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Giovedì 20 Gennaio 2022




Alla scoperta di una delle più antiche rappresentazioni dei Rom

L’artista Bruno Fermariello svela: “il pittore Solario era uno zingaro!”.

solario“Ho scoperto una delle più antiche rappresentazioni del popolo Rom: un affresco della fine del 400 di Antonio Solario, detto lo Zingaro!”- afferma entusiasta Bruno Fermariello, pittore napoletano, artista-maieuta che ci conduce per mano nel chiostro dell'Archivio di Stato spiegandoci il dipinto e il suo valore storico-sociale.

Bruno Fermariello, che ha tenuto corsi di pittura con le ragazze rom detenute a Nisida, e ha realizzato con le loro tele le mostre “Gilgamesh” e “Carmen”, un artista maieuta, che oltre a sollecitare l’energia creativa posseduta in modo inconsapevole dalle ragazze rom, investiga i segni della millenaria presenza rom a Napoli nel patrimonio artistico cittadino.
Entriamo con lui nell’Archivio di Stato per osservare una delle più antiche testimonianze iconografiche del popolo Rom esistenti al mondo: un ciclo di affreschi realizzato tra la fine del Quindicesimo e gli inizi del Sedicesimo secolo da uno degli artisti più enigmatici e misteriosi della storia dell’arte: Antonio Solario, detto “lo Zingaro”.
Venti in tutto i dipinti dedicati alla vita di San Benedetto, sono tratti  dal libro dei “dialoghi” di San Gregorio Magno dedicato alla vita del Santo, ricoprono per intero due delle pareti del chiostro porticato dell’ex monastero dei Santi Severino e Sossio, attuale sede dell’Archivio di Stato. Ogni episodio del ciclo corrisponde ad una campata del corridoio porticato.

Il nono episodio e il terzetto gitano. Partendo dal primo affresco riguardante la partenza di San Benedetto dal suo paese natale (Norcia) passiamo ammirati, ai successivi : l’arrivo ad Efide, il miracolo del crivello….
Arrivati al nono episodio che mostra la presentazione dei bambini Mauro e Placido al Santo ci soffermiamo su quello che unanimemente viene considerato il ritratto che il pittore volle farsi in compagnia di due assistenti: “un terzetto dai tratti orientali assai marcati, dal colorito scuro un terzetto molto “gitano”!”- spiega Fermariello- “Gli studiosi, hanno sempre ribadito in coro che Solario era detto “lo Zingaro” per la sua abitudine a girovagare da un posto all’altro e non perché di etnia rom. Gli studiosi pensavano: “Uno zingaro all’altezza dei più Grandi pittori, figuriamoci!”

Il percorso. Avanziamo poi verso il decimo episodio, dedicato alla guarigione del monaco indemoniato, con il quale si chiude la serie di episodi della prima parete affrescata, “quella più bella, dove è evidente l’intervento diretto del Maestro, databile agli ultimi anni del Quattrocento”- commenta il pittore.
E passiamo alla parete successiva, ricoperta di affreschi di qualità pittorica assai inferiore ed in condizioni di estremo deperimento a causa dell’umidità.
“Qui, secondo la critica, l’intervento del Solario deve essersi limitato al solo disegno d’insieme mentre la realizzazione dei dettagli sarebbe dovuta alla mano dei suoi assistenti, quelli che compaiono accanto all’ autoritratto del Maestro, che in sua assenza vi avrebbero operato nei primissimi anni del Cinquecento”- illustra Bruno.
“La prima parte di questa parete è dedicata al periodo in cui San Benedetto visse nella regione di Subiaco: il miracolo del salvataggio del piccolo Placido dalle acque del lago, il tentativo di avvelenamento ordito dal monaco Fiorenzo, fino al quindicesimo affresco nel quale si introduce il periodo cassinese del Santo”.

Il quindicesimo affresco e i pellegrini rom. Ed è proprio qui, nel quindicesimo affresco della serie che, secondo Bruno Fermariello, emergerebbe una antichissima testimonianza del popolo Rom.
L’affresco corrisponde sotto l’aspetto iconografico a quell’episodio dei “dialoghi” di San Gregorio in cui si accenna alla predica che il Santo rivolse agli abitanti di Cassino: “si rivolse poi alla gente che abitava lì intorno e con assidua predicazione li andava invitando alla fede”. L’episodio è conosciuto appunto come “la predica di San Benedetto agli abitanti di Cassino”.
“Il fatto è che nel nostro affresco quel gruppo di persone rappresentato intento ad ascoltare la predica del

Santo, lungi dall’assomigliare a “gente che abitava lì intorno” risulta essere in modo evidente un gruppo di pellegrini assai esotico, scuro di carnagione, con strani copricapi, guidato da un anziano che in mano stringe un rotolo (evidentemente un salvacondotto), insomma un immagine che corrisponde perfettamente allo stereotipo, diffuso in tutta Europa nel corso del Quattrocento, del popolo “Gitano”- chiarisce Fermariello.
L’immagine di un gruppo di zingari che ascolta la predica da San Benedetto è un anacronismo in quanto le prime testimonianze dell’arrivo in Italia dei rom risalgono ai primi del Quattrocento mentre la vicenda umana del santo di Norcia si svolge tra il quinto e il sesto secolo della nostra era.

L’autocostruzione dello stereotipo. “La presenza anacronistica dei pellegrini gitani in sostituzione della “gente che abitava lì intorno” tradisce- spiega Fermariello- la decisa intenzione del gruppo di artisti guidati dal Solario di confermare e consolidare l’idea che gli zingari fossero pellegrini provenienti dall’Egitto, mentre in realtà provenivano dalla lontana India e che forse per l’Egitto erano soltanto passati.

I gitani infatti, al loro primo arrivo in Europa, nel quattrocento, si presentarono come pellegrini provenienti dall’Egitto (da cui la denominazione di gitani o di gipsy), ma talvolta anche da un non precisato paese chiamato “piccolo Egitto” da cui erano stati mossi al pellegrinaggio dal bisogno di espiare le colpe dei loro progenitori i quali tempo addietro avevano, vivendo in terra musulmana, rinnegato la fede cristiana. Con queste credenziali riuscirono ad ottenere un posto fuori le mura dove sostare, cibo ed indumenti per sopravvivere. I capi, che si facevano chiamare Conti o Duchi, erano forniti di speciali salvacondotti concessi, a loro dire, dall’Imperatore Sigismondo e dal Papa Martino V. La mia tesi è che quello di essere pellegrini fu il primo dei tanti stereotipi riguardanti gli zingari, ma almeno inventato da loro stessi”.

Il Solario era un rom. Forse è anche grazie a questo stereotipo che non si registrano per tutto il periodo della dominazione aragonese quegli episodi di intolleranza da parte delle autorità laiche e religiose che si riscontreranno nel secolo successivo. “Alcuni di loro riescono a scavalcare il muro che divide i due “mondi” e a fare carriera!- racconta Fermariello- E’ il caso di Lorenzo Perrone, cuoco personale di Re Ferrante, diventato ricchissimo, ma è anche il caso del nostro Solario, il quale troverà fortuna proprio nella Napoli degli ultimi aragonesi. Di fatti solo un pittore zingaro poteva scegliere di inserire nel suo dipinto, in modo anacronistico, un gruppo di zingari, per di più vestiti da nobili. Il suo intento infatti quello di perpetrare lo stereotipo degli zingari pellegrini e di farli così accogliere e benvolere”.

Oggi. “Il rapporto tra noi e gli zingari è sempre stato ambivalente, una ambivalenza fondata generalmente sugli stereotipi- racconta Fermariello-. Oggi ad esempio alla immagine negativa dello zingaro dedito alla nullafacenza, al furto, si contrappone nell’immaginario collettivo l’immagine romantica dello zingaro passione e libertà, cui ha contribuito il mito della “Carmen”. Si tratta di stereotipi alla cui formazione hanno contribuito solo in minima parte gli zingari stessi. Ci fu un tempo in cui invece alla formazione dell’immagine “gitana” contribuirono gli zingari in prima persona fornendo in contrapposizione allo stereotipo dello zingaro ladro, diffuso fin dal principio, lo stereotipo dello zingaro pellegrino sulla strada dell’espiazione. Ed è questa la testimonianza che emerge dall’antico chiostro del platano”.

Alessandra del Giudice

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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