"Non volevano che girassimo il film", i retroscena di La-Bas raccontati dal regista Guido Lombardi

guido lombardiDopo aver visto il suo primo lungometraggio, La Bas – Educazione criminale, proiettato alla Mostra del Cinema di Venezia, il regista Guido Lombardi racconta le sue emozioni a caldo e spiega come è nata l’idea del film. Poi rivela: “A Castel Volturno non volevano un film sui migranti, per girare abbiamo usato mille sotterfugi”. E adesso ha un sogno: “Vorrei che fosse proiettato in Africa, per mostrare lì cosa è davvero l’Europa che sognano”.

Che emozioni hai vissuto durante la prima?

"Mentre assistevo alla proiezione vedevo solo i difetti. Nonostante sette mesi al montaggio notavo cose che ancora non funzionavano e pensavo che me ne sarei dovuto accorgere prima. Poi quando si sono accese le luci in sala ho visto gli attori africani abbracciarsi e piangere. Sono rimasto scioccato, ho avuto la sensazione per la prima volta di essere riuscito a restituire qualcosa del loro mondo. Non potevo capire fino in fondo quelle lacrime, c'era qualcosa che andava oltre il film ".  

Quando è nata l'idea del film?

“L’idea è nata tre anni fa. Come operatore venivo chiamato a riprendere feste africane a Castel Volturno: trecento, quattrocento persone che ballavano tutta la notte. Io giravo e poi montavo dei dvd ricordo. Ho scoperto un mondo musicale underground ricchissimo, e lì ho incontrato Kader, un giovane musicista e Moussa, suo zio che faceva l'agente per etichette specializzate in gruppi africani. E’pensando a loro che ho costruito i miei personaggi e scritto la sceneggiatura. Dopo innumerevoli difficoltà legate al budget, quando siamo partiti con le riprese ho assolutamente voluto proprio loro due tra gli attori protagonisti. Oggi sono felice di aver fatto questa scelta”.

Educazione criminale è il sottotitolo del film, non rischia di avvalorare la tesi di una immigrazione prevalentemente dedita al malaffare?

“Che ci sia della criminalità africana non lo possiamo negare, sono le inchieste giudiziarie a provarlo. Così come è certo che ci siano anche degli africani a sfruttare gli africani. Ma noi non vogliamo segnalare questa come la realtà prevalente. E' una opzione che esiste, e in un posto dove l’alternativa è diventare delle vittime può essere  attraente,  ma il protagonista cerca di emanciparsene. Sullo sfondo appare evidente la sofferenza e lo sfruttamento che vivono i migranti di quelle zone”. 

Come descriveresti in sintesi la realtà di Castel Volturno?

Castel  Volturno è un paese africano, i bianchi che si vedono in giro sono pochissimi. Gli africani vivono nelle ville un tempo destinate ai turisti e poi abbandonate. Stanno fino a dieci persone in un appartamento, pagando fitti altissimi. Ne abbiamo visitati diversi per trovare un set che ci convincesse. In una casa abbiamo scoperto addirittura che i ragazzi pagavano una quota per l'elettricità mentre il proprietario forniva la corrente attraverso un allaccio abusivo. Inoltre la clandestinità è diffusissima, e questa loro condizione li espone a uno sfruttamento lavorativo inaudito. Ho avuto modo di ascoltarlo nei racconti e vederlo direttamente. Vanno la mattina alle rotonde vengono presi dai caporali, e tante volte invece di essere pagati dopo 12 ore di lavoro vengono picchiati. Non possono denunciare, esistono ma è come se non esistessero. L'ambiente è ostile in modo inverosimile. Persino noi, nel voler raccontare questa storia, siamo stati costretti a riprese clandestine”.

In che senso?

“Cercavo attori non professionisti e avevo sparso dei volantini in strada per i casting. Un giorno siamo stati chiamati dal Comune che ci chiedeva spiegazioni. Non volevano in alcun modo che girassimo il film lì. Abbiamo provato una mediazione ma ci è stato fatto capire che non eravamo graditi. Hanno detto che avremmo danneggiato l'immagine della città. Della strage di San Gennaro non ne volevano sapere nulla, e alcune scene siamo stati costretti a girarle in comuni limitrofi. Hanno cercato di boicottarci in ogni modo per impedirci di girare”.

Alla fine, però, ci siete riusciti.

“Inventando dei sotterfugi. Mentre giravamo in un palazzo, sul ciak avevamo scritto: Doc su Roberto, facendo credere ai vigili che stessimo girando un film sul portiere del palazzo che si chiama così. In un’altra occasione facevamo riprese in un appartamento e vedendo le telecamere  si era diffusa tra i vicini la voce che stessimo facendo un porno e noi non abbiamo smentito. Una volta sola ci hanno beccati: riprendevamo in strada la scena dell’adescamento di due prostitute. E'arrivata la municipale , abbiamo provato a raccontare che stavamo girando uno spot di uno yogurt, ma non ci hanno creduti e siamo stati allontanati”.

Quella che racconti è una realtà durissima. Perché, secondo te, non fuggono in cerca di meglio?

“Trovano una comunità e una accoglienza che non riceverebbero in altre parti d'Italia. In tanti dopo aver perso il lavoro in altre regioni fanno ritorno qui. Ma se non vanno via e non decidono di tornare nei propri Paesi di origine  è soprattutto per orgoglio. Gli immigrati arrivano con grandi aspettative. Molti ragazzi che ho conosciuto parlano di un vero e proprio virus dell’immigrazione. Per loro il partire è un'avventura verso qualcosa di meglio. Poi quando arrivano qui scoprono miseria e sfruttamento. Il pudore gli impone di tacere la loro condizione a chi è rimasto in Patria . Si inventano storie di successi e ricchezza, finendo con l'alimentare un falso mito. alcuni ragazzi mi hanno detto che iniziavano a favoleggiare dell'Italia con i parenti anche mentre erano detenuti nelle carceri libiche in attesa di imbarcarsi su qualche zattera. Vorrei tanto che questo film fosse distribuito in Africa, nei paesi da cui parte l'immigrazione. Vorrei proprio tanto che lo vedano lì”.

Luca Romano

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