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Martedì 29 Settenbre 2020




L’amore di Maria Paola e Ciro, un fiore nel deserto

ciro e paolaÈ una storia che racchiude mille storie quella di Maria Paola e Ciro e del loro amore finito tragicamente: è la storia di un contesto emotivo e culturale arido, la storia di un patriarcato che sottolinea in modo arrogante e prepotente la sua impotenza, la storia di un giornalismo superficiale e approssimativo, la storia di un’ennesima violenza sulle donne, la storia universale della paura dell’identità e delle trans-formazioni.

Michele Gaglione insegue la sorella Maria Paola sullo scooter guidato dal fidanzato Ciro Migliore da Caivano fino ad Acerra urlando “Ti devo uccidere” in napoletano. Raggiunge la coppia e la sperona. Maria Paola vola dal motorino e muore. Il fratello noncurante prende a calci lo scoter e picchia Ciro, il fidanzato. La storia è quella di un fratello, un maschio, che uccide (più o meno preterintenzionalmente saranno le indagini a dirlo) la sorella, accecato dalla rabbia per l’autoderminazione della ragazza a voler vivere la propria storia d’amore e di andare via di casa.

Il dettaglio “anomalo” o meglio “diverso” su cui puntano l’attenzione i giornali è che Ciro, nato geneticamente in un corpo femminile, ha un’identità di genere maschile ed è quindi una persona trans. Anche lui ha autodeterminato la propria identità in una società evidentemente ancora bigotta e ignorante. Sui giornali e le tv più insospettabili, il rapporto tra Paola e Ciro, tra una donna e un uomo, quindi eterosessuale viene definito “gay” e i due vittime di “omofobia”. C’è anche chi, contro l’evidenza della dinamica verificata dai giudici e le dichiarazioni di Ciro, giustifica Michele e appoggia la versione della famiglia Gaglione secondo la quale non c’era nessuna avversione di Michele per Ciro. Michele dunque sarebbe “assolto” o “innocente” perché non “tras fobico” (e non omofobico come hanno scritto in tanti). Mentre nei fatti ha provocato la morte della sorella, perché scientemente voleva imporre il suo volere su quello della donna, rendendosi quindi colpevole di femminicidio.

Questa storia è una storia antica quindi. È quella del patriarcato ovvero della violenza psicologica e/o fisica su una donna da parte del padre, fratello, compagno o marito che vogliono sottrarre alla donna, in nome di una presunta superiorità, la possibilità di autodeterminarsi.

Questa è pure la storia della paura della diversità e dell’autodeterminazione dell’altro rispetto ad una società, paese, cultura di riferimento. In questo caso l’identità di Ciro non è conforme alla società patriarcale dell’uomo con “gli attributi”. Ciro rappresenta una visione del maschile che travalica i muri e le definizioni. Trans in questo senso, che va oltre i muri della mente ristretta e della subcultura, degli schemi e delle classificazioni.

Trans fobia è proprio l’incapacità di alcuni (tanti) pseudo esseri umani di accettare che l’identità sia qualcosa che va ben oltre le caratteristiche fisiche e materiali e che passa per una costruzione culturale, sociale e psicologica dell’io a loro evidentemente ignota. L’uomo è tale solo per omologazione, perché ha il pene, e non per differenza, perché ha cuore e cervello unici. Sembra quasi che in certi contesti degradati e maschilisti il processo di autodeterminazione e crescita non avvenga e l’uomo si definisca solo e soltanto in base al potere e al possesso che esercita sull’altro, sul diverso, sulla donna.

Questa storia è pure la storia di un giornalismo privo di un senso critico e di parole autentiche che riesce a descrivere soltanto attraverso etichette per di più sbagliate. Un giornalismo che definisce un rapporto “omosessuale” quello tra una donna e un uomo solo perché l’uomo è trans, o peggio che giustifica l’assassinio.

Ma quanto contano le definizioni e le motivazioni se a muovere il gesto brutale di un fratello contro la sorella è stata la presunzione di obbligarla a non essere se stessa attraverso la violenza? Arrogandosi al contempo, nella disumanità più estrema, la possibilità di definirsi maschio, uomo in base al proprio potere, migliore di un uomo che non a caso si chiama Ciro Migliore e che invece con consapevolezza e non senza fatica (come qualsiasi processo di crescita e transizione, soprattutto in un contesto sociale ostile, comporta), ha scelto e costruito la propria identità?

E infine questa è la storia del Deserto. In fondo chi è Michele rispetto a Maria Paola che è stata capace di andare oltre la subcultura e vivere a pieno il suo amore? Nessuno. Al di là della violenza sull’altro, al di là dell’identificarsi per similitudine a tutti gli uomini con il pene e per differenza a chi è nato senza, è Nessuno.

In questo senso, come ha dichiarato Ciro, l’amore per Maria Paola ha vinto perché è proprio in quell’abuso, attraverso la violenza che Michele ha dichiarato la sua impotenza come essere umano. La sua mancanza di identità, di sostanza, addirittura di un sentimento così istintivo quale dovrebbe essere l’amore fraterno.

E guardando a questo vuoto non si può non guardare al deserto di Caivano, come al deserto di tante periferie o ai buchi neri della società in cui ci si sente forti solo tirando fuori i muscoli (o il pene) e usandoli contro chi viene percepito pericoloso perché ha un’identità, perché ha il coraggio di stagliarsi contro il deserto facendo la differenza come Willy Monteiro Duarte, come Ciro Migliore. È la storia dei buchi neri e dei tanti nessuno, là dove salvarsi, sviluppare un’identità libera e forte è una fortuna rara.

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“Un fratello uccide una sorella per futili motivi- scrive Carlo Cremona di I ken, associazione lgbt napoletana-, l'ennesimo orrore intrafamiliare al Parco Verde di Caivano, dove la Camorra comanda, dove mamme vendevano le figlie come puttane, dove le stesse bambine venivano uccise lanciate dalle terrazze e noi spendiamo fiumi di parole su omofobia, transfobia, gay, lesbica, trans. Il dato sociale è drammatico, non è questione di case rifugio o di leggi speciali, qui è fallito il sistema sociale, occupazionale, valoriale. Quella è una terra in cui negli ultimi 2 giorni ho contato 6 roghi tossici, in cui non c'è speranza se non legata alla malavita, alla disperazione o alla emigrazione. Sarebbe interessante capire il contesto e capire quali siano i valori di riferimento delle famiglie. Quanto dolore tra Colleferro e Caivano, a terra due giovani vite senza futuro e i superstiti persi nel dolore e nella paura delle proprie fobie. Questa storia dovrebbe farci riflettere bene sul senso delle nostre battaglie civili, spesso ancorate e barriere ideologiche e fazioni contrapposte molto lontane dalla vita delle persone. Ciro e Maria vivevano sole, autonome ma questo non le ha salvate, sono state inseguite dall'ignoranza, dalla paura di chi pensa che ci sia da qualche parte una masta Giorgia che raddrizzerà le banane con la forza del rosario, e qualcuno che con uno scudo crociato possa segregare i peccatori che plagiano e corrompono le anime innocenti. Contro questo e contro la camorra egemone negli schemi sociali e mentali di intere frange della popolazione viviamo, conviviamo e lottiamo. In questo contesto sono immersi enormi segmenti della comunità LGBT che ritiene inutile la nostra azione fino a quando, forse giustamente, nel bisogno, pensa che noi possiamo essere parte di una vendetta sociale che altri chiamerebbero giustizia. La vendetta sarebbe quella di realizzare una nuova edilizia pubblica in cui sfollare i residenti dei lotti come Parco Verde, offrire formazione continua, lavoro e salari, dare la possibilità alle persone di sognare un futuro positivo, migliore ed adeguato in cui dalle scuole si possono insegnare l'educazione ai buoni sentimenti, dove funzioni la legalità ed in cui il cittadino si possa fidare della giustizia, meno attenta a perseguitare i migranti e più attenta ai bisogni dei cittadini dispersi. Questa non è utopia è una idea di Stato Sociale più giusto e più attento ai bisogno dei marginalizzati da un capitalismo competitivo, egoista e violento, che rassicura pochi e precarizza i più in un mondo sempre più simile a gomorra”.

La Procura della Repubblica infine ha autorizzato Ciro a poter portare l'ultimo saluto a Paola. Anche l’epilogo della vicenda ha in fondo un risvolto raccapricciante se viene considerata una concessione, un’eccezione, qualcosa di così umano come l’estremo saluto alla propria amata.

Antinoo Arcigay Napoli, in relazione alla drammatica vicenda ha messo a disposizione il proprio legale di fiducia, Avv.  Giovanni Paolo Picardi, per assicurare l’assistenza legale a Ciro e i propri psicologi affinché aiutino il ragazzo a superare il lutto.  

Alessandra del Giudice

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