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Lunedì 1 Marzo 2021




Basta cancellare l’immagine della camorra?

Ne parliamo con Silvia Ricciardi, responsabile delle comunità di recupero di ragazzi di area penale

murales cancellatoLa questione dei murales dei figli della camorra uccisi dalle forze dell’ordine è emblematica non solo perché ci evidenzia, ci mette sotto gli occhi quella realtà parallela alle nostre vite normali (scandite dalle norme) ma perché fa riflettere proprio sullo sguardo interno ed esterno al sistema, in particolare sullo sguardo dei ragazzi che del sistema fanno parte. Silvia Ricciardi responsabile dell'associazione Jonathan Onlus ci racconta come gli ospiti delle comunità di recupero di area penale che gestisce insieme ad Enzo Morgera percepiscono gli “altari votivi” alzati in ricordo dei loro coetanei.

Diatribe intellettuali sullo Stato e l’anti Stato, fazioni in guerra sulla questione dei murales dedicati ai baby camorristi come Ugo Russo e Luigi Caiafa uccisi da poliziotti balzata all’occhio della cronaca nazionale e infine il murales di Jorit dedicato a Nino D’Angelo sfregiato per dispetto con la scritta: “I morti vanno rispettati non cancellati”. I dipinti che alcuni intellettuali avrebbero voluto lasciare per ricordare al mondo civile di cui fanno parte che non si fa abbastanza, che non si fa neanche il minimo a volte, sono specchi, mausolei eretti al nostro senso di colpa.

Ma dove sono i fatti? Dove è lo sguardo dei ragazzi di camorra? Cosa sono per loro quegli altarini?

“I ragazzi di area penale non sanno chi è Jorit” racconta Silvia Ricciardi. Questa cosa apparentemente insignificante ci dovrebbe far riflettere su quanto le questioni intellettuali siano lontane dai contesti su cui riflettono: le immagini e l’immaginario degli eroi della giustizia e della cultura (quelli ad esempio dipinti da Jorit) sono simbolici di una realtà lontanissima dai ragazzi per i quali la vita è altrove. Ed è per questo che non con i simboli, ma con l’esempio e i fatti che si può tentare di sradicare la camorra.

Cosa pensano i vostri ragazzi dei murales dedicati ai baby camorristi uccisi durante le rapine? 

Ne abbiamo parlato in comunità. Loro li vedono come altarini votivi, dicono che è giusto che siano là perché pure loro sono vittime delle forze dell’ordine. In un certo senso lo sono, del contesto in cui quei ragazzi sono cresciuti perché nessuno si è preso cura di loro, nessuno gli ha mostrato un’altra strada. Resta il fatto che quei dipinti sono un’esaltazione e una giustificazione di certi comportamenti e vanno ad avvalorare l’odio profondo contro le forze dell’ordine e quindi lo Stato.

Cosa pensa delle diatribe sul togliere o meno i dipinti?

Trovo la diatriba vergognosa, non bisognava neanche consentire di fare quel murales. Noi che non facciamo parte di quel Sistema abbiamo codici di lettura diversi: pensiamo a quella vita bruciata e vediamo il murales come un monito  a non vivere situazioni di devianza o il simbolo di problemi sociali su cui riflettere, ma i ragazzi e le famiglie che vivono il mondo della devianza vedono solo un ragazzo ucciso dalla polizia.  La sigla ES 17 che si trova sui muri di tutta la città sta per Emanuele Sibillo, boss della paranza dei bambini ucciso in una azione criminale; il suo murales è divenuto luogo di adorazione, lui il simbolo di un modo di vivere da emulare.

La discussione pubblica è solo una scusa per non affrontare in modo concreto l’unico vero problema: il disastro delle politiche sociali nella Regione Campania e a Napoli. Invece di discutere se fosse giusto togliere il murales chiediamoci cosa stanno facendo i fratelli del ragazzo, chi e come si sta prendendo cura di loro. Così si onora la memoria di Caiafa, con i fatti. Perché non accada di nuovo. Apriamo gli occhi.

silvia ricciardi

Per vendetta è stato sfregiato il dipinto di Jorit dedicato a Nino D’Angelo. Una ribellione agli esempi positivi di impegno sociale e civile raffigurati dall’artista?

Potevano danneggiare qualsiasi cosa, è solo una ripicca fatta senza riflettere. Nella mia piccola esperienza della gestione trentennale di due case di accoglienza per minori di area penale di Napoli e Provincia posso dire che i ragazzi non sanno chi è Jorit, così come non conoscono i nostri simboli culturali, musicali, sociali etc. I loro modelli culturali sono completamente diversi dai nostri e noi non possiamo propinargli i nostri, alcune cose per noi vitali a loro scivolano addosso. Molti parlano dei ragazzi della criminalità senza mai averli incontrati veramente, senza mai essersi sporcati le mani. Una cosa è parlare dei ragazzi, leggerli in un articolo o in un libro una cosa è viverli, mangiarci insieme, dormire sotto lo stesso tetto. Solo così li vedi per come sono. Loro pensano che non gli sia mancato niente. Che era normale non andare a scuola perché avevano un colloquio a Poggioreale col padre o a Pozzuoli con la madre. Non hanno consapevolezza del nostro modo di vedere il mondo. Quella è la loro famiglia, quelli sono i loro esempi, quella è la loro vita.

Come si può entrare in contatto con loro e fargli vedere il nostro mondo come “normale” se per loro la normalità, la vita è un’altra?

Non c’è una risposta univoca, si tratta di un problema molto complesso. Sicuramente bisogna arrivare a loro il più presto possibile, quando sono bambini. Già a 12, 13 anni è troppo tardi. Bisogna lavorare sulla prevenzione, sul territorio, a scuola. Gli anni scorsi arrivavano con la quinta elementare, oggi arrivano da noi con la terza media, ma comunque sanno a stento leggere e scrivere, non sanno fare i conti. Un ragazzo l’altro giorno mi ha detto che l’Italia confina con l’Australia. Allora la scuola se non insegna neanche l’essenziale come può indirizzare ad un modello di vita non criminale? La società dovrebbe arrivare prima. E quando è necessario bisogna allontanare i ragazzi dalle famiglie. So che questa come quella del murales è un’altra questione controversa. Molti trovano che sia provvedimento estremo, noi crediamo al diritto di un bambino a vivere in un ambiente sano e che l’allontanamento in casi particolari di grande radicamento mafioso sia l’unica scelta praticabile e una salvezza per i ragazzi come ha dimostrato il progetto “liberi di scegliere” del giudice minorile Roberto di Bella. Bisognerebbe affrontare le singole storie in modo obiettivo, eliminando l’ideologia dai modelli educativi.

Da voi arrivano ragazzi con la fedina penale segnata più volte. Come si lavora in questi casi?

Si, spesso noi siamo l’ultima spiaggia, perché i ragazzi hanno già commesso varie rapine o hanno tentato omicidi. Hanno dai 14 anni ai 21, 25 anni. Sono giovani adulti abbandonati a loro stessi. Lavoriamo molto con l’esempio, attraverso progetti di sostegno e responsabilizzazione, scardinando il loro senso di impunità. Ma il lavoro di prevenzione e recupero va focalizzato anche sui doveri nei confronti della famiglia, della scuola, della società oltre che sui diritti negati. Spesso il nostro senso di colpa verso i loro diritti negati non distoglie dal lavoro sui loro doveri, altrettanto centrale per un cambiamento.

A Jonathan e Oliver accogliete solo tre ragazzi a struttura, come mai?

La Campania è una delle poche regioni che norma le quote: secondo la normativa ci possono essere 8 ragazzi in ogni casa famiglia sia di area amministrativa che di area penale e questi ultimi devono essere al massimo il 40%, quindi 3.  Noi portiamo avanti da anni la battaglia contro le percentuali e contro la compresenza di ragazzi di aree diverse. Il modello in cui credo molto è quello dell’unicità dell’intervento per i ragazzi di area penale. Molti credono che questo possa ghettizzarli e che la compresenza abbia un valore educativo, in realtà i ragazzi di area civile e area penale hanno criticità diverse ed età diverse. Solitamente i ragazzini di area civile, che hanno subito abusi o hanno gravi problemi familiari, arrivano piccoli in comunità, i ragazzi di area penale hanno in media 17, 18 anni ed esercitano sui ragazzi più piccoli una fascinazione. Basti pensare che la prima cosa che i ragazzi che entrano da noi ci dicono con ammirazione è: “Qui è venuto Emanuele Sibillo”. Come mai si teme tanto l’influsso di Gomorra sui ragazzi, ma poi li facciamo vivere, mangiare e dormire con quelli che concretamente conducono una vita criminale?

Dunque pur pagandone le conseguenze economiche, la nostra scelta coerente è di accogliere solo ragazzi di area penale. Io non prenderei mai 8 ragazzi di area penale, ma 5 si, e invece posso prenderne solo 3 che insieme non possono neanche fare una partita a biliardino.

Più volte avete denunciato le cattive politiche sociali.  Cosa si dovrebbe fare?

E’ risaputo che Campania sia una delle regioni con la spesa sociale pro capite più bassa in Italia. Bisognerebbe innanzitutto pretendere di alzare la percentuale ed investire concretamente nelle politiche sociali con progetti strutturali a lungo termine, iniziando con i bambini piccoli, tenendo sotto controllo l’evasione scolastica, seguendoli a scuola e a casa.

Alessandra del Giudice

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