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Lunedì 8 Agosto 2022




Quaranta anni e un orizzonte spezzato

La voce di una madre in fila fuori Poggioreale.

carcere-poggioreale-visiteGennaro ha 40 anni, l’età in cui si raccolgono i frutti seminati, l’età in cui si definiscono più chiaramente e umilmente le prospettive : si smantellano i sogni troppo ambiziosi e si solidificano gli obiettivi raggiunti.
Ma Gennaro un orizzonte non ce l’ha, tagliato dalle ombre corte delle sbarre di Poggioreale. E non ha una voce, così per lui parla la madre in coda da tre ore per un colloquio fuori le mura del carcere.

Non è il suo nome, ma lo chiameremo Gennaro Esposito perché figlio comune di una Napoli che dispensa pochi semi e condanna severamente chi non produce frutti. Certo, Gennaro ci mette del suo, per non fare germogliare niente.
“Tornato dal militare ha iniziato a fare uso di eroina. Noi abitiamo da queste parti, ma lui se la faceva altrove, con amici che non erano del quartiere, così all’inizio non sapevamo niente. Così ha iniziato a rubare per farsi le dosi”. - racconta la madre, gli occhi cerchiati e stupiti, in attesa dalle quattro di mattina per vedere suo figlio, un tempo che sarebbe troppo lungo per chiunque non abbia un parente dietro le sbarre.
Ma di tempo ce né a sufficienza da aspettare: dieci anni. Un’ora in più, una in meno non cambiano la vita.Con la madre di Gennaro in fila da prima dell’alba ci sono una cinquantina di donne: madri, fidanzate, mogli, sorelle. Uomini non ce ne sono. Tanti a lavorare, tanti altri anche loro in prigione a segnare con la loro assenza una trasmissione quasi genetica del “male”.
Il padre di Gennaro però non è pregiudicato e non lo sono neanche fratelli e sorelle, “Solo lui- chiarisce la madre- ha preso una brutta strada. Noi ci siamo rivolti al Sert e loro ci hanno consigliato di non stargli addosso e di cacciarlo di casa perché rendendosi autonomo avrebbe smesso. Ma è stato peggio: ha iniziato a vivere come un barbone, per strada. A volte lo andavamo a cercare per dargli da mangiare, ma non siamo riusciti a farlo smettere. Poi gli è venuta “quella” malattia”.

Ecco che Gennaro incensurato viene condannato più volte per  piccoli furti e uso di sostanze stupefacenti. Colleziona anni di carcere senza mai andarci. “Erano reati piccoli- sottolinea la madre- entrava e subito usciva dal carcere. Se lo fossero tenuto allora, magari avrebbe cambiato strada”.
Gennaro va gli arresti domiciliari per i reati commessi, solo recentemente. Proprio quando si era rimesso in carreggiata: “Da un paio di anni aveva smesso completamente di drogarsi- racconta con gli occhi sempre più lucidi la mamma- , aveva trovato una compagna un po’ più grande di lui con figli già adulti e grazie al loro aiuto e a un lavoro nel negozio con mio genero andavano avanti tranquillamente”. Gennaro ha l’aids, ma grazie alle terapie riesce finalmente a vivere una vita normale.

Intanto però i giorni di carcere mai scontanti si sono accumulati. E un carico pendente di reati può significare una condanna definitiva. Un eredità pesante che arriva due mesi fa a bussare alla porta di Gennaro. A dimostrare che non sempre i tempi della legge vanno di pari passo con quelli della vita e quella di Gennaro “adesso era pulita”.
Per chi finalmente guardava avanti e non più all’attimo scarnificato di una dose, due mesi sono un tempo giusto per realizzare che 10 anni sono insostenibili.
Due mesi sono anche il tempo giusto per imparare le regole silenziose della vita in carcere. “Lui non esce mai dalla cella- racconta la mamma-. Non va neanche a fare l’ora d’aria. Ha paura, mi dice che ci sono carcerati prepotenti e non c’è controllo delle guardie, infatti non a caso l’altro giorno si è ucciso uno e neanche si sono accorti di nulla.
Molte cose sono proibite. A volte cucino e mi devo portare la roba indietro. E poi mio figlio dice di stare attenta, di non litigare con nessuno qua fuori, anche se mi passano davanti, perché se poi due parenti bisticciano le guardie lo fanno scontare ai carcerati.

I compagni di cella gli hanno consigliato un avvocato, dicono che è bravo, ma fin ora si è preso solo tanti soldi. Vogliamo cambiare, prendere quello di ufficio, ma bisogna aspettare. E comunque anche dentro c’è una gerarchia. E mio figlio non è figlio di “nessuno”.

Alessandra del Giudice

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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