In Campania 29.912 imprese guidate da migranti

Lo dice il Rapporto Immigrazione e Imprenditoria 2014

imprenditoria e immigrazione 2014In Campania alla fine del 2013 le imprese condotte da immigrati sono 29.912 (il 5,3% del totale regionale e il 6,0% di tutte le imprese a conduzione immigrata in Italia), guidate da donne nel 27,2% dei casi. Lo dice il Rapporto Immigrazione e Imprenditoria 2014 commentato dai redattori e da esperti di migrazione napoletani.

Il rapporto curato da Idos in collaborazione con la CNA e il Money Gramm, è stato presentato a Napoli, giovedì 16 aprile nell'Aula Magna del Dipartimento di Scienze Sociali dell'Università Federico II di Napoli, in vico Monte di Pietà 1 da Adelina MIRANDA, referente regionale Idos e docente di Sociologia delle Migrazioni del Dipartimento di Scienze Sociali, dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, alla presenza, tra gli altri di Giuseppe Bea del Comitato di Redazione del Rapporto Immigrazione e Imprenditoria CNA/IDOS; Fabio Amato, del Dipartimento di Scienze Umane e Sociali, Università degli Studi di Napoli "L'Orientale"  e Gianfranca Ranisio, del Dipartimento Scienze Sociali, Università degli Studi di Napoli Federico II.

Immigrazione e Imprenditoria 2014 analizza l’imprenditorialità immigrata a tre diversi livelli (europeo,nazionale e territoriale) e propone al riguardo i dati aggiornati all’inizio del 2014, con molteplici approfondimenti che consentono di individuare lo specifico apporto degli immigrati al panoramaimprenditoriale italiano e le possibili prospettive.

"Imprenditoria è un focus importante perché aiuta a ribaltare l'ottica emergenziale delle migrazioni alimentata dai media e restituisce il senso della complessità del fenomeno dei processi che vanno analizzati sempre più alla luce del rapporto tra locale e globale. In Italia e in Campania non si parla più di migrazione di passaggio, ma stanziale e ciò è dimostrato proprio dalle reti economiche costruite dagli stranieri tra luogo di partenza e luogo di arrivo. La stessa identità-alterità del migrante cambia, poiché l'imprenditorialità lo rende più visibile e riconoscibile", chiarisce  Adelina Miranda del Dipartimento Scienze Sociali dell'Università Federico II, Referente per la Campania di IDOS.Nell’UE a 28, secondo le statistiche Eurostat (parziali in quanto non inclusive, ad esempio,del settore agricolo e a base campionaria), sono 30,5 milioni gli imprenditori (1 ogni 7 occupati, per il 70% maschi), di cui circa 4,9 milioni in Italia (quasi un milione in più rispetto alla Germania, il 16% del totale delle imprese). Gli imprenditori immigrati, che per lo più hanno dato luogo a imprese individuali, sono quasi 2 milioni (di cui poco meno della metà non comunitari) e si concentrano innanzitutto in Germania (461 mila imprenditori e 750 mila posti di lavoro creati), seguita dalla Gran Bretagna (423mila).

Valore aggiunto e difficoltà di essere imprenditore. In Italia, tra gli autoctoni prima e tra gli immigrati poi, si è affermata una imprenditorialità molecolare – con imprese di ridotte (e ridottissime) dimensioni – che, seppure per alcuni aspetti appare più dinamica e coinvolgente, fatica maggiormente nel mercato globalizzato, come indicanole evidenti difficoltà delle imprese artigiane, in diminuzione dal 2009.
"L'Italia con il suo portato creativo è un terreno fertile per la nascita delle imprese che rappresentano per i migranti l'ascensore per salire nella scala sociale, di fatto il migrante imprenditore è più accettato dagli italiani. Eppure il ruolo dell'imprenditoria degli immigrati nell'economia è ancora poco riconosciuta nonostante produca 10 miliardi di euro l'anno. I migranti imprenditori inoltre devono affrontare innumerevoli difficoltà, innanzitutto c'è il problema della garanzie: se posso fornire garanzie economiche, ovvero il possesso di immobili, posso ricevere prestiti dalle banche, altrimenti no. Talvolta i migranti si rivolgono alle associazioni di categoria che fanno da garanti. Altro enorme ostacolo è la burocrazia italiana che costringe gli imprenditori a procedimenti impossibili", spiega Giuseppe Bea del Comitato di redazione del rapporto IDOS.


Il nuovo Rapporto si basa sull’analisi delle imprese registrate negli elenchi delle Camere di Commercio: 6.061.960, di cui 497.080 controllate da persone nate all’estero. Le imprese individuali superano la metà del totale tra quelle controllate dagli autoctoni (51,9%) e arrivano all’80,6% , oltre 400 mila, tra gli immigrati, che però si stanno aprendo in misura crescente anche a forme di impresa più complesse, come le societàdi capitali. In ogni modo, gli imprenditori nati all’estero sono riusciti a mantenere un significativo dinamismo imprenditoriale anche in questi anni di crisi, compensando la tendenziale diminuzionedelle imprese guidate dagli italiani.
Nel 2013, mentre per le imprese italiane il segno è stato uniformemente negativo (-0,9% a livello nazionale), quelle che fanno capo a lavoratori immigrati hanno registrato un andamento positivo (mediamente del 4,1%) che induce a confidare sulla possibilità di un loro ulteriore supporto al sistema economico-produttivo italiano come anche allo sviluppo dei Paesi di origine. Sul territorio il panorama è frastagliato, con una maggiore concentrazione delle iniziative nel Nord, quindi nel Centro e infine nel Meridione. Per quanto riguarda il ritmo d’aumento delle attività imprenditoriali degli immigrati il Meridione appare allineato con i valori nazionali, anzi è complessivamente contrassegnato da un maggiore dinamismo: al +9,5% calcolato nel biennio 2011-2013 a livello nazionale, si affianca il +12,1% nelle regioni del Sud (nello stesso periodo le imprese condotte da lavoratori autoctoni sono diminuite dell’1,6% a livello nazionale e dell’1,2% nel Sud). Si tratta, nell’intero Mezzogiorno, di quasi 110 mila imprese (poco più di 75 mila nel Sud e 34 mila nelle Isole), di cui oltre 12 mila iscritte negli elenchi camerali nel corso del 2013.

Nel Meridione e in Campania. Prima per numero di imprese con a capo migranti nel Meridione è la Campania. Alla fine del 2013 le imprese registrate negli elenchi camerali sono, nel complesso, 561.732 (il 9,3% del totale nazionale), per oltre un quarto gestite da donne (26,6%). Tra queste, quelle condotte da immigrati sono 29.912 (il 5,3% del totale regionale e il 6,0% di tutte le imprese a conduzione immigrata in Italia), guidate da donne nel 27,2% dei casi. La provincia di Napoli, da sola, ne raccoglie i due quinti (40,2%), seguita da Caserta (26,0%), Salerno (21,1%), Avellino (7,9%) e Benevento (4,7%). Si tratta in larga maggioranza di imprese individuali, nella misura dell’87,3% del totale, un valore notevolmente più alto della media nazionale (80,6%) e che raggiunge il 92,2% nell’area di Caserta.
Le attività imprenditoriali. Il principale comparto di attività è senza dubbio il commercio, che raccoglie quasi i tre quarti di tutte le attività imprenditoriali a guida immigrata della Regione (73,7%), seguito dalle costruzioni (5,2%), l’agricoltura (4,1%), le attività manifatturiere (3,7%%) e le attività di alloggio e di ristorazione (3,0%).
Tra il 2011 e il 2013, a fronte di una sostanziale stagnazione dell’imprenditoria autoctona (+0,0%), le imprese a conduzione immigrata sono aumentate complessivamente di 4.733 unità (+10,8%), in prevalenza nelle province di Napoli e di Caserta e, quanto ai comparti di attività, nel commercio (nonché in edilizia nel caso del casertano). Quanto ai principali Paesi di origine degli immigrati imprenditori in Campania, tra i titolari di imprese individuali si segnalano quelli provenienti dal Marocco (5.965 imprese) e dalla Cina (2.664).  Anche la Commissione Europea, nel piano d’azione Imprenditorialità 2020, ha attribuito aquesti operatori un ruolo importante per il rilancio dell’Unione. Purtroppo, la comprensibileattenzione agli investitori esteri (in Italia sono meno di mille l’anno i visti d’ingresso concessi pertale motivo) non deve indurre a trascurare gli immigrati che continuano a passare dal lavorodipendente a quello autonomo-imprenditoriale e che possono fare dell’Italia il Paese europeo leader per numero di imprenditori nati all’estero.

Centro e periferia con l'occhio dei migranti.  Fabio Amato, del Dipartimento di Scienze Umane e Sociali, Università degli Studi di Napoli "L'Orientale" ha affrontato l'interessante tema del commercio e del modo di abitare la città e la periferia e di come queste azioni spieghino il cambiamento nei processi migratori a Napoli. "Se il fenomeno migratorio guardato con gli occhi degli sbarchi- racconta il professore-  crea tanti fraintendimenti e determina una percezione collettiva parziale, il dossier sulle imprese apre uno spaccato più reale dei migranti che vivono nel Paese: 5 milioni di persone che contribuiscono per il 10% al Pil, nel 10% dei casi proprietari di casa e nella stessa Campania ormai oltre 200 mila presenze stanziali. Si tratta di persone che lavorano in città più che in campagna, sebbene a causa della crisi e il costo esorbitante degli alloggi, come i napoletani, si spostano ad abitare nella città metropolitana, nei comuni limitrofi a Napoli che si stanno trasformando in nuovi centri nella percezione dei migranti. Per questo con l'Università abbiamo iniziato una ricerca sulla migrazione e l'occupazione in due comuni della Provincia: Giugliano, realtà molto complessa di per se e più esteso comune della Campania, e San Giuseppe Vesuviano, storicamente comune di insediamento cinese. D'altra parte anche uno studio sui mercati cittadini offre un'interessante visione dei cambiamenti nel fenomeno migratorio e nel rapporto con gli autoctoni: il mercato di via Bologna, nei pressi della stazione centrale, considerato il vero centro della città dai migranti, è gestito quasi esclusivamente da migranti (il 95% dei venditori) mentre prima era un mercato tipicamente napoletano, mentre gli acquirenti sono soprattutto napoletani. Nel mercato del Borgo Sant'Antonio si riforniscono sempre più immigrati che vivono nel quartiere (l'80% degli acquirenti), mentre i venditori sono napoletani. Nonostante questa interrelazione commerciale tra italiani e migranti, non si può dire che Napoli sia una città accogliente, anzi la conflittualità è in crescita". 

Strategie d'impresa e processi di etnicizzazione. "Prima si parlava di imprese etniche- spiega l'antropologa Gianfranca Ranisio, del Dipartimento Scienze Sociali, Università degli Studi di Napoli Federico II- quando l'impresa è gestita da lavoratori provenienti da un paese preciso che commercializzavano prodotti del luogo di provenienza. In quel senso "etnico" era inteso come qualcosa di statico, mentre oggi è usato in termini processuali come qualcosa che si costruisce sia nel modo in cui si rappresenta l'imprenditore, sia nel modo in cui viene percepito. L'agency dei migranti, ovvero la loro capacità di azione sociale, in passato era strettamente legata al tessuto familiare di provenienza, supporto necessario a superare le barriere dei percorsi migratori e inserirsi nel paese di arrivo individuando nicchie di mercato. Oggi c'è molto più l'iniziativa singola e in questo senso la percezione etnicamente caratterizzata degli italiani sulle competenze e tradizioni dei paesi di provenienza dei migranti può essere addirittura funzionale al migrante stesso: ad esempio  l'attitudine di lavorare molte ore di fila per i cinesi li rende operai attendibili, oppure la tradizione della vendita di tappeti da parte degli iraniani o dei kebab da parte dei pachistani, rende i loro prodotti più appetibili".

Info: www.dossierimmigrazione.it

AdG

© RIPRODUZIONE RISERVATA