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Sabato 19 Ottobre 2019




“Napoli è un miscuglio di magnifico e di atroce”

Erri De Luca racconta il suo rapporto con la città e il cinema.

erri-de-lucaErri De Luca è un “turista” a Napoli eppure la rivela come nessun altro, con precisione, ironia e tenerezza. La città è passata attraverso il suo corpo, è qui che si è svolta la sua educazione sentimentale, qui che si è formato il suo sistema nervoso.

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Lo scrittore ha rievocato aneddoti della propria vita e ha riflettuto sul cinema lunedì scorso, durante la presentazione al Cinema Academy Astra di due cortometraggi tratti da due suoi racconti: “Di là dal vetro” con Isa Danieli, presente in sala, e il “Il turno di notte lo fanno le stelle” con Nastassia Kinski ed Enrico Lo Verso.La serata, organizzata dall’assessorato alla Cultura del Comune di Napoli in collaborazione con l’ArciMovie e l’Università degli studi Federico II° , si è trasformata in un’intervista collettiva del pubblico incantato a cui De Luca ha risposto con generosità.

Quale è il suo rapporto con il cinema?

Il cinema è il più grande regalo del ‘900 ai suoi inquilini. La cosa più bella del cinema sono i sottotitoli, da tutti quei nomi, capisci che il cinema è un’opera corale, collettiva. E’ questa coralità che mi piace molto. Sono un appassionato spettatore di cinema, così come tanti napoletani che sono dei veri buongustai. Napoli si è espressa con un’alta qualità nel teatro e nel cinema.
Napoli e la Varsavia ebraica avevano lo stesso numero di teatri, è un vero peccato che oggi si stiamo perdendo dei luoghi dove fare teatro. Con gli ebrei, i napoletani hanno in comune la qualità della comunicazione dovuta al fatto di vivere in luoghi dove la densità abitativa è molto alta. Le persone che vivono in luoghi sovraffollati e quindi rumorosi devono sviluppare una qualità della comunicazione diversa da quella che si sviluppa nel silenzio. Tutti i sensi del corpo sono più vigili, si sviluppa un’antenna ricetrasmittente. Nella comunicazione è coinvolto tutto il corpo, e c’è una ampia gesticolazione. Deve essere una comunicazione svolta in modo più veloce e in contemporanea con tante altre. Ecco che al contrario dell’italiano che è una lingua lenta, il napoletano è la lingua corta, ha anche il verbo più corto: “i”, andare.

Come è stato girare i cortometraggi?
Fare cortometraggi, come scrivere per me è sempre un tempo festivo, del lavoro invece ho un’esperienza completamente diversa. Rispetto ai miei cortometraggi mi sento come qualcuno che sta portando a degustare un vinello fatto in casa a degli esperti.
Sicuramente il cortometraggio a cui sono più legato è “Al di là del vetro” perché è una storia completamente mia, le parole sono mie, è la mia storia, è stata girata a casa mia. Il regista è stato molto discreto e ha rispettato i movimenti e i gesti miei e di Isa Danieli. Mentre nel corto “Il turno di notte lo fanno le stelle” il regista è stato molto più invasivo e ha fatto alcune scelte stilistiche che non condividevo. Così ho rinunciato al governo del prodotto, perché per me la cosa più importante è avere rapporti amichevoli con le persone con cui collaboro.
In ogni caso è stato divertente scortare la troupe sulle mie montagne. Nel film non ci sono effetti speciali, gli attori si arrampicano realmente sulla montagna.

Scalare è una passione che lei condivide con i protagonisti del corto. Come nasce?
Scalare è un virus che ho preso da mio padre che ha fatto la guerra nella fanteria alpina. Un’esperienza dannata che tuttavia gli ha regalato tenerezza e gratitudine per la montagna. Lui è tornato riportando questo affetto e i canti alpini. Così trascorrevamo i natali cantando le canzoni alpine. E’ da metà della mia vita che frequento la montagna, ma al contrario di mio padre, a quattro zampe, afferrato alla roccia.

Come i protagonisti del corto anche lei avuto un problema al cuore…
Si, ho subito un intervento alle coronarie e la prima cosa che ho fatto dopo l’operazione è stato andare a scalare: sono partito dalla roccia dove mi ero sentito male. Non volevo dare a quel guasto un pretesto. Reagire è la migliore convalescenza. La cura migliore è la bellezza. Ma bisogna andarsela a cercare.

Ha detto che bisogna cercare la bellezza, eppure nel film “al di là del vetro” racconta le sue esperienze di vita, alcune dure come la guerra di cui dice “me la sono andato a cercare”. La bellezza passa dunque per il sacrificio?
Noi che siamo nati qui a Napoli abbiamo un’idea della bellezza diversa. Siamo su un terreno sismico, abbiamo un golfo meraviglioso cesellato da secoli di distruzione. La violenza della natura è incombente, tanto che ci siamo anche dotati di un santo, S. Gennaro, capace di fermare la lava nel 1799.  E’ qui che si è formato il nostro sistema nervoso. La bellezza è una forza della natura dirompente, che spinge dal basso verso l’alto, emerge e sconvolge. Quando è quieta ci spinge a diventare succhiatori passivi.

Dunque cosa pensa di Napoli da “turista”?
Dovreste dirmelo voi, io posso guardarla dall’esterno. Questa città si è inventata una giunta e un sindaco nuovi che non erano in politica, molta parte della società civile si è messa in gioco per tentare nuove rappresentanze. Gli attuali governanti non erano previsti. Si trovano a che fare con la macchina burocratica che potrà essere sgretolata solo dall’estinzione biologica. L’inerzia di questa macchina riduce la capacità di azione. Napoli e Milano sono il laboratorio avanzato di ciò che accade nel resto d’Italia e credo che ciò che hanno fatto verrà riconfermato alle prossime elezioni. (…) Questa città in quattro giorni ha riunito le fibre disperse di una comunità repressa e ha reagito in modo violento, improvviso per sbarazzarsi di ciò che c’era. Il terribile esercito tedesco è stato congedato a Napoli. Napoli ha questa capacità, questa forza compressa ereditata più dalla geologia che dalla storia. Ha reazioni eruttive. Anche se sono lontano, la violenza di questo luogo la riconosco nel silenzio compresso, nella collera non manifestata, negli scatti delle persone.

Nei suoi libri c’è sempre una Napoli dei ricordi, mai attuale, come mai?
Posso raccontare solo partendo da ciò che ho vissuto, le storie del mio passato, storie che ho dimenticato e di cui all’improvviso la memoria rilascia qualche reliquia. Mi fa piacere essere in contatto con quel passato e non scrivo se non ciò che è passato attraverso il corpo. L’ultima cosa che ho scritto su Napoli è legata agli anni ’80 quando lavorai in un quartiere per la ricostruzione della città.  

Il cinema negli ultimi anni ha visto spesso Napoli protagonista, pensa che sia riuscito a coglierne l’identità o che in alcuni casi ne abbia fatto solo una parodia?
Napoli è leggendaria, non si riconosce in nessuna rappresentazione, nessuna è esaustiva, eppure di ciascuna ha qualcosa. Napoli è un miscuglio di magnifico e di atroce, così anche le immagini che la sacrificano sono una sorta di incenso che sale e la glorifica.

Quali parole di speranza direbbe ai giovani?
La speranza mi dà l’orticaria, è irritante e dà prurito come la psoriasi, pensare a qualcosa che deve accadere nel futuro. In un incontro in una scuola in cui i ragazzi erano venuti per invito e non perché forzati dagli insegnanti, un maestro mi ha chiesto di dire “qualcosa ai ragazzi, che sono il nostro futuro”. Io gli ho risposto che i giovani non sono il nostro futuro, ma il loro futuro.

Cosa rappresenta per lei il cuore?
Nell’antico testamento il cuore è la sede dell’intelligenza e della conoscenza. Salomone  chiede alla divinità un cuore che ascolta. Capace di raccogliere ciò che c’è intorno e distribuire ciò di cui c’è bisogno. Per me il cuore è questo.

Alessandra del Giudice

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