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venerdì 2 Dicembre 2022




Luigi Rinaldi, il Pirlo dell’Afro Napoli

Luigi RinaldiIl pallone gli resta incollato ai piedi, la sua bravura tecnica in mezzo al campo è a dir poco imbarazzante giacché riesce a dettare i giusti tempi di gioco ai suoi compagni di squadra proprio come un autentico direttore d’orchestra che dirige con la bacchetta un gruppo di strumentisti.

In cabina di regia veste i panni del “Re Mida” perché trasforma la sfera che riceve in oro colato per regalare ai suoi la gioia del goal. Sul prato verde è uno di quei valorosi gladiatori indomiti che si esalta quando i duelli rusticani a centrocampo si fanno più duri tanto che le sue giocate imbevute di qualità infiammano l’arena del Vallefuoco. Sa sempre cosa fare anche nelle situazioni più intricate, dategli una palla e ve la metterà in cassaforte. Chi è costui? Luigi Rinaldi, il cervello pensante dell’Afro Napoli, che non finisce di stupire gli addetti ai lavori per la sua immensa classe e per la sua intelligenza tecnico-tattica fuori dal comune. Da parte sua con la maglia dei leoni mai una sbavatura, mai una giocata superflua: il geometra perfetto di mister Ambrosino è  un pezzo da novanta visto che è sempre concentrato durante i match ed è talmente imprescindibile nell’economia del gioco dell’Afro Napoli che è il calciatore dei leoni che in partita tocca il maggior numero di palloni. Il numero 4 biancoverde è senza ombra di dubbio il miglior regista della Promozione: il fuoriclasse si è tolto la soddisfazione a 32 anni di vincere per la prima volta un campionato nella sua rispettosa carriera. A detta sua questo successo «è il coronamento di un sogno». Il Pirlo dell’Afro Napoli riesce sempre a capire prima di tutti un’azione di gioco in che modo si possa sviluppare e nella sua testa è come se fosse impiantato un gps che gli permette di localizzare le zone in cui la palla rotola. Non c'è niente da fare: nel calcio se vuoi costruire una squadra forte devi puntare a onor del vero su un faro imprescindibile come lui. Il genio della mediana è semplicemente un pittore dalla faccia truce che incanta le platee più esigenti e spiazza una moltitudine di avversari. Se Andrea Pirlo sapesse che il metronomo dell'Afro Napoli quando gioca viene accostato al suo talento, siamo pur certi che il “Maestro” sarebbe contento di un simile paragone. Lo smisurato carisma dell'esperto fantasista tocca le corde dell'anima di chiunque giochi accanto a lui dal momento che qualsiasi compagno di squadra tira fuori dalla sua lampada il meglio di sé. Chi ama il calcio non può non amare il talento naturale del creatore assoluto di occasioni dell'Afro Napoli.

Quando hai capito veramente che l’Afro Napoli potesse vincere il girone B di Promozione?

Partita dopo partita: il campionato di Promozione non sarà un torneo altamente competitivo però noi giocatori con l’umiltà giusta abbiamo ammazzato questa competizione.

Cosa pensi del lavoro eccellente svolto dalla dirigenza quest’anno?

E’ stato davvero egregio perché ha studiato tutto nei minimi particolari ed è giusto che l’Afro Napoli abbia vinto il campionato: il gruppo si è cementato pranzando insieme. Mi ricordo ancora con grande emozione quando facemmo il ritiro in vista della trasferta vittoriosa a Vico Equense.

Se non avessi fatto il calciatore quale altro lavoro avresti scelto?

E’ una bella domanda: non saprei dirti anche se in estate quando finiscono i campionati io lavoro sempre e faccio il muratore insieme con i miei cognati dal momento che hanno un’impresa edile. Con tre figli da mantenere non c’è un’altra soluzione oltre al lavoro. Inoltre ora faccio pure l’allenatore di due scuole calcio, la Nereo Rocco e la Brothers, e seguo i ragazzi classe 2005 e 2008.

Sbaglio nel dire che questa è la tua miglior stagione calcistica?

No perché anche io lo penso: è stato un anno da incorniciare. L’Afro Napoli è speciale, non dimentichiamoci che è la seconda squadra della città. Babù, Suleman, Dodò e Redjehimi mi hanno insegnato tante cose tra cui anche il valore dell’integrazione.

L’Afro Napoli dove può arrivare?

Una società del genere, strutturata così bene, non si pone limiti e arriverà il più in alto possibile: parla la sua storia con quattro promozioni conquistate in 5 anni. Spero di approdare tra qualche anno con l’Afro Napoli in Lega Pro perché se lo merita.

C’è qualche rimpianto nella tua carriera?

In passato ho pagato il prezzo di un carattere impulsivo: agisco sempre d’istinto sugli altri ma fondamentalmente sono buono. Se tornassi indietro con la testa di adesso e con tutti i mezzi che ho, avrei potuto calcare probabilmente i campi di Serie A. Mi ripetono spesso i miei compagni e i giornalisti che sono di una categoria superiore: i loro continui complimenti non possono che farmi piacere.

Dopo la carriera da calciatore pensi di rimanere nel mondo del calcio?

E’ ancora troppo presto per parlarne e mi auguro di appendere le scarpe al chiodo il più tardi possibile. Sicuramente amo questo sport alla follia perché mi scorre nelle vene. Una volta che smetterò farò l’allenatore e spero di diventare uno dei più grandi. Sognare non costa nulla, nella vita tutto è possibile.

Come ti piace trascorrere il tempo libero?

Mi dedico esclusivamente alla mia famiglia. La mattina preparo i miei tre figli per la scuola. La sera quando ritorno a casa gioco sempre a calcio nel soggiorno con loro.

Chi ti ha convinto più di tutti a sposare il progetto dell’Afro Napoli?

Luigi Velotti e Dodò: loro mi hanno sempre parlato bene di questa società. La finalità sociale di questo progetto non ha eguali nel calcio. Al primo incontro col presidente Gargiulo ho subito accettato con grande entusiasmo di vestire i colori biancoverdi. Sia in estate che a dicembre alcune squadre di valore come il San Giorgio e il Giugliano mi hanno cercato ma io non ho esitato un attimo a rifiutare le loro proposte. L’Afro Napoli è nel mio cuore e a breve farò un tatuaggio dedicato alla mia squadra e a Dodò.

Chi è l’anima dello spogliatoio?

Bella domanda anche perché la nostra forza è il collettivo. Dico un nome su tutti: Peppe De Fenza perché è una persona solare che sorride sempre anche se avesse mille problemi.

Qual è il tuo pregio più grande?

Che non mollo mai, do sempre il massimo e voglio stare al centro dell’attenzione. Inoltre mi reputo una persona sincera: dico sempre ciò che penso senza troppi giri di parole.

Qual è il tuo difetto peggiore?

Essere perfezionista: non voglio perdere neanche a scopa quando gioco contro mio figlio figuriamoci in allenamento o in partita. Quando non vinco sto male, mi innervosisco. Inoltre devo sentire sempre la fiducia in campo al 100% altrimenti non rendo al massimo.

Cosa ti ha colpito di mister Ambrosino?

La sua grande competenza: è un tecnico votato al bel gioco, che merita di vincere tanto dal momento che è un grande professionista e ci fa stare sul pezzo. Dal primo giorno di ritiro ha sempre detto a noi calciatori che ci saremmo ritagliati uno spazio importante e quindi avremmo avuto tutti la possibilità di giocare. Così è andata. E’ un grande allenatore che ha la stessa filosofia di gioco di Sarri e Guardiola.

Quale calciatore del presente o del passato è il tuo idolo?

Rui Costa (ex trequartista del Milan): io sono diventato tifoso del Milan grazie a lui. Ero perdutamente innamorato delle sue giocate. Un altro per cui stravedo e che non gioca più è Andrea Pirlo: lui quando entrava in possesso della palla più che un calciatore sembrava un pittore. Le sue doti erano fuori dal comune. Io per come imposto la manovra di gioco non posso non identificarmi nel “Maestro”.

Mi indichi una caratteristica peculiare dell’ambiente biancoverde?

L’obiettivo di vincere e di restare uniti: questo è condiviso da tutti in società, dalla più alta carica dirigenziale rappresentata da Dario Boldoni e Antonio Gargiulo al magazziniere. Tra tutti i componenti di questa grande famiglia c’è un solo respiro, un solo battito, una sola persona.

E’ stato difficile lasciare casa all’età di 14 anni per andare a giocare nel Genoa?

Si, molto: ho lasciato qui gli affetti più cari e non è facile cambiare città da ragazzo, svegliarsi al mattino e non trovare a casa i tuoi genitori. E’ stata un’esperienza dura però mi sono responsabilizzato e ho rafforzato il mio carattere. Esordire in Serie B a 17 anni e mezzo con la maglia del Grifone non ha prezzo.

Se tu potessi tornare indietro cosa cambieresti della tua vita?

Studiare. Andare a scuola è la cosa più importante, lo ripeto spesso anche ai miei figli. Se oggigiorno non si riesce a conciliare questo sport con i risultati scolastici le scuole calcio ti mandano via. Nonostante io mi definisca una persona brava e umile nel contempo mi sento ignorante perché non ho studiato in passato. Nella vita conta la cultura perché ti permette di confrontarti con qualsiasi persona.

Hai mai avuto paura di fallire?

Si, anche se sembrerà strano soprattutto quest’anno ho avvertito questa percezione: bisogna mettersi sempre in discussione. Se non avessi vinto il campionato quest’anno avrei ritenuto questa stagione fallimentare.

Quali sono stati i momenti più difficili della stagione?

Una serie di lutti familiari a catena che ha colpito il presidente Antonio Gargiulo, il magazziniere Enzo Caprio detto Tyson, il preparatore dei portieri Tommaso Di Maio, l’allenatore in seconda Salvatore Fasano e i giocatori Dodò e Aldair Soares.

Pratichi qualche rituale prima di scendere in campo?

Prego, poi bacio la fede nuziale e i miei tatuaggi su cui sono impressi i nomi dei miei figli.

Saresti pronto a firmare a vita con l’Afro Napoli?

Intanto ho rinnovato il rapporto con questa squadra fantastica per un’altra stagione. Vorrei restare per sempre qui. Come dice il capitano Velotti “mi devono solo cacciare per farmene andare”. Prometto ai tifosi che sputeremo sangue per cercare in tutti i modi di vincere anche il campionato di Eccellenza l’anno prossimo.

Alessio Bocchetti

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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