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Domenica 27 Settenbre 2020




“Sacrificati per noi”: i nuovi metodi di coercizione

Dimenticate lo sfruttatore che picchia e sfregia. Certo ce ne sono ancora, ma sempre di meno. I nuovi “protettori”, oggi, impongono diversi meccanismi di dominio. Si travestono da amanti, fidanzati, appaiono preoccupati e premurosi. Il marciapiedi diventa un sacrificio da sopportare in nome di un futuro migliore. Fatto di agi e comodità. Magari da vivere insieme al caldo del focolare domestico.

Il vincolo che lega le prostitute non è più la violenza brutale, piuttosto una sottile coercizione psicologica. Persino più odiosa. Un mascheramento difficile da svelare per donne che spesso vengono da Paesi lontani e non hanno altro che questa speranza cui aggrapparsi. “Quello che si instaura con gli sfruttatori è una sorta di transfert”, spiegano le operatrici del progetto “La Gatta”, che in strada hanno visto in tempo reale la nascita di questo nuovo paradigma. “Così è difficile convincere le prostitute del loro ruolo di vittime. Vivono situazioni drammatiche eppure credono alla bontà del principe azzurro. Si risvegliano solo quando scoprono che il presunto fidanzato, in realtà, con lo stesso metodo inganna più donne. Si sentono tradite e non sfruttate, il sentimento che prevale è la delusione. Come se quella che vivono fosse una vera storia d’amore”.

Denunciare diventa più difficile che in passato.Le catene di presunti rapporti affettivi appaiono più resistenti. "Occorre molto tempo perché comincino a fidarsi di noi", spiegano gli operatori. "Un'occasione è data quando le portiamo in ospedale per visite e accertamenti. Lontano dalla strada è più facile che si aprano al racconto e facciano emergere con consapevolezza la loro condizione di sfruttamento". Nella maggior parte dei casi ultimato il controllo ritornano alla vita di sempre. Ma sono in tante che proprio dalla sala d'attesa di un medico o di uno psicologo cominciano il loro affrancamento. Un percorso che da quel momento può essere sostenuto con programmi di protezione e reinserimento.

Due le possibili forme di presa in carico: l'articolo 13 della normativa sulla tratta del 2003 e l'articolo 18 della decreto legislativo sull'immigrazione del 1998. Il primo è una forma di accompagnamento a "bassa soglia", che "garantisce, in via transitoria, adeguate condizioni di  alloggio, vitto e assistenza sanitaria". A Napoli dal 2000 ne hanno beneficiato 47 persone: 38 donne (25 nigeriane, 5 rumene e 4 bulgare), 8 uomini (6 nigeriani, un indiano e un russo) e un trans albanese. Più complessa la presa in carico prevista dall'articolo 18. Un programma di reinserimento della durata di 18 mesi, deciso e costantemente monitorato dall'autorità giudiziaria, che prevede per le vittime straniere il rilascio di uno speciale permesso di soggiorno, effettuato in  località segrete,  con terapie psicologiche e finalizzato al reinserimento lavorativo. In città negli ultimi dieci anni ha riguardato 126 persone: 104 donne (45 nigeriane, 18 albanesi, 13 rumene) e 22 uomini (13 marocchini e 3 albanesi).

Il lieto fine è tutt'altro che scontato. L'avvio delle prese in carico è solo l'inizio. "Si tratta di processi duri e dolorosi", spiegano gli operatori, "quando decidono di sottrarsi alla strada, vorrebbero rimuovere per sempre il loro passato. E invece sono obbligati a un processo di rielaborazione e di consapevolezza. Il vincolo psicologico che li legava agli sfruttatori resta in alcuni casi difficile da spezzare". A volte a determinare il fallimento del percorso sono resistenze culturali. Nelle società, da cui provengono molti dei ragazzi e delle ragazze sotto protezione, il rapporto psicoterapeutico non è contemplato o tenuto in bassissima considerazione. Le nigeriane, ad esempio, stringono con le "maman" che le sfruttano patti "magici" e non riescono a liberarsi dalla paura della maledizione che potrà incombere su di loro e i propri familiari, se smettono di rispettarli.

In alcuni casi gli operatori hanno assistito con dolore e impotenza al ritorno in strada: "Il contrasto alla tratta resta una battaglia complessa - spiegano -  Lo sfruttamento si serve di strumenti mutevoli e abbiamo bisogno di adeguare continuamente i nostri".

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