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Lunedì 19 Ottobre 2020




Coronavirus: cosa ci si può attendere dalla fase 2?

Di Sergio D’Angelo

fase 2All’indomani della conferenza stampa del Presidente Conte sul passaggio alla seconda fase del lockdonw, il Paese appare sempre più spaccato in due. C’è chi ritiene che non occorre abbassare la guardia e che i comportamenti individuali debbano essere ispirati alla massima  prudenza e chi, invece, avverte il bisogno del superamento della fase di confinamento per ritornare il più rapidamente possibile alla normalità.

In questa situazione di persistente confusione e comprensibili paure, è oggettivamente difficile dire chi abbia ragione e chi torto. Tuttavia, al netto dei dubbi che considero tutti legittimi, credo che possano avere in eguale misura tutti torto. Difficilmente, ad esempio, si potrebbe eccepire qualcosa a chi invita a considerare le conseguenze sociali ed economiche della pandemia, né si potrebbe facilmente contestare chi ci ricorda che senza la salute il Paese non potrà mai rimettersi in moto.

Le uniche due certezze pare siano la perdita di 10 punti sul Pil e i circa 27 mila decessi. Va anche detto che per quella parte più prudente esiste una terza quasi certezza: ad ottobre ci sarà una nuova ondata del virus.

Cosa possiamo aggiungere alle riflessioni fatte fin qui in giro?

Secondo me servirebbero un po’ di equilibrio in più e molto buon senso.

Al momento nessuno è in grado di calcolare con precisione quanti morti ci siano stati nelle RSA, le Residenze sanitarie assistite e nelle case di cura. Quel che si sa è che si è dovuto prendere atto di una lenta strage degli anziani. Più di 4.500 RSA lasciate senza dispositivi di protezione e senza tamponi, con la conseguente morte per Covid-19 di migliaia di persone, in larga parte ultraottantenni. Più certa ancora è la scomparsa di oltre 150 operatori sanitari anche loro lasciati senza adeguati dispositivi di sicurezza. Sappiamo inoltre che all’inizio dell’insorgenza della pandemia ci sono stati due problemi che hanno particolarmente inciso sulla dimensione della tragedia: un superafflusso di pazienti, che non hanno potuto contare su cure adeguate per mancanza di posti e risorse; la scelta sbagliata di trattare la malattia come una delle classiche insufficienze respiratorie. Infine sappiamo che l’età media dei deceduti è di poco al di sotto degli 80 anni e che poco più del 1% del totale è sotto i 50.

Insomma non si sa tutto del Coronavirus, ma credo si conosca abbastanza per sapere cosa fare in questa seconda fase, ancora rischiosa.

La priorità resta il contenimento del contagio, ma sono convinto che bisognerebbe puntare con più determinazione alla tutela degli anziani, abbandonando l’idea che li si protegga tenendoli a casa o nelle RSA (perché è vero il contrario, sono morti di questo isolamento e abbandono). Come credo necessaria una diversa attenzione alle case di cura, alla sicurezza degli ospedali e a quella degli operatori sanitari, insieme alla disponibilità dei dispositivi di sicurezza individuali.

E si può sostenere che l’appropriatezza e la tempestività delle cure, non possano incidere positivamente sugli esiti della malattia? Se avessimo perseguito con più convinzione l’obiettivo di ottenere tamponi e interventi domiciliari in tempi e quantitativi più accettabili forse oggi staremmo a valutare una situazione completamente diversa. Si può utilmente trarre insegnamento dagli errori compiuti e dalle buone esperienze fatte. Non trascurerei, ad esempio, come hanno intelligentemente fatto in molti Paesi, la possibilità di far trascorrere il periodo di quarantena in luoghi dedicati e protetti.

Ce n’è abbastanza per fare sicuramente meglio di quanto non si sia fatto, senza disperdere nulla delle buone pratiche ed evitando di farsi cogliere nuovamente impreparati o rifacendo grossolani errori.

Che si trovi ora il tempo per ritornare a pensare ai bambini e alla scuola, ai servizi sociali e alle persone più fragili, alle donne e al lavoro. Si faccia presto o tutto sarà più difficile. Non servono più i soli generici appelli a stare a casa, abbiamo bisogno subito di misure ed interventi ragionati. Di mettere da parte le divisioni e la critica distruttiva, senza però dover rinunciare al confronto e all’ascolto che restano il sale della democrazia.

La richiesta alla prudenza deve essere tanto tenace quanto qualificata e non deve mai più far leva sulla sola paura. Il futuro e le nuove emergenze sociali richiedono buon senso e responsabilità, ma servono sopratutto politiche e idee nuove rispetto a quelle che ci hanno portato all’attuale disastro. Scelte che siano in grado di rispettare l’ambiente e che abbiano la capacità di eliminare le insopportabili disuguaglianze del nostro tempo.

Questo è quello che la gente si aspetta dalle istituzioni.

Sergio D’Angelo

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