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Lunedì 27 Settenbre 2021




Istat, rapporto Bes: anche in Campania cala speranza di vita

IstatLa speranza di vita alla nascita in Italia si è ridotta di 1,2 anni nel 2020 rispetto all'anno precedente, a causa della pandemia da Covid-19. È quanto emerge dal rapporto Bes, pubblicato dall'Istat. Si tratta dell’aggiornamento annuale del sistema di indicatori del Benessere equo e sostenibile dei territori, riferiti alle province e alle città metropolitane italiane.

In generale, l’indicatore si attesta a 82 anni (79,7 anni per gli uomini e 84,4 per le donne) nel 2020. A livello provinciale la speranza di vita si riduce nelle aree del Paese a più alta diffusione del virus durante la fase iniziale della pandemia. Tra queste, spiccano le province di Bergamo, Cremona e Lodi che sono state tra le città più colpite.

«Il consueto gradiente Nord - Sud si legge nel rapporto - rimane una chiave di lettura adeguata per molte e importanti componenti del Bes, ma non tutte le differenze osservate tracciano confini netti tra le aree del Paese».

Gli indicatori di Salute, Istruzione, Lavoro e Benessere economico delineano infatti divisioni nette e strutturali tra Centro-Nord e Mezzogiorno. Si tratta di distanze che si sono attentuate nell’ultimo anno per il peggioramento più marcato del Centro-Nord dovuto alle più forti ripercussioni della crisi sanitaria in questi territori.

Per quanto riguarda la salute, nel report emerge che in Campania ci sono due città che registrano i valori più elevati di mortalità evitabile: Napoli (22,2 decessi evitabili per 10mila residenti), e Caserta (22,4). Nello specifico, l’indicatore di mortalità evitabile si riferisce ai decessi delle persone sotto i 75 anni di età che potrebbero essere  ridotti grazie a interventi per migliorare adeguatezza e accessibilità dell’assistenza sanitaria e grazie alla diffusione nella popolazione di stili di vita più salutari e alla riduzione di fattori di rischio ambientali.

Nel complesso, emerge una tendenziale convergenza dell’insieme delle province italiane verso livelli più bassi nella speranza di vita alla nascita, dei tassi di occupazione e dei livelli di partecipazione alla formazione continua, e verso una maggiore incidenza di persone di 15-29 anni che non sono occupate né inserite in un percorso di istruzione, i cosiddetti Neet. Dopo alcuni anni di diminuzione, la percentuale di giovani che non lavorano e non studiano (Neet) torna a salire, raggiungendo nel 2020 il 23,3% in media-Italia (+1,1 punti percentuali rispetto al 2019). Il trend è accentuato al Nord (16,8%; +2,3 punti) e al Centro (19,9%; +1,8 punti). Il Mezzogiorno, che registra una contrazione modesta (-0,4 punti), resta su livelli doppi rispetto al Nord, con circa un giovane di 15-29 anni su tre che non è inserito in un percorso di istruzione o formazione né è occupato (32,6%). La distribuzione tra le province mostra una evidente divaricazione tra l’area del Nord-est e la Sicilia, dove la quota di Neet tocca il 40% a Messina, Catania e Caltanissetta.

In generale, l’indicatore registra una forte riduzione nel tempo (23,4 per 10mila nel 2005), grazie alla diminuzione della mortalità per alcune delle cause principali, come il tumore al polmone e le cardiopatie ischemiche, osservata specialmente tra gli uomini, con una conseguente riduzione del gap di genere. Il ranking per aree provinciali vede nel 2018 Trento, Treviso, Firenze, Forlì-Cesena e Ancona con i valori meno elevati di mortalità evitabile.

Donatella Alonzi