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Giovedì 23 Gennaio 2020




Educazione criminale, la difficile sfida della scuola

Aumenta la dispersione, poche risorse per gli insegnanti di frontiera

marcia-contro-mafieIl 21 marzo, primo giorno di primavera, si festeggia la Giornata della Memoria in ricordo delle vittime delle mafie. Per il diciottesimo anno la società civile si mobilita perché “non accada mai più”, perché la memoria non sia un ricordo scomodo ma resti viva a segnare il cammino del presente.

 La lotta alle mafie passa, lo sottolineano i promotori della manifestazione, passa attraverso un impegno costante, quotidiano, a partire dall’educazione alla legalità. La scuola in molte aree del nostro Paese resta però un anello debole:  i bambini che evadono l’obbligo scolastico sono sempre di più, e in Campania più che in altre regioni. “Perché? Come intervenire?”. La voce a istituzioni ed esperti.

Uno spot realizzato dai ragazzi. In tutte le scuole d’Italia il 21 marzo sarà esposto un lenzuolo bianco per segnare che la scuola riempie di senso la memoria ogni giorno: sono tantissimi gli operatori e gli insegnanti che in zone periferiche della città cercano di fornire esperienze formative e ludiche ai bambini per sottrarli al contesto degradato in cui vivono, in alcuni casi a famiglie che vivono al limite tra legalità e illegalità. “Un lenzuolo bianco che copre una salma è simbolo di pietà, ma cela quello che non vogliamo vedere. Quel lenzuolo può però essere alzato e usato come una bandiera” spiega Rosario D’Uonno che dirige l’associazione Marano Ragazzi Spot Festival realizzando progetti che coniugano i video con l’educazione alla legalità. Ed è proprio un lenzuolo bianco il protagonista dello spot realizzato per la XVIII Giornata della Memoria e dell'Impegno in ricordo delle vittime delle mafie a cura dell'Associazione Marano Ragazzi Spot Festival nell'ambito dello Stage-Gemellaggio con quarantaquattro ragazzi in rappresentanza di: Istituto Comprensivo "Mariti" di Fauglia (PI) - 4° Istituto Comprensivo "Marconi" di Lentini (SR) e le scuole del "Consorzio Scuole Città di Marano".
Anche il MRSF fa parte della rete dell’area Formazione di Libera, da oltre 20 anni in prima linea in tutte le regioni d’Italia  per promuovere l’inserimento di progetti che hanno come fulcro l’educazione alla giustizia nei programmi curricolari e nei PON pomeridiani, progetti centrati sui temi della memoria, del riutilizzo dei beni confiscati alle mafie, dello sport, della partecipazione civile. Tuttavia “prima di ogni progetto speciale, l’educazione alla legalità è fatta con l’esempio. La base è la guerra nelle classi difficili dove gli insegnanti sono frontiera di legalità” chiarisce Geppino Fiorenza, referente regionale di Libera, per anni insegnante a Secondigliano, che ricorda il grandissimo impegno degli insegnanti di trincea: “E’ necessario comprendere quanto sia difficile il loro lavoro. Le dichiarazioni di sostegno astratte non sono sufficienti. Occorre sostenere quegli insegnanti con azioni concrete”.

E quanto sia drammatico il contesto in cui operano gli insegnanti di frontiera è testimoniato dai dati.  Tra dicembre 2010 e novembre 2011 in Italia sono stati registrati 1224 ingressi negli istituti penali per minorenni, con  una presenza media giornaliera di 482 ragazzi; 1831 i collocamenti nelle comunità.  Il 60% dei  reati contestati è contro il patrimonio (furti e rapine), il 18% reati contro la persona,  mentre la violazione della normativa sugli stupefacenti riguarda il 10% dei reati.  Nelle grandi città si segnala il maggior numero di ingressi nei centri di prima accoglienza. Al 14 marzo 2013 sono 390 i ragazzi campani assegnati dal Centro Giustizia Minorile  a Comunità ministeriali e private, 265 nei Centri di Prima Accoglienza, la maggior parte di Napoli; mentre 199 ragazzi campani si trovano attualmente negli Istituti di Pena Minorile di Nisida e Airola.
A lanciare l’allarme il procuratore generale di Napoli Vittorio Martusciello: “Suscita viva inquietudine il crescente fenomeno delle baby gang a Napoli e in provincia, una forma di devianza minorile che trova la propria espressione nel gruppo. Un fenomeno che si alimenta a causa del degrado socio culturale, bassa scolarizzazione, indigenza, mancanza di sbocchi, condizionamento connesso alla pubblicità ispirata a ideologia consumistica, prospettiva di facili guadagni, cultura dell'illegalità favorita dalla mancanza di senso delle istituzioni vissute come lontane, appartenenza a gruppi familiari affiliati alla camorra”.
Opportunità, l’educazione da sola non basta. E’ del medesimo avviso Francesco Cananzi, presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati di Napoli che è sempre disponibile a incontrare i ragazzi insieme ai colleghi, un’esperienza che lui dice “arricchente prima di tutto per noi perché ci permette di fare prevenzione e ci libera dalla frustrazione di arrivare tardi”. Cananzi intervenuto ad un seminario di aggiornamento per gli insegnanti sui temi della legalità nell’ambito delle iniziative della XVIII Giornata Nazionale della Memoria e dell'Impegno spiega: “I giovanissimi sono sempre più coinvolti nella criminalità organizzata. In generale manca l’azione preventiva adeguata alla realtà regionale, i detenuti napoletani rappresentano il 18% dei detenuti italiani, la percentuale regionale più alta per numero di detenuti del Paese. Manca una rete sociale di accoglienza del detenuto che prevenga i fenomeni criminali e accolga il detenuto dopo il carcere. La funzione rieducativa della pena non viene attuata. C’è un’emergenza sociale e per questo occorre un’azione di prevenzione degli enti territoriali. Bisogna far si che la scelta criminale sia discriminante rispetto ad altre opportunità: ci sono dei beni a cui non si deve rinunciare anche in tempi di crisi. Il tema non è parlare ai ragazzi, ma fare con loro esperienze di giustizia, partendo dalle parole: responsabilità, cura dei diritti. Ho conosciuto belle esperienze scolastiche di parlamento dei ragazzi che stimola alla partecipazione e al confronto”.
Al momento la scuola non riesce a vincere la sfida. Secondo Save the Children in Campania ogni anno sono quasi 23mila i ragazzi che abbandonano i banchi di scuola prematuramente. Si tratta, secondo i dati Isfol (elaborati in occasione del progetto “W la scuola”, presentato a Napoli il 6 luglio 2012), di circa il 20% sul dato nazionale, che vede 114 mila ragazzi tra i 14 e i 17 anni “dispersi” in tutto il Paese. 
In base all’ultimo Profilo di Comunità (2010-2012), a Napoli risiedono 205.192 minori, di cui 109.343 in età scolare, e costituiscono il 53,3% dei minori. Di questi 1.283 i bambini e adolescenti, 623 maschi e 660 femmine, hanno già messo da parte i libri. 194 (pari al 15,1%) nella scuola primaria; 770 (60%) della scuola secondaria di primo grado; 319 (24,9%) della scuola secondaria di secondo grado.
Il quartiere di Scampia presenta un alto numero di minori segnalati (17,8%) rispetto all’intera distribuzione, seguito dai quartieri di Pianura (8,6%) e Secondigliano (7,2%). Scampia e Secondigliano sono quartieri collocati nelle periferia nord di Napoli, in essi i minori sono esposti al degrado ed al malessere sociale, vivono condizioni familiari multiproblematiche, con retroterra di disoccupazione e deprivazione.
Dalle relazioni delle Assistenti Sociali emerge che molti di questi nuclei familiari sono caratterizzati da uno scarso capitale sociale, elemento che determina l’attribuire scarso valore alla scuola, e ciò si ripercuote spesso anche sulla considerazione che i ragazzi maturano sull’Istituzione Scolastica.. Una delle cause maggiori di abbandono è la povertà che incide pesantemente sulle condizioni di vita dei bambini nelle famiglie napoletane. 
Secondo le statistiche elaborate dal Comune di Napoli (in occasione della valutazione del Reddito di Cittadinanza, 2011) a Napoli su circa 338mila nuclei familiari residenti, si trovano in condizioni di estrema povertà oltre 34mila famiglie, pari al 10% circa. Circa 18mila famiglie dichiarano di avere un reddito Isee uguale a zero e poco più di 4mila le famiglie che raggiungono i 2mila e 500 euro all’anno. Si tratta per lo più di famiglie di due o più persone, con un basso livello di istruzione (il 41% non supera la licenza media) o senza alcun titolo  (23%), che non spendono più di 600 euro all’anno (nel 40% dei casi) per le bollette delle utenze domestiche, vivono in case in affitto (52%) od occupano gratuitamente (31.%), mentre oltre la metà di loro è composta da persone senza occupazione.
I bambini non amano la scuola. Preoccupante, tra le cause della dispersione, il dato del 24,6% relativo alla causa “l’alunno non ritiene utile la formazione”, in quanto confermativo della disaffezione che i ragazzi maturano nei confronti dello studio e della stessa Istituzione Scolastica. Da non sottovalutare è anche il dato relativo al “disagio sociale a scuola”, infatti dalle relazioni socio–ambientali delle Assistenti Sociali è stato riscontrato che, molti ragazzi che hanno già sperimentato l’evento della bocciatura o della pluri-ripetenza, avvertono difficoltà nel frequentare un gruppo di ragazzi ed un contesto in cui non riscontrano corrispondenza di età, di interessi e di esigenze.
Quando manca la quantità manca la qualità. La riforma Gelmini oltre aver tagliato risorse economiche e umane alla scuola ha introdotto un criterio di giudizio legato al voto di condotta che di fatto penalizza i ragazzi provenienti da contesti deprivati.
“C’è una forte richiesta degli insegnanti e delle famiglie che vogliono salvare i propri figli di tempo pieno, quindi è inutile negare che i tagli degli ultimi anni abbiano colpito soprattutto queste fasce di disagio. Non è vero che qualità e quantità non coincidono, anzi. Più tempo scuola, più attività laboratoriali in cui si apprende il fare, oltre l’insegnamento teorico, così si capisce esiste un’altra strada possibile. E poi il legame sociale, lo stare insieme a persone che possano essere esempi positivi”, spiega Annamaria Palmieri, assessore all’Istruzione del Comune di Napoli che avverte una certa impotenza a causa del disavanzo economico del Comune.  
“Il tempo pieno a Napoli è rarissimo- continua l’assessore -. Anche perché si è sempre profittato della disoccupazione femminile per non concederlo più di tanto. Però in realtà viene realizzato grazie alla rete di associazioni, i PON, le scuole si attivano per tenere più tempo i ragazzi a scuola. I contenuti sono importanti: non si può pensare che il pomeriggio si facciano progetti sulla legalità e la mattina si faccia altro. Il fatto che negli ultimi anni si siano create delle reti non è soltanto un elemento di virtuosità, ma è anche un elemento di necessità. La scuola non riesce a contenere il disagio là dove l’esposizione a fenomeni di antistato è condizionate, se lasciata sola, tagliata e ridotta ai minimi storici, anche dal punto di vista degli orari scolastici. Questo ti spinge a due atteggiamenti: o il paternalismo buonista: ti tieni in classe dei ragazzi e non fai nulla per loro, escono dalla scuola così come sono entrati, oppure c’è il caso opposto di togliersi i ragazzi più difficili davanti; sono due reazioni difensive.
Credo che la meritocrazia e la competitività siano figlie di un modello individualista e liberista che è tutto il contrario di ciò che ci vuole per educare alla socialità,  all’uguaglianza e alla cittadinanza attiva.  La nostra Costituzione riconosce il merito a ch ce l’ha, ma se tu utilizzi la meritocrazia per mettere in competizione le scuole e gli insegnanti perché alcune scuole siano di serie A e altre di serie B provochi la rottura dei legami di comunità.
Un segnale negativissimo venuto dalla riforma Gelmini è aver reso il voto di condotta un voto di media perché è come rendere leciti certi comportamenti con uno Stato normativo dall’alto,  mentre la condotta spesso è una discriminate sociale: un ragazzo che non riesce a stare in classe è un ragazzo che ha un disagio  e nel momento in cui lo sanzioni invece di aiutarlo hai fallito nel tuo compito. Per fortuna le scuole hanno reagito bene a questa cosa: tendenzialmente non ci danno importanza!”.
Apprendere la legalità significa apprendere i propri diritti. “In territori privi di risorse educazionali e materiali, lo Stato deve intervenire- sottolinea l’avvocato Domenico Ciruzzi, presidente della Camera Penale di Napoli- L’Art 3 della Costituzione criticava il sistema sociale esistente e che era stato scritto da Calamandrei per il futuro, perché lo Stato rimuovesse gli ostacoli alla libertà, l’ingiustizia, la disuguaglianza. La legalità non deve trasmettere solo il “non facere”, ma permettere una crescita della coscienza sociale che faccia richiedere l’attuazione dei diritti: il lavoro, il pieno sviluppo, l’educazione.  La cultura consente di scegliere e di lottare per i propri diritti. In tempo di ristrettezze economiche non si possono tagliare la cultura e l’educazione altrimenti si finisce in un regime e si rischia l’appiattimento delle coscienze”.

AdG

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