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venerdì 23 Ottobre 2020




Suicidi tra i pre-adolescenti: non è solo colpa della rete

Lo psichiatra Giuseppe Ruggiero: “Alla base una fragilità psichica” 

pre adolescentiÈ stato un colpo al cuore la tragedia che qualche giorno fa ha gettato nello sconforto una famiglia della Napoli bene: un ragazzino di soli 11 anni si è tolto la vita lanciandosi nel vuoto, non prima di aver lasciato ai genitori un messaggio che recitava “Vi amo ma ora ho l’uomo incappucciato davanti”.

Mentre si indaga sulle varie ipotesi di questa morte violenta che ha scosso le coscienze dei napoletani, cercando di fare luce sulle reali responsabilità di alcuni profili fake che in rete avrebbero potuto “istigare al suicidio”, facciamo un po’ di chiarezza su un fenomeno, quello del suicidio, che non è poi così insolito tra i pre-adolescenti e gli adolescenti. Come spiega Giuseppe Ruggiero, psichiatra e psicoterapeuta (direttore IMePS): “Si tratta di un’età difficile da decifrare per i genitori ed è anche normale per i figli non sentirsi completamente capiti”.

È possibile che un genitore non si accorga di ciò che accade a un figlio?

Nel caso specifico del ragazzo che si è tolto la vita a Chiaia, dalle cronache emerge il profilo di un adolescente inserito nel tessuto sociale e scolastico, brillante a scuola, con due genitori presenti, professionisti anche impegnati anche nel sociale. La prima cosa, dunque, è non colpevolizzare assolutamente questi due genitori, che già saranno dilaniati di sensi di colpa; purtroppo la comunicazione tra genitori e figli di quella fascia di età non è affatto semplice. La famiglia e la scuola in questo dovrebbero essere complici e sostenersi a vicenda. Ora la situazione merita una valutazione, è oggetto di indagini, non possiamo sapere esattamente cosa sia successo, sono solo ipotesi.

Come vede l’ipotesi dell’horror challenge, questo pericoloso gioco che avrebbe indotto al suicidio il giovanissimo?

Come si era già detto per il Blue Whale, anche per la presunta identità digitale di Jonathan Galindo, si tratta di una componente sulla quale naturalmente indagare. Oggi la rete - ancora di più con il lockdown, che ha amplificato l’isolamento tra le persone - è una sorta di sostituzione di rapporti interpersonali. Gli adolescenti che possono presentare difficoltà di comunicazione con i loro pari, interagiscono e comunicano facilmente con il mondo grazie alle nuove tecnologie, arrivando a isole di chiusura autistica o a comportamenti come quelli che in Giappone hanno definito hikikomori, ovvero l’isolamento per settimane o mesi di ragazzi che hanno sviluppato una totale dipendenza dalla rete.

Che tipologia di adolescenti può cadere in questa trappola?

Come al solito non bisogna demonizzare la rete in sé, ma internet può diventare un detonatore di problematiche che preesistono, seppure a non a un livello esplicito, nell’adolescente. Il profilo del soggetto più a rischio è quello di un ragazzo fragile, con bassa autostima, che può essere già stato esposto a comportamenti bullizzanti, e che attraverso il medium virtuale, si sente a suo agio, riuscendo a superare sentimenti di inadeguatezza e a sentirsi maggiormente accettato. Insomma a sentirsi forte lì dove non riesce nella vita reale. Queste trappole sono sempre più subdole, perché possono creare forme di dipendenza, complice anche il Covid che ci ha costretto a ridurre notevolmente i contatti umani, con un grave danno proprio per i ragazzini che hanno perso un elemento centrale: quello dell’incontro fisico con pari, importante per uno sviluppo armonico della personalità e la conquista di spazi di autonomia dalla famiglia.

Sta dicendo che, al di là dei giochi o di un mondo virtuale che possono incidere, c’è di fondo una componente psichica non trascurabile?

Certo, la condizione psico-emotiva dell’adolescente è la prima cosa da prendere in considerazione: può esserci una fragilità non compresa dai genitori ma anche fenomeni più complessi come depressione, psicosi o altri disturbi psichiatrici. In più ci si mette l’adolescenza, quell’età in cui ci si oppone all’autorità genitoriale, si tradiscono i modelli familiari, c’è un divario generazionale genitori-figli che sarebbe sbagliato ridurre proponendo il modello genitori-amici. Spesso i genitori vanno sostenuti, aiutati a comprendere le problematiche dei figli.

Cosa devono fare i genitori per prevenire il dilagare di fenomeni estremi?

I genitori, aiutati se possibile da altre agenzie educative come la scuola, devono avere una stretta vigilanza sia rispetto all’uso che si fa delle nuove tecnologie, con il controllo di telefoni e tablet, sia sforzandosi a sviluppare una conoscenza dei contesti con cui vengono in contatto i loro figli. Devono insomma sapere chi frequentano i loro ragazzi nella vita reale e in quella virtuale, anche se necessario chiedendo il supporto a chi di dovere. Occorrono regole precise sul tempo da trascorrere, sulle fasce orarie consentite e, non ultimo, sui filtri di navigazione. È ovvio che questo non basta.

Cosa si deve fare di più?

Bisogna investire sulla qualità della relazione genitori-figli, a partire dalla creazione di canali di comunicazione, anche lì dove potrebbe sembrare impossibile. Solo se c’è un minimo di dialogo, infatti, si possono riconoscere, sebbene a fatica talvolta perché alcune problematiche restano a un livello latente, dei segnali di quello che passa per la testa ai nostri figli. Possono esserci genitori disattenti o semplicemente non messi in condizione di capire. Un padre, una madre, devono essere presenti per i loro figli, non lasciarli fare. Si può discutere, avere una comunicazione aperta non significa che i genitori debbano capire i figli al 100% ma devono provarci anche a costo di prendersi attacchi pesanti e, possibilmente, evitando la confusione ruoli che oggi, complice proprio la piazza virtuale, è sempre più comune. Un genitore deve fare il genitore, non l’amico.

Maria Nocerino

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