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Giovedì 20 Gennaio 2022




“Città della Scienza: banco di prova per tv e società civile”

Francesco Pinto racconta l’impegno sociale della Rai di Napoli e l’apertura ai giovani.

francesco-pintoA immaginarla quale trama di una fiction, sarebbe stata poco credibile: in 24 ore un palazzo crolla nel salotto buono di Napoli e un museo di eccellenza, “casa” di tantissimi bambini, è completamente distrutto dalle fiamme. La Rai di Napoli e la Rai nazionale solidali con la società civile si propongono di seguire la rinascita della Città della Scienza oltre l’emergenza. Ce lo racconta Francesco Pinto, direttore del Centro Produzioni Rai di Napoli, che ci anticipa l’avvio di una nuova stagione aziendale.

Stiamo assistendo ad una serie di eventi tragici per i napoletani. Come si sta mobilitando la Rai di Napoli?

Per ora stiamo facendo il massimo sforzo possibile: subito dopo l’incendio abbiamo attivato il numero solidale e il Tg regionale  continua a seguire l’evolversi della vicenda in modo approfondito: il nuovo caporedattore Antonello Perillo ci ha messo la faccia. L’obiettivo è ripartire immediatamente. E la Rai si vuole impegnare oltre il disastro a raccontare la ricostruzione. Questa è l’indicazione strategica data dal Direttore Generale Luigi Gubitosi.E’ una sfida: l’informazione, che solitamente non segue l’evoluzione degli eventi dopo la fase emergenziale, ha il dovere di raccontare Città della Scienza fino al giorno in cui sarà riaperta.

La programmazione futura tratterà le problematiche croniche della città?

Stiamo ragionando insieme alla redazione giornalistica per occuparci di più dei problemi micro e marco della città. Nel palinsesto di settembre ci potrebbero, spero, essere delle novità.

Eppure una fiction di qualità e successo come la Squadra è stata interrotta…

A Napoli prima producevamo due linee di fiction ora ne è rimasta solo una. Indubbiamente è stata una grande perdita, ma la compressione della produzione è legata ad una stagione triste per tutta l’industria della cultura anche quella cinematografica, che spero si sia conclusa. Rimane una ferita aperta e quello che è certo è che il materiale narrativo per una nuova serie poliziesca a Napoli c’è tutto. Oggi i progetti, non Rai, sia di fiction che di cinema che si sono avviati hanno come obiettivo quello di raccontare la camorra dall’interno. Credo che per il Servizio Pubblico sia arrivato il momento di raccontare di nuovo gli eroi che la combattono e che, come sappiano noi che viviamo qui, sono tanti.  Abbiamo tutte le competenze professionali per farlo al nostro interno. Ieri su uno dei canali digitali ho rivisto le puntate de La Squadra e la loro modernità di messa in scena e di racconto. E’ stato un vero peccato fermarsi.

In tempi di crisi sono cambiati i gusti del pubblico?

Sono innanzitutto cambiati in termini quantitativi: il consumo di tv è aumentato tantissimo  poiché è più economico guardare la tv che uscire. La tv ha dunque ancora più responsabilità e al di là degli indici di ascolto deve ragionare sui contenuti, sui messaggi e sui suoi effetti. Un discorso che negli ultimi anni è calato di intensità.

Il concetto di qualità è legato ad un intento pedagogico?

La “qualità” è decretata dal pubblico che la percepisce. Per fare alcuni esempi il programma di Fazio è un programma di qualità così come “The Voice”. Detto in altri termini: esistono ottimi programmi “impegnati” e ottimi programmi “leggeri”.La verità è che oltre al singolo programma la qualità è nella ricchezza dell’offerta complessiva, enormemente aumentata con i canali digitali, perché la maggior scelta è sempre sintomo di democrazia. Vorrei più televisione e non una televisione “controllata”. Ovviamente questo discorso è senza senso se non c’è una attenzione massima all’etica e alla responsabilità a prescindere dal tipo di programma: non esiste un “pezzo” di tv in cui tutto è possibile e un altro “pezzo” in cui bisogna stare attentissimi ad ogni parola. Bisogna essere precisi e rigorosi sia in un programma di varietà o un’inchiesta.
Credo in una tv responsabile, non nell’educazione del pubblico: ad esempio si demonizza la tv perché i bambini ci passano ore davanti, ma forse è il caso di fare un ragionamento sulla famiglia, sulla condivisione del tempo di genitori e figli. Quello che non mi piace è l’idea della tv come capro espiatorio di tutto, per assolversi da altri ragionamenti. Il problema è che il Paese non sceglie. Si è fermato. La vera crisi sta là.  Bisogna dare un indirizzo allo sviluppo economico, pensare a quale può essere il destino del paese. Nel dopoguerra facemmo delle scelte. Oggi non si sceglie più.

Se la tv trabocca di dibattiti politici, dall’altro lato sembra che un nuovo tipo di politici si affidi invece al web…

Capisco che un movimento nuovo si affidi alla modernità internet, e che il web può assicurare una certa trasparenza, ma allora non capisco perché la prima riunione del movimento si è fatta a porte chiuse, senza streaming. Nella nuova politica non mancano certo le contraddizioni.
In Tv si svolge un grande pezzo del dibattito politico, e se non è fatto in modo onesto è un disastro. Negli altri paesi la presenza dei politici in tv non è così forte, perché è più forte la politica. In Italia il dibattito politico si è svuotato di senso, sfarina; là dove mancano le sezioni di partito, le riviste politiche e il sistema dei partiti è imploso, la tv diventa una scorciatoia.

La tv può avere un ruolo politico quando parla “male” della città? Può essere complice della fase depressiva che stiamo vivendo?

Non si può generalizzare, la tv in qualche caso fa peggio, in altri meglio. Il punto non è non far vedere i problemi, perché mostrare la verità è un dovere. Il problema è che, salvo eccezioni, tutto il sistema dell’informazione racconta le difficoltà  in modo sensazionalistico, senza indicare una soluzione. Si parla del presente o al massimo del passato senza mai parlare del futuro.
Bisogna dire che c’è la crisi, ma anche che è possibile uscirne. La gente ha bisogno di ricostruire un po’ di fiducia nel futuro, a partire da se stessa. Sotto questo punto di vista Città della Scienza è un banco di prova per la televisione di Stato:  se si riesce a fare un ragionamento costante sulla ricostruzione e su ciò che si riuscirà a fare, senza fermarsi al momento emergenziale, tutto il sistema dell’informazione farà un grande salto.

Napoli cosa deve fare per uscire dallo stallo?

Questa è l’unica città che non ha avuto finanziamenti specifici come Torino con i 150 anni, Milano con l’Expo, Roma con la legge sulla capitale. Sembra maledetta, perché nessuno si è posto il problema del Mezzogiorno dimenticando che la questione “meridionale” è la questione nazionale. Faccio un solo esempio: oggi si parla tanto dell’egemonia della Germania in Europa, ma nessuno ricorda che dopo la caduta del muro e la riunificazione il primo problema che si pose il governo fu quello di chiudere la forbice tra Est ed Ovest (i cittadini dell’Ovest hanno per dieci anni  addirittura pagato una tassa specifica su questo obiettivo). La sua forza attuale si basa anche su questa scelta. Ora c’è bisogno che l’amministrazione, superata la fase emergenziale, si impegni in un grande progetto di sviluppo per la città. Eravamo all’inferno, ora siamo ancora in purgatorio, dobbiamo metterci nelle condizioni di andare in paradiso.
Anche in questo senso Città della Scienza è un banco di prova per tutta la società. Bisogna sospendere le differenza ed essere uniti nello spirito della ricostruzione. Bisogna creare, oltre le diversità, un’alleanza tra politica, società civile  e sistema della comunicazione.

Crede che ci sia un maggior bisogno di welfare per ripartire?

Sono per una maggiore presenza dello Stato. Spero, anzi esigo, che le mie tasse vadano a sostegno delle fasce più deboli: per questo si pagano. Altrimenti lo Stato sarebbe inutile. Tuttavia credo che dovrebbe esserci più welfare finalizzato allo sviluppo e meno assistenzialismo. E’ necessario mettere in condizione tutti i cittadini, anche di origine straniera, di vivere dignitosamente nella terra in cui sono. A maggior ragione lo deve fare una città di mare come la nostra che storicamente accoglie e non respinge.

Un dei grandi temi è quello del lavoro, crede che sia collegato allo spopolare dei  talent show? La tv pubblica può essere un’opportunità anche per altri giovani?

Il problema non è se un ragazzo vuole fare il cantante e va al talent show, ma se vuole fare l’ingegnere e non riesce a trovare un lavoro.
Ci sono stati anni in cui la Rai ha offerto opportunità di impiego ai giovani: dai macchinisti, agli ingegneri, ai giornalisti. Con la crisi si sono anche bloccate le assunzioni. Oggi la Rai si pone il problema della disoccupazione giovanile e il direttore generale ha il piano di aprire le porte con concorsi trasparenti e corsi di apprendistato. Ne hanno bisogno i giovani, ma ne ha bisogno anche la Rai : è un’azienda invecchiata che ha assoluta necessità di forze nuove.

Nell’ultimo concorso per giornalisti della Rai era richiesto di essere professionisti, una qualifica che pochi riescono ad ottenere, a meno di frequentare scuole costosissime. Non le sembra antidemocratico?

Non essendo giornalista non posso rispondere. Negli altri paesi non esiste l’ordine dei giornalisti e in generale non esistono gli ordini professionali. Credo sia questo il problema. Un giornalista può essere più o meno bravo a prescindere dall’appartenenza all’ordine. L’esperienza di uno scrittore come Roberto Saviano lo dimostra.

Alessandra del Giudice

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