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Martedì 20 Aprile 2021




Non chiamatelo Amore

La scrittrice Francesca Gerla ricorda Ornella Pinto 

Ornella PintoOrnella Pinto era un’insegnante bella, solare, apparentemente serena e non aveva ancora 40 anni. È stata uccisa, le è stata tolta la libertà di vivere, come fosse un oggetto le sono state inferte 12 pugnalate dal suo ex compagno Pinotto Iacomino davanti agli occhi del figlio di 4 anni.

Francesca Gerla, docente e scrittrice, che aveva conosciuto Ornella Pinto nell’istituto tecnico professionale Elena di Savoia in cui Ornella aveva insegnato come supplente è sconvolta, ma sceglie di ricordarla dolorosamente per ribadire che la violenza è trasversale e che usare le giuste parole per raccontarla è essenziale.

Si pensa sempre che cose terribili come questa possano accadere agli altri. Invece Ornella Pinto la conoscevano in tanti a Napoli. Ed è stata anche una sua collega…

Ornella è stata da noi come supplente prima 5 anni e poi 2 anni fa nella classe in cui ero insegnante anche io. All’inizio ero incredula, non sono riuscita neanche a leggere gli articoli perché mi veniva da piangere. La ricordo perché non passava inosservata: non solo era una bella ragazza ma ogni volta che mi relazionavo a lei mi lasciava una sensazione di positività. Comunicava una bellezza d’animo, un carattere dolce. Tutti noi insegnanti ricordiamo quel bel viso sorridente e siamo allibiti perché sembrava una donna serena. Mi hanno scritto anche gli ex alunni addolorati dal ricordo di questa ragazza che si faceva tanto apprezzare. Il contrasto con quel volto giovane e bello e una fine atroce è dura da sopportare.

Quale è la prima cosa che ha pensato?

Il primo pensiero riguarda il lavoro di insegnante. Talvolta mi è capitato di rilevare segnali di una potenziale violenza su un’allieva o di raccogliere le sue confidenze e di indirizzarla subito al consultorio. La platea dei nostri studenti è quella popolare di piazza Mercato, Forcella, Sanità e devo dire che in generale si percepisce una mentalità di repressione nei giovani come se la coppia fosse un microcosmo chiuso senza una minima istanza di libertà. Le conseguenze più gravi di questa violenza psicologica latente però pesano di più sulla pelle della donna nei casi in cui l’uomo arriva anche ad imporre alla fidanzata di non lavorare o ad agire violenze fisiche. Sembra assurda l’accettazione di una ragazza di un destino di limitazioni che è proprio opposta alla libertà della gioventù eppure è frequente.

Ma in questo caso è stata un’insegnante ad essere uccisa.

Infatti. La violenza istintivamente me la potevo immaginare dall’altra parte della cattedra non da questa. Che sia stata un’insegnante ad essere uccisa mi ha molto destabilizzato. Ingenuamente si è portati a pensare che solo in certi contesti con poca cultura o ai margini della legalità possano avvenire i femminicidi. La storia di Ornella dimostra il contrario. La violenza è trasversale alla condizione sociale o agli strumenti culturali a disposizione. A fianco a contesti nei quali non c’è vergogna a mostrare il maschilismo, ci sono contesti apparentemente più evoluti in cui la cultura maschilista è più nascosta. Questo è evidente anche nella raccolta di racconti “Il dolore del silenzio” un progetto letterario contro la violenza cui ho partecipato informandomi prima a lungo di questo dramma che colpisce le donne di ogni ceto e di ogni età.

Cosa può fare la scuola?

Può prevenire. In questi giorni tutti gli insegnanti hanno dedicato mezz’ora di DAD al femminicidio. Ogni docente ha scelto video, letture o riflessioni sul tema. Gli insegnanti dovrebbero sempre fare educazione contro la violenza e per la parità ed essere attenti e sensibili a indirizzare ai consultori o allo sportello della scuola gli studenti che hanno un problema. In particolare segnalare alla famiglia o agli assistenti sociali casi di violenza è un dovere dell’insegnante. Purtroppo la pandemia ha limitato molto la nostra possibilità di intervento sia perché non abbiamo le alunne sotto gli occhi, sia perché è venuta meno la loro possibilità di confidarsi in modo non mediato.

Quanto l’isolamento sta aggravando la violenza sulle donne?

È stato più volte denunciato che i dati in crescita dei femminicidi di quest’anno sono riconducibili alle condizioni di costrizione in cui ci troviamo. L’isolamento riduce la possibilità di chiedere aiuto e sostegno ad amici e parenti. Spesso si mortificano le vittime di violenza, ma è evidente che il problema è il mancato intervento sociale perché la violenza conduce la donna in una spirale viziosa di oppressione psicologica dalla quale non è in grado di uscire se non con un aiuto specializzato e competente.  

Quanto sono importanti le parole scritte e dette per raccontare la violenza?

Non chiamatelo “Amore”. È la prima cosa che mi viene in mente. La violenza è il contrario dell’amore eppure troppo spesso si accosta la parola “amore” alla violenza e al femminicidio. Si sottovaluta il potenziale comunicativo delle parole senza nemmeno rendersi conto. Il pregiudizio, il maschilismo, il sessismo sono talmente interiorizzati che anche chi dovrebbe portare un messaggio di contrasto alla violenza si rende complice inconsapevolmente usando parole che sembrano cannonate. Spesso compiono questo errore anche le persone molto strutturate. Da questo punto di vista conta molto la formazione oltre che la sensibilità. Personalmente mi è rimasto impresso l’insegnamento dei docenti dell’Orientale che spaccavano in quattro il capello rispetto all’uso delle parole. Chi usa le parole soprattutto per raccontare vicende così delicate deve essere responsabile del loro peso.

Cosa diresti a Ornella se fosse qui?

“Chiamami, ti aiuto io”. È ciò che mi viene da pensare immediatamente. Le direi: “Non ti fidare di chi non ti ha dato amore, ma te lo ha solo raccontato. Amare non è sposarsi o fare un figlio. Amare è rispettare ciò che è l’altro, riconoscerlo nella sua umanità. Non ti fidare, non dare le chiavi di casa e del tuo cuore a chi non le merita”. Ma mi rendo conto che nessuno può pensare di salvare il mondo. Piuttosto direi agli adulti: parla costantemente con i giovani e se percepisci una donna in pericolo non girare la faccia dall’altra parte, porgi la mano, ascolta.

Alessandra del Giudice  

Francesca Gerla

Francesca Gerla, docente, ha lavorato come redattrice e traduttrice. Tra i libri da lei tradotti, Il bambino filosofo di Alison Gopnik, Bollati Boringhieri; Julie & Julia, di Julie Powell, Rizzoli. L’ultimo romanzo che ha scritto La gabbia (Emersioni 2019) parla di del figlio di una donna uccisa dal marito. Ha pubblicato anche: L' isola di Pietra, Homo Scrivens 2013 e La testimone, Homo Scrivens 2014.