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Giovedì 2 Dicembre 2021




Il mio Cammino

Da Burgos a Santiago. 480 km, 18 giorni, milioni di stelle

cammino-burgos-santiagoDicono che a scoraggiare potrebbero essere fatica e km e vesciche e zaino che pesa. Non credetegli. L’unica vera prova, la più dura, è il ritorno. Forse perché dal Cammino non si torna mai indietro. Non uguali a prima, almeno.

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Vi mancheranno i km nei piedi quando per andare al lavoro non attraverserete terra battuta e  alberi; Vi mancherà la muchilla sulle spalle quando la vostra casa apparirà troppo piena di cose inutili; vi mancherà il tempo per curare le vesciche e sentire.
Al ritorno, sarà tutto troppo. Troppe luci artificiali, troppi muri, troppo rumore, troppe regole, troppe persone di cui non incontri lo sguardo, troppo poco tempo per l’essenziale, per il qui ed ora.
Perché la routine, anche quando ci rappresenta, anche quando ci piace, spesso non ci assomiglia. Non quanto un piede, non quanto una spiga di grano. Perché è il corpo che decide sul Cammino se fermarsi o continuare, se stare soli o condividere, momento per momento, come una spiga flessibile al vento. Questa cosa qui me l’ha detta Diego camminando lungo un viale alberato nelle mesatas. E anche se la conoscevo già  la storia del filo d’erba e dell’albero, questa volta qui l’ho sentita. Ed era vera. Questo ti fa il Cammino. Che le cose che pensi di conoscere diventano vere qui ed ora. Hanno un’altra musica, un altro odore, un altro sentimento. Il tuo. Gambe e cuore. Un paio di scarpe, due magliette e un pantaloncino e la mochila per casa. Non c’è bisogno di altro in fondo.  Sul cammino spesso ci si chiama solo per nome, spesso non si parla affatto della propria professione o del ruolo sociale che si occupa. Ma piuttosto dei desideri, dei sentimenti, delle paure. Si piange e si ride. Sul cammino si è. E basta.
C’è bisogno di togliere: trucchi, pesi, maschere e paure. Sul Cammino non si pensa più, si intuisce, quando superi i 25 km e la testa si “purifica” ed è una forza invisibile ti spinge, tra alberi e sole e vento. Senti chi sei e cosa vuoi. E continui: 30, 35 km e non ti fermeresti se non fosse per la tendinite o perché devi pur mangiare.
E allora ti trovi e basta. Senza cercarti. Nel bene e nel male. Nel silenzio, ma anche nei racconti degli altri scopri i tuoi limiti, le tue debolezze effimere. Così sotto il sole di Castrojeritz mentre un amico pellegrino, uno dei più solari e divertenti che ho conosciuto, mi ha detto nel modo più naturale del mondo “sai ho la sclerosi multipla, perciò cammino”. E allora il mio cuore si è fermato. O forse ha iniziato a battere. E da quel giorno l’ho ascoltato diverse volte battere e mi sono resa conto che me ne ero dimenticata del rumore che fa, il cuore.
Bisogna disimparare, smettere di avere la presunzione di sapere tutto e ascoltare. E’ lui, il mio amico che sta combattendo ed in qualche modo ha già vinto la battaglia contro la sua malattia, che come ricetta alla mia paura di amare, mi ha detto un giorno: “la sofferenza è parte della vita, ma l’altra faccia del dolore è la gioia”. E’ semplice. E allora ho anche capito, come si capisce solo per intuizione, che se avevo scelto di iniziare il mio viaggio dalla meseta, altopiano sconfinato, noioso per molti, c’era un motivo molto preciso. La meseta è inondata di sole, non ha lati nascosti. Nella meseta vedi sempre l’orizzonte, ma non ci arrivi mai. La meseta non finisce. Non come le persone, non come il lavoro, non come l’amore. Dopo la meseta vengono le montagne e poi le valli di vino e poi ancora strade dove la nostra ombra che si allunga armoniosa in avanti sa più di noi. E allora sai con certezza che anche il Cammino, come la vita, cambia, ma non finisce. 
Mi sono commossa alle lacrime per la Natura. Per l’alba che sorgeva su un campo di girasoli nella meseta, per il cielo stellato che è troppo miracoloso per non raccontare di Dio, per i boschi incantati della Galizia e le facce di corteccia degli alberi. Per i ruscelli ghiacciati, per l’arte sublime delle chiese gotiche e per i canti religiosi, per i muri in pietra secca e i paesini medievali intarsiati nelle valli da mani sapienti e millenarie.
E più di tutto per la purezza delle persone che ho incrociato. Per Conny che ancora non so se è vera o è un angelo. Pensando al futuro di Eleanora che cammina dalla Scozia con i suoi 19 anni e la chitarra e mi ha re-insegnato a raccogliere le more e ad essere bambina. Per Gabriel alla ricerca del padre o forse di non aspettarsi nulla da lui, ma da se stesso e dalla vita, si, che sul Cammino gli ha fatto incontrare un cinese dalle scarpe rotte e allora lui, Gabriel, se pur squattrinato, gli ha dato le sue scarpe e il cinese gli ha regalato 200 euro per proseguire il viaggio. Per Maurizio che il Cammino l’ha percorso mille volte ed è la sua casa. Per Daniele che ha dovuto imparare presto ad essere uomo anche se è appena più di un ragazzo. Per Nicolas che ha fatto di un incidente fisico la sua salvezza. Per il suono di una fisarmonica nel monastero diroccato di San Anton e i dolci delle monache di clausura di Santa Clara insieme alla mia nuova “famiglia”. Per gli ospitaleros del San Nicolas che ci hanno donato la lavanda dei piedi e una cena al lume di candela al suono di chitarra; per quelli del donativo di Foncebalon che mi hanno dato la possibilità di cucinare per i pellegrini. Per la fuga fanciullesca dall’albergue di Arca e il ballo in piazza con gli anziani del luogo. Per la croce del Cebreiro insieme a Sandra, Giovanni, Enrico, Daniele e Luciano. Per il tramonto di Muxia. Per la luce negli occhi di tutti. Per il bene che provo per gli amici che mi hanno fatto scoprire il Cammino.
Chi sceglie di fare il Cammino, è in piccola o grande parte un ribelle. Anche quando non lo sa. E’ per questo che il Cammino è il Cammino e non un trekking qualunque. Il cammino si sceglie, anche quando si decide di partire un giorno prima. C’è un motivo. E’ un segno.
I segni, le frecce gialle innanzitutto e poi i sassi e gli incroci: sembra di entrare e uscire da un libro di fiabe, ogni pellegrino si sente parte di un disegno più grande ricamato sul Campus Stellae. I segni sono. Sono per chi crede e per chi no. Per chi sente che non sono casuali e per chi ci proietta il proprio immaginario. Sono nella Natura, nel percorso che rispecchia la propria anima, di carne o di spirito che sia.
Ecco che si può pensare ad un aspetto della propria vita e dopo pochi passi incontrare qualcuno che, senza sapere nulla di noi, ci darà la risposta. O magari vedere un sasso lasciato in un angolo con una scritta che ci dia un’indicazione, e può una stella cadente sottolineare un nostro desiderio, un attimo dopo e non prima di esprimerlo, come accade di solito. Nulla è affidato al caso per anime aperte a conoscere e sentire. A stupirsi prima di tutto. Ad avere fiducia. Perché ogni giorno, ad ogni risveglio, ogni volta che si indossa la mochila e si parte si può incontrare qualcosa di nuovo e di bello, che vada oltre l’usuale modo di ragionare, di controllare il destino. Dunque possibile, fluido, reale. Il Cammino è una città viaggiante trasversale al tempo e ricco dell’energia dei milioni di pellegrini che per secoli hanno percorso la stessa via. Sul cammino si incontrano persone che come noi si stanno cercando, stanno cercando Dio o ci camminano a fianco, o vogliono perdersi, perdere i propri pesi che, simbolizzati da un sasso, vengono deposti ai piedi della Cruz de Hierro in uno dei momenti più mistici del viaggio. Sul cammino si incontrano amici per sempre. Ma anche i tanti nostri “io” di tempi diversi: bambino, adulto, anziano.
Santiago è la partenza. Non è l’arrivo. L’ho capito solo dopo. Quell’emozione fortissima così simile a quella provata nell’attesa di discutere la tesi di laurea. Mi chiedevo “perché” andando verso plaza Obradoiro con il cuore che sembrava volare. In fondo li ho già fatti i 500 km. Ho già fatto tutto, perché allora questa emozione, gioia immensa mista alla paura?… E invece no. Il Cammino non è una parentesi alla vita. Chi apre e chiude le parentesi siamo noi. Esiste un prima e dopo il Cammino, e la vera prova è aprirsi a un modo nuovo di guardare alla vita di tutti i giorni. Santiago è la partenza. E’ la scommessa di cambiare ciò che non va, di avere il coraggio di cercare ciò che veramente ci rende felici.

Alessandra del Giudice

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