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Lunedì 27 Giugno 2022




Il Circolo Capitani di Procida dalla ricreazione alla lotta

I lavoratori marittimi esposti all’amianto

nave-rifiuto-del-mareHanno navigato per decine di anni su “botti di amianto”. Migliaia di marinai, esposti 24 ore su 24 perché l’ambiente di lavoro coincideva con quello di vita. Il Circolo Capitani di Procida, nato come luogo di ritrovo per i marittimi in pensione oggi è diventato negli anni il quartier generale in cui si discutono le cause intentate per esposizione all’amianto e malattie correlate.

Le zone più colpite dall’incidenza delle patologie amianto correlate, non sono solo quelle delle fabbriche di eternit, ma anche le fasce costiere con cantieri navali e porti, poiché l’amianto ha trovato in quel settore un ambito privilegiato di applicazione.

“I tubi, i cordoni per le riparazioni, le tele per entrare nella caldaie, i guanti per le riparazioni: tutto era di amianto. Impastavamo amianto per ricostruire i muretti nelle caldaie e tagliavamo le guarnizioni di amianto che, sotto la lama del flex, liberavano nell’aria polveri bianche. A volte lasciavo una mela sul tavolo e poi la mangiavo ricoperta da quella patina. Abbiamo bevuto, mangiato amianto”- racconta Antonio Costagliola, ex capo macchine di Procida, andato in pensione a 55 anni (come è previsto per i lavori altamente usuranti), parte di una causa comune che si discuterà in cassazione.

A Procida, a partire dal 1998, il Circolo Capitani ha intrapreso 7 cause comuni per l’esposizione, con 500 marittimi che si sono costituiti parte civile, ma solo due sono andate a buon fine, mentre ci sono ancora 3 sentenze in appello e 2 sentenze in cassazione. Il problema è che spesso il nemico  non c’è più.L’esposizione all’amianto viene valutata in base alla mansione occupata, indicata nel curriculum firmato dall’armatore, ma molte navi sono state rottamate e, difficilmente gli armatori reperibili possono certificare i compiti svolti da un marittimo perché non ne sono a conoscenza. Onde aggirare l’ostacolo il dl del 27 ottobre 2004 ha stabilito che il lavoratore, impossibilitato a reperire il proprio curriculum, può chiedere alla Direzione Provinciale del Lavoro la validazione dell’estratto matricolare o del libretto di navigazione rilasciati dalla Capitaneria di Porto. Ma in molti casi le direzioni provinciali non sono riuscite a risalire ai curriculum e tantissimi marittimi hanno fatto ricorso al Tar anche perché in molti non sono riusciti a presentare le domande all’Inail entro il termine tassativo del 15 giugno 2005. All’Ipsema “sono giunte 30.000 domande da tutta Italia, ma solo quelle accompagnate dai documenti richiesti sono state prese in esame”- sottolinea Agatino Cariola, direttore centrale dei servizi istituzionali dell’ex-Ipsema che, con il dl 78/2010 è confluita nell’Inail con conseguenti rallentamenti burocratici.

Al danno si unisce la beffa. Luciano Lubrano Lavadera è uno dei pochi “fortunati” che ha vinto la prima causa di gruppo: “tutti abbiamo fatto lo stesso mestiere. Ma il paradosso è che mentre il mio gruppo ha vinto, dopo 2 anni un altro gruppo di colleghi giudicato dal medesimo magistrato ha perso. Avrei parlato volentieri con quel giudice per chiedergli il perché di quella scelta assurda”.

La legge del ‘92 aveva introdotto diversi benefici consistenti in una rivalutazione contributiva del 50% ai fini pensionistici sia per i lavoratori che hanno contratto una malattia professionale asbesto-correlata, sia per quelli esposti per oltre 10 anni per 8 ore al giorno ad una concentrazione media annua > 100 ff / litro.

Ma applicare la legge ai marittimi è difficile. Uno studio dell’Ipsema e dell’Insean, istituto per la previdenza e l’architettura navale, ha diviso l’esposizione in tre tipi: ambientale e indiretta valutate 2 ff/litro, e diretta che raggiunge un livello superiore alle 100 ff/litro. Dunque solo il personale di macchina, elettricisti e carpentieri rientra nei termini di legge e solo ad essi l’Ipsema, certifica ai fini previdenziali, l’avvenuta esposizione, escludendo tutte le altre categorie. I marittimi non sono d’accordo: “le ore di lavoro effettive sono 10 o 12 e perciò bisognerebbe ridurre il numero degli anni, mentre compiti come riparazioni di tubi, e quindi esposizioni dirette, venivano eseguiti anche dai non macchinisti, perché, su piccole navi i ruoli sono intercambiabili. Infatti l’Onorevole Luigi Muro, ex sindaco di Procida, ha proposto al governo di equiparare le mansioni di macchina e di coperta perché entrambe altamente usuranti. Un’altra cosa negativa è che se prima vincendo la causa per l’esposizione si aveva diritto ad un aumento dei contributi di 6 mesi per ogni anno, per le cause che iniziano oggi si ha diritto a soli 3 mesi- sottolinea Costagliola.

Non solo per gli esposti è complesso usufruire dei benefici di legge, ma anche per gli ammalati accertati ottenere risarcimenti, infatti secondo il dpr 1092/73 bisogna presentare la domanda di riconoscimento per cause da servizio entro 5 anni dal congedo definitivo, ma, poiché la malattia si può manifestare anche dopo 45 anni dall’esposizione, molti imbarcati o familiari di defunti hanno intrapreso cause che sono ancora aperte.

“Almeno 16 miei compagni sono morti prima di vincere la causa proseguita dai parenti, in alcuni casi ho testimoniato per loro- continua Costagliola-. L’ultima testimonianza l’ho fatta l’anno scorso prima che un mio caro amico morisse”.

per info: http://www.circolocapitani.it/chi_siamo.html

Alessandra del Giudice

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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