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venerdì 7 Agosto 2020




Riscoprirsi donne con il Teatro

"La scena delle donne" un laboratorio di vita a Forcella

0246Sono donne di Forcella, ma anche no, donne che hanno scelto di mettersi in discussione, di cercare un riscatto, di riempire una perdita o svuotare un troppo pieno, partendo da se, dalla propria identità ritrovata attraverso il Teatro.

E' questa, "La scena delle donne" laboratorio teatrale di f.pl. femminile plurale a cura di Marina Rippa e Alessandra Asuni realizzato a piazza Forcella (ex supercinema) in via Vicaria Vecchia, 23 finanziato fino a marzo 2014 dalle Fondazioni Con il Sud ed Enel Cuore nell'ambito del progetto Piazza Bella Piazza che ha coinvolto una rete di associazioni, cooperative,  l'Istituto Comprensivo "A. Ristori", l'assessorato alla Cultura del Comune di Napoli ed altri Enti Pubblici. Ora il progetto è autofinanziato da femminile plurale.
Marina Rippa, regista teatrale oltre che insegnante, ha iniziato a lavorare all'idea di un teatro delle donne e per le donne già dal 1999 quando con la sua compagnia Liberamente ha incontrato un gruppo di anziane, ospiti della comunità alloggio "Cardinale Mimi" dove ha fatto entrare il Teatro fino al 2006; è poi approdata al Trianon diretto allora da Nino D'Angelo e il regista Davide Iodice le ha proposto di realizzare un laboratorio che avesse un legame stretto con il quartiere di Forcella. Nel 2007 è nato il laboratorio teatrale “Donne con la folla nel cuore”. "Ho pensato- racconta Marina Rippa- che in un quartiere così complesso si potesse lavorare o con gli adolescenti o con le donne. E tra le due opzioni l'assessorato alle politiche sociali regionali ha scelto di finanziare un progetto teatrale con le donne. All'epoca insegnavo in un liceo del quartiere e conoscevo già molte persone così ho coinvolto ex allieve e madri, ma poi sono arrivate tante altre donne con il passa parola. Inizialmente non credevo avrebbe avuto successo essendo un laboratorio non pagato, invece, anno dopo anno il progetto sta prendendo una sua forma ben definita. Le donne sono entusiaste e non vogliono rinunciarci, ci sono donne che mi seguono da anni  e nuove donne che si inseriscono di anno in anno, che provengono anche da quartieri e contesti culturali diversi. A furia di sperimentare abbiamo capito che funziona il modulo corto trimestrale-quadrimentrale con l'obiettivo finale della messa in scena. Facciamo 25-30 incontri e lavoriamo su un tema e poi realizziamo una prova aperta, così da dare spazio a più persone. Le donne  non hanno sconti, il laboratorio è fatto come quello con attori veri e arricchisce moltissimo anche il lavoro mio e di Alessandra. Infatti negli spettacoli professionali che realizziamo per altri teatri con Femminile Plurale spesso partiamo proprio dal lavoro fatto con le donne".
Gianna, 56 anni, segue il laboratorio già da 7 anni: "E' una bellissima esperienza-racconta-, sono diventata donna facendo il teatro, prima non mi sentivo donna. Non mi sentivo in niente realizzata, forse perché faccio lavoretti così e non un lavoro con cui mantenermi. Il teatro mi ha salvato quando mia madre è venuta a mancare ed ero un po' depressa. Quando il progetto non è stato finanziato ed è stato interrotto per due anni sono stata male. Ogni giorno Marina si preoccupava per noi cercando una soluzione, poi finalmente è ripartito.  Oggi siamo un bel gruppo, partecipiamo ai convegni, ci incontriamo per andare al bar insieme. All'inizio mio marito era geloso, mi diceva: "che devi fare la pagliaccia?", ora mi dice "Quando te ne vai?". Ce l'ho fatta a fargli capire che questo tempo per me è importante dicendogli: "In casa che devo fare solo la cameriera?". Infatti prima non potevo fare niente, neanche la palestra, perché mio marito è disoccupato e non possiamo permetterci svaghi. Qui faccio movimento, conosco belle persone.  Prima pensavo solo alla casa e ai figli ora penso anche a me e mi sento realizzata. Sono rinata".
E non manca il consenso del pubblico: frutto del primo laboratorio di quest'anno, Pee Devozion  è stato messo in scena a inizio dicembre e ha visto Piazza Forcella straripante di persone entusiaste. Lo spettacolo racconta in modo onirico le storie sui riti quotidiani, familiari e non, relativi al vivere il sacro di 18 donne.
"Io e Alessandra Asuni- racconta Marina Rippa- abbiamo scoperto che anche chi non crede ha dei gesti e delle abitudini di cui non si può fare a meno. Sono partita proprio da un mio ricordo personale: fin da bambina apparecchiavo la tavola con le stesse posate per me e mio padre e ancora oggi anche se lui non c'è più quando vado a trovare mia madre, conservo quel gesto. Molte donne sono legate a riti sacri soprattutto delle Madonne e delle Sante del posto".
Ha partecipato allo spettacolo anche Rosa, 36 anni, arrivata quest'anno grazie a due amiche che seguono il laboratorio da tre anni. "All'inizio sembrava un po' difficile riuscire a frequentare il corso- spiega-  perché ho due bambini di 11 e 12 anni e lavoro nel bar di mia mamma, ma poi mi sono organizzata e vengo. Mi piace e mi rilasso. Una risata, uno scherzo, man mano mi sono integrata nel gruppo e mi sono aperta. Prima ero più chiusa, adesso anche nei movimenti mi sono sciolta. Fa piacere anche alle mie figlie che vengo perché mi vedono più grintosa".
Manuela, 38 anni, socia di una cooperativa sociale, si è avvicinata al teatro di Marina per imparare a lasciarsi andare, per imparare a fare cose imperfette e soprattutto per fare pace con il proprio corpo. Attraverso il lavoro sul corpo ha infatti potuto sperimentare che i limiti che si poneva erano più psicologici che fisici: "all'inizio temevo che il lavoro sul corpo potesse essere dannoso per problemi di salute che ho avuto, capita infatti che ci si possa urtare o strattonare, invece è stato il contrario, il teatro mi ha dato e mi sta dando una consapevolezza diversa del mio corpo e quindi del mio essere al mondo".
L'attrice più grande, Toti, ha 78 anni e racconta: "Dal 2007 sono sempre qua, con vicende alterne. Marina ha difeso con le unghie questo spazio e anche l'altro che avevamo al Trianon che poi ci è stato tolto. Basta che stiamo insieme ed è già una cosa bella. Soprattutto possiamo liberarci di tutti i  nostri complessi". Il teatro è dunque catarsi, poter diventare altro da se. "Lavoriamo con leggerezza, ma in profondità- conclude Rippa-. Senza incupire ciò che è già cupo nella vita. Ricordo sempre quello che mi ha detto una donna in uno dei primi laboratori: "Il teatro mi ha cambiato la vita. Faccio sempre le stesse cose, ma ora le faccio in un altro modo".

Alessandra del Giudice

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