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Giovedì 29 Ottobre 2020




Sfila in strada la sfiducia dei profughi

Il capo di gabinetto promette l’attenzione del Ministro dell’Interno

corteo-profughi-libiciSono circa 200 i profughi provenienti dalla Libia che questa mattina hanno portato in strada la loro desolazione seminascosta dietro cartelli gialli in cui chiedevano diritti e libertà, nell’ambito della manifestazione organizzata dall’Associazione 3 febbraio, da “La Comune” e dall’Assemblea dei profughi e dei rifugiati. Degli 800 presenti a Napoli in tanti sono sfiduciati.

Sono ormai mensili le manifestazioni e le azioni realizzate da varie associazioni e sindacati per sensibilizzare cittadinanza e istituzioni al problema dei profughi provenienti dalla Libia presenti in Campania. Eppure le istituzioni nazionali appaiono sorde a questi giovani, in gran parte uomini, tuttora senza diritti né prospettive se non quella di restare bloccati a Napoli perché privi di permesso di soggiorno, nell’80% dei casi negato dalla commissione che deve valutare lo status di rifugiato.

Ancora una volta si è partiti da piazza Garibaldi, “Non dimenticare” è il motivo del volantino distribuito in corso Umberto e poi in piazza Municipio. La presenza del ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri, in città per celebrare la giornata della memoria per le vittime della criminalità, ha finalizzato l’azione pubblica alla richiesta di un dialogo con il ministro.

Michele Santamaria dell’associazione “La Comune” spiega la sfiducia dei “fratelli africani”: “La lotta sta vivendo un momento di difficoltà:  per i migranti non ci sono prospettive, c’è una tensione ed una rabbia crescente dovuta alla frustrazione, molti vorrebbero fare azioni di lotta più incisive, ma noi li invitiamo a una mobilitazione ordinata. L’amministrazione comunale si è pronunciata a favore di iniziative antirazziste però nel concreto ha sgomberato gli ambulanti e sta mandando i vigili sui bus per sequestrare la merce agli immigrati. Persiste il mercato nero dei ticket perché in molti hanno bisogno di soldi per acquistare schede telefoniche per comunicare con i loro cari, così i ticket vengono trattenuti dai venditori e scambiati con un importo minore in denaro contante. Dietro questa tragedia umana ci sono milioni di euro di interessi economici perché ad esempio un albergo che ospita 70- 80 profughi, per i quali vengono pagati circa 40 euro al giorno, produce un introito di cinquantamila euro al mese, impossibile da ottenere altrimenti di questi tempi. E intanto si tengono in cattività migliaia di persone”.

Riesce nello scopo di incontrare un rappresentante del Governo, la delegazione formata da Gianluca Petruzzo, dell’associazione 3 febbraio di Napoli e dal rappresentante dei profughi Kelly Peters Iduh. “Il capo di gabinetto Pontelosi,- spiega Petruzzo dopo l’incontro-  ha detto che il ministro dell’Interno è stato sollecitato a prendere in considerazione la petizione che chiede il permesso di soggiorno umanitario per tutti, anche grazie ad alcuni parlamentari che l’hanno sostenuta. La prossima settimana saremo a Roma per l’audizione al senato della commissione per i diritti umani e in quella sede cercheremo di ottenere un incontro diretto con Anna Maria Cancellieri”.

Intanto le associazioni e tanti avvocati continuano la loro battaglia accanto ai profughi campani, soprattutto per cercare di sostenerli nell’affrontare la “spada di Damocle” della commissione di Caserta.

 “L’Italia ha bombardato la Libia in nome dei diritti umani e i profughi sono qui per questo e ci chiedono appunto il riconoscimento di un diritto umano. Molti vorrebbero lasciare l’Italia e andare in un paese di cui parlano la lingua o perché sono molto delusi perché costretti a cercare vestiti dell’immondizia. Ma senza permesso, per la normativa europea, non possono. Le commissioni che seguono prassi burocratiche consolidate non tengono conto dell’emergenza e chiedono elementi di prova che i profughi, fuggiti da una zona di guerra, non possono fornire, e alla fine rigettano la domanda e così fanno i giudici nel caso del ricorso.

E’ importante che non venga concesso il permesso che è stato rilasciato ai tunisini l’anno scorso ai sensi dell’art.10 comma 3, di soli sei mesi, che permette solo di restare sul suolo italiano, ma impedisce di lavorare e non può essere rinnovato e non è riconosciuto dagli altri paesi europei. Bisogna riconoscere un permesso umanitario ai sensi dell’art. 5 comma 6 del testo unico sull’immigrazione che stabilisce che non si può espellere una persona se sussistono gravi ragioni umanitarie. Tale permesso dura un anno, consente di lavorare e può essere rinnovato per motivi di lavoro”- chiarisce Pierluigi Umbriano, avvocato specializzato nei diritti dell’immigrazione che si sta occupando di circa 50 pratiche di richiesta di permesso umanitario per i giovani provenienti dalla Libia.

Ed è appunto la possibilità di lavorare che chiedono i giovani libici, attraverso le parole di Kelly Peters Iduh, studente di politica ghanese che lavorava in Libia come parrucchiere: “In Libia vivevamo bene e lavoravamo fino a che non c’è stata la guerra. Siamo fuggiti dal nostro paese d’origine per motivi diversi: per discriminazioni sessuali, limitazioni delle libertà politiche o per la fame. Ora là non abbiamo più nulla. Vogliamo contribuire alla società italiana lavorando e pagando le tasse. Dateci la possibilità”.

Alessandra del Giudice

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