La famiglia napoletana raccontata da una psicoterapeuta

Bambini difficili ma legatissimi, genitori confusi ma attenti 

02Sono legatissimi, ma rifiutano il genitore. Hanno un “atteggiamento dipendente”, ma esprimono i loro bisogni entrando in conflitto. Sono i bambini napoletani: “Parlo senza generalizzare e solo sulla scorta della mia esperienza - dice Flaviana Coviello, psicoterapeuta - si tratta di bambini ansiosi, quelli che non sanno che tipo di risposta avranno dal genitore. Hanno a che fare una madre o un padre ambivalenti, che non sono stati, cioè, costanti nell’ascolto”.

La città di Napoli ha una struttura sociale particolarissima: se da un lato è ricca di spunti e rimandi, è viva, dall’altro vede una mortificazione degli slanci. La sfera economica, culturale e relazionale  della città non può non avere a che fare con la struttura delle famiglie che la vivono, e il senso di confusione percepito nei confronti delle istituzioni ricade spesso nella ridefinizione di ruoli all’interno delle dinamiche genitori-figli. Una famiglia è sempre un insieme denso di complessità, di responsabilità e di incognite: a Napoli ancora di più. La dottoressa Flaviana Coviello, consulente per il Tribunale dei minori ed esperta di relazioni all’interno della famiglia, genitorialità ed età evolutiva per l’associazione “DueCon”, traccia oggi, per noi, un ritratto della famiglia napoletana che è omogeneo, non differisce a seconda del territorio: “Nelle zone periferiche c’è sicuramente più bisogno di un sostegno di tipo economico e morale. Eppure, se andiamo a vedere quali sono, praticamente, le necessità, allora ci rendiamo conto che anche nei cosiddetti “quartieri bene” c’è bisogno dello stesso tipo di aiuto”.

L’intervento va sotto il nome di “Inquadramento genitoriale”. Poco coscienti di quali sono i pilastri e le basi per educare un figlio, moltissimi genitori napoletani si rivolgono a psicoterapeuti: “Quando arrivano a me, spesso hanno bisogno per prima cosa di essere sostenuti e stimolati a comprendere la propria figura. Il mio lavoro è ridare spessore e dignità ad un ruolo che spesso viene visto solo come compito, dovere: essere un genitore non significa limitarsi alle incombenze pratiche del bambino, alla gestione dei tempi, alla scuola. Noi aiutiamo a rispolverare l’autorevolezza e a smontare l’idealizzazione: un bambino spesso viene immaginato, e prima ancora di avere una consapevolezza di sé deve rispondere ad un bisogno dei grandi. Se il bambino mostra personalità va in conflitto con i genitori e, a quel punto, i genitori si rivolgono a me”.

L’approccio giusto è un approccio empatico

Il vademecum per la genitorialità non esiste, ma possiamo provare a stilarne uno, sulla scorta di riflessioni condivise dagli esperti. Il primo passo è l’ascolto del bisogno del bambino, che viene espresso in maniera non verbale; il secondo il confronto con i bisogni dei genitori: “Mai dare la priorità solo ai bambini o solo agli adulti: bisogna metterli in relazione. Una coppia che vive solo in funzione dei propri figli attua un comportamento malsano proprio come una coppia che non si occupa dei bambini. I genitori devono ricordarsi di essere due persone che hanno scelto di formare una coppia: ciò permette alla madre di non essere esclusiva nel contatti con il bambino e al papà di non sentirsi svalutato. Il bambino, infine, non va vissuto come un’entità astratta”.

Occuparsi dei bisogni materiali non basta: “Dare la pappa, vestire, portare un bambino a scuola, occuparsi del suo rendimento, ma farlo meccanicamente, in maniera fredda, come fosse un compito, non è abbastanza. Se a livello di vita quotidiana l’esistenza del bambino prosegue secondo i piani, a livello affettivo il bambino costruisce nei confronti del mondo esterno un atteggiamento non sano. E’ destinato a diventare una persona che lascia per non esser lasciato, che non sa entrare in empatia con gli altri, che non comprende le insicurezze degli altri perché le sue per prime non sono state comprese. Mi preoccupo, personalmente, molto di più del cosiddetto bambino “buono”, quello che sta tranquillo, che non chiede, che di quello che rimarca la sua identità”.

Il ruolo della donna e la sindrome della “brava mamma”

“Tantissime donne napoletane arrivano a me dicendo: Io sono brava in tutto, perché non sono brava con il mio bambino? A quel punto suggerisco di ridimensiore il proprio ruolo. Non bisogna, in pratica,  trasferire la relazione che si ha con il resto del mondo – quello lavorativo, relazionale – nel rapporto con il bambino perché non si tratta della stessa cosa”.

Le donne, poi, hanno a che fare anche con l’incognita della sindrome “post partum”:  “La madre che non può piangere perché le viene prontamente ricordato che dovrebbe essere felice del suo bambino. La madre che viene criticata perché ha delle esitazioni nell’approccio al bambino. La madre che non deve occuparsi solo di questa nuova vita ma anche della gestione della famiglia, della casa, delle incombenze quotidiane, è una donna esposta a dei rischi. Da stanchi non ci può scalare una montagna, ergo, ad una donna che ha partorito da poco non si può chiedere contemporaneamente di cucinare, lavare, stirare, occuparsi di suo figlio con perizia, essere felice, rilassata, adatta, consapevole, svelta. I primi due mesi la donna dovrebbe occuparsi solo del bambino, elaborando il fatto che dall’essere una sola persona si è passati ad essere in due”.

I padri sono il tramite per il mondo

Il ruolo del papà è necessario perché il bambino cominci ad avere autonoma percezione di sé. Solo attraverso di lui il bambino può accedere al mondo esterno alla famiglia. L’impegno dell’uomo nella cura del bambino è necessario sin dal primo giorno e si esplica anche attraverso il gioco o attraverso il contatto. Questa è una cosa che riguarda entrambi i genitori: un bambino ha bisogno di esser preso in braccio. E’ il contatto a permettergli di avere una corporeità. L’abbraccio di un genitore, per un figlio, è un limite e una presenza assieme, fisica, che dice: io esisto in quanto io”.

In caso di separazioni

“Come associazione non possiamo fornire una  statistica ma guardando all’esperienza, possiamo dire che se noi tuteliamo il bambino, la famiglia per lui continua ad esistere anche se i genitori si separano. Il bambino si adatta facilmente, sono gli adulti che complicano. Non è la separazione a far danno quanto il modo in cui gli adulti la attuano. Faccio un esempio: se il papà litiga con la mamma e se ne va, la dinamica della coppia è comprensibile ai due adulti, ma il bambino non lo sa e lo vive come abbandono. Il bambino ha bisogno di sicurezza affettiva non di convivenza. L’attaccamento che è sancito da un esercizio di fiducia in un legame costante che si instaura tra noi e una persona che sa accudirci, non è compromesso”.  (Vedi legge 54/06) 

Raffaella R. Ferré

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