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Mercoledì 12 Agosto 2020




Nel carcere di Secondigliano il primo centro di recupero dei rifiuti di Napoli

rubbish 143465 1280A promuoverlo il gruppo Gesco in collaborazione con la direzione carceraria

Nasce nel carcere di Secondigliano il primo centro per il recupero di rifiuti della città. Un progetto circolare e innovativo, frutto di una cooperazione interistituzionale, che punta tutto sul recupero, inteso in una doppia accezione: da un lato il recupero del rifiuto organico nell’ottica del miglioramento della gestione dei rifiuti urbani, dall’altro il recupero sociale dei detenuti che saranno coinvolti nel funzionamento dell’impianto, perché chi ha sbagliato possa così sdebitarsi con la società e, al contempo, professionalizzarsi. Un progetto pregno di significati quello che verrà realizzato all’interno del penitenziario “P. Mandato”, che nasce da una collaborazione tra il gruppo di imprese sociali Gesco e la direzione del centro penitenziario, integrata da una convenzione per il conferimento dei rifiuti tra Gesco, Comune di Napoli, ASIA Napoli S.p.a, ATO Napoli I e Ministero della Giustizia.

La presentazione in diretta streaming su Riciclatv

 

Le ragioni di promuovere un progetto del genere nelle parole del presidente del gruppo di imprese sciali Gesco Sergio D’Angelo: “Con Gesco ci occupiamo da quasi 30 di welfare di prossimità, da qualche anno abbiamo esteso il raggio d’azione anche ai problemi delle aree urbane, attraverso investimenti in aree apparentemente non coerenti con la nostra mission. In realtà, con Gesco Green, stiamo già realizzando il recupero di aree verdi della città e abbiamo messo in campo attività di rigenerazione urbanistica, ora ci inseriamo in un’altra delle contraddizioni sociali di Napoli, quella dei rifiuti, un argomento con cui i napoletani hanno sempre avuto un rapporto a dir poco disturbato, per tutto quello che è accaduto in anni di emergenze e dubbia gestione. Una gestione che certamente è giusto venga affidata alle istituzioni, ma queste, a loro volta, hanno il compito di attivare le risorse presenti sul territorio, e noi ci consideriamo una di queste risorse. I rifiuti sono stati però anche oggetto di interessi criminali, e, se c’è un soggetto non pubblico che può fare qualcosa, è da ricercare nel terzo settore: ecco come spiegare questa nostra sfida”.

Intervenendo alla diretta social di presentazione del progetto, D’Angelo ha poi sottolineato come i rifiuti possano rappresentare una straordinaria occasione di riscatto sociale, a maggior ragione dentro un carcere: “Questa operazione assume un doppio valore, da un lato, riduce l’impatto ambientale dei rifiuti del territorio di Secondigliano nonché la stessa preoccupazione per la nascita di questi impianti, dall’altro, favorisce quei percorsi di inclusione sociale dei detenuti, cui deve assolvere il carcere come luogo di rieducazione e che rappresentano l’unico efficace antidoto contro la recidiva”. “Trovo poi particolarmente simbolico che a dare un contributo sia proprio chi ha contratto un debito con la società - conclude il presidente di Gesco - Auspico che questo modello possa essere replicato in altri quartieri di Napoli grazie alla collaborazione delle associazioni così che si possano realizzare almeno venti impianti in tutta la città”.

Dello stesso avviso il direttore del Penitenziario “P. Mandato” di Secondigliano Giulia Russo che parla di un risultato con più significati: “Una sfida vinta certamente in termini di collaborazione e sintesi istituzionale ma anche in termini vocazionali per avere realizzato, all’interno di uno dei carceri i più grandi d’Europa, contiguo a un quartiere tristemente famoso per i suoi fenomeni criminali, quella mission di recupero dell’individuo che ha rotto il patto sociale, attraverso un’attività prima di tutto di rieducazione come cittadino e poi tesa al reinserimento sociale attraverso la sua professionalizzazione, in linea con quello che stiamo portando avanti da anni”.

Ha partecipato all’incontro anche l’assessore comunale all’ambiente Raffaele del Giudice: “Un progetto in linea con l’azione del Comune di Napoli che va nella direzione di incidere significativamente sulla qualità e sulla quantità della raccolta differenziata. Certo c’è da lavorare ancora tanto, soprattutto sulla educazione ambientale dei cittadini. Durante il lockdown abbiamo visto che c’è stata una forte attenzione a questo tema che però non viene tradotta nella pratica quotidiana. Perché c’è ancora un 35% di napoletani che butta i rifiuti, anche ingombranti, senza rispettare fasce orarie o dove non dovrebbe. Perché accade questo, quando invece c’è un sistema organizzato con dieci isole ecologiche funzionanti in città e un numero verde gratuito?”.

Sul progetto è intervenuto anche Luigi Peluso, che ne è il responsabile per il gruppo Gesco: “Si tratta di rimettere la materia in circolo, nel momento in cui entra in un circolo, il rifiuto organico che viene raccolto porta a porta, è una materia che ritorna di nuovo alla terra, la buccia di banana diventa poi fertilizzante, il nostro obiettivo principale, con l’aiuto delle tecnologie, è quello di riuscire a far diventare virtuoso questo processo, in cui i detenuti sono parte attiva. Un po’ come è già avvenuto a Poggioreale per il laboratorio di falegnameria, nell’ottica del recupero di oggetti vecchi e piccoli elettrodomestici ma soprattutto di creare occasioni formative e professionalizzati per i reclusi che, usciti dalle mura carcerarie, potranno spendersi delle competenze”.

“Un mix vincente di ingredienti, a partire dalla collaborazione tra diverse istituzioni e organizzazioni scoiali – commenta positivamente anche il direttore generale dell’ATO 1 Napoli Carlo Lupoli – Che ci dice che se si vuole, le cose si possono fare, anche se questo rappresenta solo un punto di partenza. Ora sta a noi passare dalla volontà ai fatti e fare in modo che tutto vada nel modo giusto”.

Un progetto avveniristico che ha a cuore il benessere della collettività

 

Totalmente biologico, a impatto zero (zero inquinamento, zero odori e zero percolato), l’impianto di compostaggio produrrà concime. Verrà realizzato in una zona pianeggiante adiacente al carcere di Secondigliano gestita dallo stesso organo di vigilanza e sarà in grado di trattare, nella sua potenzialità massima, una quantità di circa 5.000 t/anno, di cui circa 4.000 saranno scarti organici e almeno 900 scarti verdi di origine vegetale, coprendo così il fabbisogno di raccolta della componente umida dell’intero quartiere. Inoltre verranno riutilizzate circa 5mila tonnellate per gli imballaggi che verranno inserite in un circuito di riconversione dei materiali da utilizzare per l’arredo urbano di Secondigliano.

Dopo la fase di start up e un’accurata formazione, si spera di coinvolgere circa 20 detenuti che abbiano le caratteristiche adatte per accedere alle misure alternative di detenzione.

L’impianto prevede una dotazione 23 biocelle che potranno essere installate con il metodo della progressiva realizzazione, in modo da arrivare in tempi brevi all’autosufficienza impiantistica nel trattamento della frazione dei rifiuti considerata.

La costruzione dell’impianto sarà realizzata secondo una razionale distribuzione delle diverse sezioni che costituiscono l’intero apparato e quindi una sezione di ricezione delle frazioni umide e degli scarti legnosi, una sezione di biossidazione dove avvengono i processi ossidativi (zona biocelle) e una sezione di maturazione finale con annesso sistema di raffinazione e insaccaggio con arricchimento e condizionamento del prodotto per usi speciali nel settore agricolo.

Il trattamento dei rifiuti organici biodegradabili, rifiuti che costituiscono la frazione umida di tutti gli scarti provenienti dalla raccolta praticata dal servizio pubblico, mediante il processo di compostaggio, non solo assume un’importanza dal punto di vista ambientale, ma diviene indispensabile considerando che le attuali direttive Europee e il conseguente recepimento da parte degli Stati Membri non permette più lo smaltimento di tale frazione in discarica.