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Giovedì 2 Dicembre 2021




Storia di ordinaria precarietà abitativa

Il sogno di una casa quando manca anche il cassetto.

casa“Casa è un posto qualsiasi in cui ti piacerebbe poter restare”: questa massima devo averla letta in un libro e m'è tornata in mente oggi, ho pensato che per me non sarà mai vera del tutto, ho pensato che sono andata via anche dai posti che ho amato di più.

L'appartamento che avevo da studentessa, ad esempio, o quello diviso con Laura prima di conoscere Giovanni. Non erano posti qualsiasi, insomma, erano casa, e quando sono andata via beh, pensavo fosse per migliorare e che casa, quella vera, quella dove restare, in fondo dovevo ancora trovarla.

Cosa ne sapevo che la mia storia è identica a quella di tanti altri: storie di ordinaria emergenza, storie di precarietà abitativa, storie di resistenza, storia mia, sua, vostra.

Ho cominciato a cercare casa quando io e Giovanni abbiamo deciso di provare a convivere. Rettifico: è più corretto dire che ho ricominciato a cercare la casa dei miei sogni quando avevo un sogno da realizzare, pratico e concreto. Con le cose funziona così, dovrebbe funzionare così, c'è bisogno di un piano di cose da fare per dare supporto agli ideali. Io non potevo permettermi di chiamare un consulente immobiliare come succede in tv, non potevo permettermi neppure un'agenzia immobiliare, in verità. Le agenzie prendono commissioni troppo alte per il mio stipendio. Propongono appartamenti troppo costosi per i miei piani. Dovevo cercare casa tra gli annunci dei privati, e lì cercare ancora: un bilocale, un monolocale, un qualsiasi posto che potesse contenere un letto, una scrivania, una cucina, un bagno, i miei vestiti, i suoi. I sogni no, non c'è posto per i cassetti, bisogna risparmiare anche sullo spazio.

La cosa è questa: il privato vuole risparmiare pure lui.

Il primo ci propose un bilocale, almeno sulla carta. In realtà si trattava di un lungo corridoio senza finestre che portava ad una sola stanza. In questo rettangolo stavano, addossati alla parete, sistemati in fila come bambini all'appello, una scrivania, un letto, una cucina a gas. Il bagno era in comune con i ragazzi dell'appartamento di fianco: la nostra casa, infatti, non era esattamente una casa. Era il risultato di una divisione di un quartino, una camera a testa per 4 coppie. Prezzo: 500 euro.

Non arrivammo neppure a chiedere altro, al nostro “padrone di casa o di stanza”. Fuggimmo.

Il secondo ci mostrò con orgoglio un terraneo. Vascio, come si dice, basso. Abitazione a livello strada. Soppalcato. Una sola finestra, accanto alla porta. Non male, tutto sommato, visto il corridoio che ci avevano proposto qualche giorno prima. Affitto richiesto: 600 euro. Due mensilità anticipate. “Contratto? No, qua' contratto, signurì! E mi volete rovinare!”

Il terzo pensammo fosse quello giusto, il quarto anche, il quinto lo stesso. Cozzavamo sempre contro qualcosa, in realtà. Una volta l'affitto richiesto saliva misteriosamente appena ci mostravamo interessati, non so come si chiama questa cosa in termini tecnici. Un'altra potevamo avere il contratto sì, ma dichiarando solo centocinquanta euro in luogo delle 550 richieste per un monolocale in quartiere popolare, e di questa prassi conosco il nome, si chiama “evasione”.

Volevamo evadere anche noi, io e Giovanni, e alla fine siamo tornati a casa: l'unica che abbiamo mai conosciuto, quella dei nostri genitori. Entrambi siamo cresciuti in palazzine popolari, entrambi abbiamo saputo che un affitto più o meno equo significava iniquità su altri fronti. Magari paghi 400 euro, ma hai le fognature che ti rigettano lo schifo un giorno sì e l'altro pure. Magari chiami la manutenzione e la manutenzione ti dice che anche se sono case popolari, a te conviene chiamare un privato, è meglio, il privato lavora bene. Magari chiami il privato, e il privato non ti fa la fattura, perché anche lui ha bisogno di vivere. Forse siamo privati anche noi.

Nel senso che ci manca qualcosa, e non è la casa, no.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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