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Giovedì 20 Febbraio 2020




Dossier Caritas 2014, Campania sempre più povera

Appello alle istituzioni: “Ripensare alle politiche sociali e prevedere misure di contrasto alla povertà”

caritas-italianaA chiedere aiuto sempre più famiglie campane

Oltre il 60% di chi chiede aiuto alla Caritas è rappresentato da cittadini italiani, soprattutto famiglie, contro il 40% di migranti. Un quadro drammatico quello che emerge dall’ultimo dossier regionale sulle povertà 2014 presentato oggi a Napoli, presso la sede Arcivescovile di Largo Donnareggina, alla presenza del cardinale Crescenzio Sepe.

Sono oltre 10mila le persone transitate nei centri di ascolto presenti nelle 16 diocesi della Campania. “Il numero degli italiani in forte crescita – spiega il sociologo Ciro Grassini, curatore del rapporto – se pensiamo che solo qualche anno fa, prima dell’avvento della crisi, la percentuale dei campani che si rivolgeva ai centri di ascolto era del 38%”. La povertà, dunque, oltre a diffondersi tra i migranti, colpisce sempre più forte le famiglie campane e in particolare quelle numerose. “È triste ma per come sono hanno disegnato le  politiche sociali – afferma il sociologo – oggi i figli non sono più una ricchezza ma rappresentano un ulteriore elemento di impoverimento delle famiglie”.

Le richieste di aiuto

La povertà è essenzialmente di natura economica, causata in primis da crisi e disoccupazione. In Campania il tasso di occupazione è del 39,8%, peggio del Mezzogiorno, in cui si attesta a una media del 42%, e contro una media nazionale del 55,6%. Quello che emerge dal rapporto Caritas è un “paese a due velocità”: la povertà assoluta, ovvero quella riferita alle persone che non hanno praticamente niente, aumenta, ma non in tutto il Paese (dove si attesta al 7,9%) solo nel Mezzogiorno (12,6%). Le persone e le famiglie si rivolgono ai centri di ascolto Caritas soprattutto per chiedere beni e servizi materiali (34,6%), lavoro (26,6%), sussidi economici (21,5%), ascolto approfondito (11,1%), alloggio (8,5). La maggior parte delle persone aiutate, circa 39mila nel solo anno 2014, ha un domicilio, quindi, solo una minima parte di chi è venuto in contatto con i circuiti Caritas è senza dimora; ma ciò non significa che chi ha un tetto non abbia problemi o disservizi abitativi.

La povertà colpisce sempre di più i cinquantenni

Colpisce la distribuzione per età: “La povertà delle famiglie parte dalla perdita di lavoro del suo capofamiglia – sottolinea Grassini – una persona che ha in media tra i 45 e i 54 anni, espulsa dal mercato del lavoro, che difficilmente troverà una ricollocazione, ma su cui pesano ancora forti responsabilità familiari”. A fronte dei molteplici cambiamenti del fenomeno sociale, la costante è che a chiedere aiuto, anzitutto beni e servizi materiali, sono sempre le donne. Ad essere in difficoltà, però, sono anche gli anziani soli che non ce la fanno a sostenersi con la pensione e che ormai, a differenza di un tempo, non si vergognano più a chiedere un mano. Non si può fare affidamento neanche sulla famiglia, intesa come il network di relazioni più strette all’interno del quale si trova l’individuo, perché anche quella che finora era considerata come l’ammortizzatore sociale per eccellenza, soprattutto a Sud, è in difficoltà.

L’appello: “La politica deve cambiare rotta”

Giancamillo Trani, tra gli autori del dossier, parla della “nascita di un ‘quinto stato’, un sottoproletariato urbano, per dirla con Marx, formato da precari, migranti, senza dimora, ma anche padri separati, cassaintegrati, disagiati psichici, sfrattati, un esercito di nuovi poveri a cui le istituzioni non dà alcuna risposta”. Gli fa eco monsignor Antonio Di Donna, vescovo di Acerra e incaricato Cec per la Carità: “Ci vogliono far credere che stiamo uscendo dalla crisi, che stiamo intravedendo la luce fuori dal tunnel. In realtà, i dati di oggi ci dicono esattamente l’opposto. La povertà è un fenomeno ormai cronico, la Chiesa fa la sua parte, ma lo Stato dov’è? Se la povertà non diminuisce, anzi aumentano le diseguaglianze, vuol dire che qualcosa è andato storto. Il problema è che il peso della crisi ricade sempre su chi non l’ha prodotta. È necessario rivedere le politiche sociali e prevedere strumenti diversi per i poveri”. “La prima crisi da affrontare è quella di moralità, il rischio più grande è quello di perdere il senso fraternità umana e chiudersi in forme di egoismo”, è il monito del cardinale di Napoli Crescenzio Sepe.

 

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