cosa brutta che spesso diventa uno strumento da utilizzare contro gli ultimi degli ultimi. La legge 110 contro il reato di tortura è costruita malissimo”.

“Il fatto che finalmente esista una legge è positivo- incalza Amendola- perché significa chiamare la tortura con il suo nome, mentre prima era un tabù. Il testo di legge però è impreciso e và demandata ai giudici e ai pm la sua applicazione. Giudici e pm che però davanti alle divise attivano quello spirito di corpo che li rende parziali. Questa modalità di criminalizzare la vittima, la conoscono bene le donne vittime di stupro che da decenni davanti a tribunali prettamente maschili sono colpevolizzate piuttosto che tutelate.   Per la legge la tortura è considerato reato comune mentre dovrebbe essere un reato specifico contro le persone che rappresentano lo Stato o quelle che agiscono per conto del potere pubblico nonché essere un reato contro l’umanità. Ma una legge così darebbe fastidio, perché la tortura è un dato strutturale, non un fatto episodico che riguarda poche mele marce. Entra a far parte dello Stato in modo organizzato dagli anni 70 in poi. Lo Stato in quanto detentore della forza fisica può facilmente abusare del suo potere e ne abusa. Per questo è fondamentale la prevenzione attraverso la trasmissione fin dall’infanzia di una cultura della disobbedienza”.

Prevenire prima di curare. “Il processo contro gli agenti che hanno percosso l’attivista No Tav Nicoletta Dosio - ricorda il criminologo Schiaffo- , è stato archiviato, solo quello contro l’agente riconosciuto dal tatuaggio è andato avanti. Il problema è che le forze dell’ordine italiane, al contrario di quelle di altri paesi, non portano sulla divisa il numero di matricola da cui sarebbero riconoscibili.  Rendere obbligatoria l’identificazione dei poliziotti sarebbe una forma di prevenzione importante. La prima forma di prevenzione in assoluto, però dovrebbe essere la stessa invocata da Gesualdo Bufalino per combattere la mafia che - secondo lui - si può vincere non con la polizia, ma con le maestre: la scuola”.