Adolescenza e disagio, il caso del tredicenne di Volla

di Sergio D'Angelo
Ha solo tredici anni, ma i carabinieri gli trovano una pistola finta con il tappo rosso rimosso e perciò indistinguibile da un’arma vera. Lo fermano per giunta intorno a mezzanotte, mentre viaggia su uno scooter sprovvisto di polizza assicurativa e senza indossare il casco. Una volta portato in caserma non dà nessuna spiegazione, né sulla provenienza né sui motivi che lo hanno spinto a portarsi una pistola dietro. Lo stesso fanno i suoi genitori, ai quali viene riaffidato dopo essere stato denunciato.
Una storia incredibile che accade a Volla, alle porte di Napoli, e se possibile è ancora più grave, perché lui frequenta regolarmente la scuola e la famiglia viene descritta distante da ambienti criminali.
È quindi una vicenda in qualche modo esemplare della complessa serie di concause che determinano con una frequenza sempre maggiore comportamenti devianti da parte di ragazzi giovanissimi.
Ha provato a fotografarla un Report dell’Osservatorio nazionale sull’adolescenza, istituto presso il Ministero per la famiglia.
Vi si ritrovano elementi che vanno dall’evasione scolastica alla famiglia stessa, che in certi casi invece di svolgere il suo ruolo naturale di contrasto diventa invece paradossalmente un ambito di socializzazione, una palestra di pratiche devianti e illegalità, che soprattutto a Napoli rende il fenomeno della criminalità giovanile più contiguo che altrove a quella organizzata.
Non solo, perché il deficit culturale permette il dilagare di valori che si richiamano esplicitamente alla criminalità più feroce. Il camorrista diventa quello che ce l’ha fatta, il modello da imitare, che ha soldi, vestiti di marca, moto e auto di lusso, quello che tutti temono e rispettano.
È un corto circuito terribile che si determina nel contrasto fra quartieri dove non c’è niente, dove soprattutto non si percepisce nessuna possibilità dl cambiamento attraverso vie legali e alternative, e il martellamento costante dell’industria dell’intrattenimento e i social network, in assenza di filtri interpretativi.
La risposta diventa così l’appartenenza al branco, a una banda, ma anche il giro in scooter solitario di notte di un ragazzino che è poco più di un bambino, va ancora a scuola, eppure crede che la strada per diventare adulti passi dall’infilarsi una pistola nel borsello per guadagnarsi rispetto e visibilità.
È nella testa di questi ragazzini che bisogna entrare.
È qui che deve concentrarsi la reazione della società che non può essere affidata soltanto a una pattuglia di carabinieri che con l’occhio allenato dalla strada lo ferma prima che accada l’irreparabile.
È qui che servono politiche sociali, scolastiche, aiuti alle famiglie, percorsi di recupero e magari anche di qualche immagine dai piccoli e grandi schermi che mostrino un altro mondo possibile, altri valori, altre aspirazioni, storie di riscatto.
È un lavoro di lunga lena, ma che bisogna iniziare subito perché è questa la prima pagina da scrivere, dello sviluppo di cui abbiamo davvero bisogno.